“Socrate: O caro Pan, e voi altre
divinità di questo luogo, datemi
la bellezza interiore dell’anima e,
quanto all’esterno, che esso s’accordi
con ciò che è nel mio interno.”

Platone, Fedro

Sperimentare il panico è una delle esperienze più turbanti che possano capitare. Indipendentemente da quanto ci possiamo aspettare l’arrivo dell’attacco, l’attivazione generalizzata del tuo corpo, la sensazione estrema di perdita di controllo e la percezione di aver perso il contatto con la realtà, sono esperienze di un’intensità emotiva raramente raggiungibile, in grado di mettere in discussione i principi basilari stessi della tua esperienza vivente.

In un articolo precedente ho tentato di descrivere lo specifico tipo di esperienza sensoriale ed emotiva legata all’insorgenza di un episodio di panico. In questa sede, vorrei cercare di leggere il fenomeno in modo analitico, assumendo una prospettiva che tenti di penetrare il profondo mistero di questo meccanismo.

Cercare di dare un senso all’esperienza di panico è di fatto un passo fondamentale, nel tentativo di evitare quel profondo stato di scoraggiamento, incertezza e allerta che il soggetto sperimenta nel timore fobico di sperimentare un ulteriore attacco. In psichiatria, tale attesa all’erta, viene definita “Disturbo di Panico”, in cui il circolo vizioso principale è generato dalla paura della paura: l’ansia, che può raggiungere il livello di agorafobia, è totalizzante e legata al timore di fare nuovamente esperienza di un altro attacco di panico, che il soggetto di solito sperimenta in maniera del tutto imprevedibile.

Ma io qui non voglio parlare di psichiatria, ma di psiche. E del significato psicologico dell’esperienza panica, che approfondirò assumendo una prospettiva di matrice junghiana. James Hillman, maestro del “fare anima” ermeneutico, nello scritto Saggio su Pan, analizza con sagace sensibilità il significato del panico in prospettiva archetipica. Mi muovo lungo questa direttrice, in questo scritto e nella mia vita, nel tentativo di fare luce su orizzonti nuovi e stimolanti.

Sono necessarie due premesse epistemologiche che permettano al profano di addentrarsi nel complesso mondo della psicologia del profondo secondo il modello junghiano.

La prima è che la vita psichica è strutturata dalla dinamica fra le dominanti archetipiche. Queste altro non sono che processi immaginali (letteralmente, che procedono per immagini) che scaturiscono dall’attività istintuale umana. Sono il contraltare psichico di quanto di più biologico possediamo, l’istinto. Le immagini da esse prodotte vivificano il famoso inconscio collettivo, una matrice comune di significati immaginali che da millenni colora l’esperienza psichica umana. Ad esempio l’archetipo della Grande Madre, con il suo carattere a tratti benevolo e a tratti distruttivo, dà corpo alla vita inconscia e alle tendenze regressive (innate) contro cui combatte la Coscienza (l’Ego), apparendo, nei sogni e nei prodotti culturali, talora come mare, talora come drago o come grande madre Terra.

La seconda è che gli archetipi, in quanto organizzatori della vita mentale, sono responsabili sia dei processi psicopatologici che dei processi di cura, seguendo il principio alchemico secondo cui il simile guarisce il simile (similia ac similibus curantur). La psicopatologia in questo senso rappresenta un tipo di linguaggio che la psiche adotta per comunicare; il sintomo, così come ogni atto comportamentale, una metafora da svolgere per comprenderne il significato profondo. Il percorso ermeneutico dal sintomo-simbolo alla sua matrice archetipica è proprio il cammino verso la guarigione, la comprensione di sé, l’equilibrio dinamico delle nostre forze inconsce.

La parola “panico” trova la sua accezione nel dio della natura del pantheon greco, Pan, il satiro zufolaio che secondo la mitologia ellenica era responsabile della paura, del panico, della masturbazione, dello stupro, degli attacchi epilettici. Questo è interessante. In primo luogo perché il termine attuale “panico”, utilizzato dalla psichiatria e dalla psicologia, ha mantenuto l’accezione mitica originaria, quasi a rammentare l’importanza di Pan in queste manifestazioni. In secondo luogo, perché proprio Pan?

Partiamo dal presupposto che le analisi di Hillman si muovono sempre lungo il filone dei mitologemi greci, in quanto nella variegata pletora di divinità elleniche si riscontrerebbe, a suo dire, uno stretto parallelismo con le principali dominanti archetipiche. Questo in linea con la credenza prescientifica (e tutta ellenica) secondo cui l’agire umano (in particolare quello parossisiticamente anormale) sarebbe dettato dalla possessione da parte di forze esterne: divinità, daimones, cobboldi, ninfe, e chi più ne ha più ne metta.

Questi personaggi, che in varie forme ritornano in tradizioni culturali differenti, altro non sono che forme immaginali di forze istintuali, naturali, che agiscono sull’uomo e che l’uomo deve imparare ad ascoltare e contemplare nel suo tentativo di scoperta di sé e di autorealizzazione: così è per Pan.

Pan è dio della paura, del panico, dell’incubo: si impossessa di noi durante quelle esperienze estremamente perturbanti di perdita del senso cosciente di sé.

Lo fa anche nel sesso o nella masturbazione. E quando irrompe nel campo psichico lo fa con forza inusitata, battendo lo zoccolo con veemenza al ritmo effrenato del suo flauto. E la sua forza è incontrollabile ed è così perturbante proprio perché erompe dai nostri meccanismi vitali più umani. La paura, come reazione di attacco/fuga dal pericolo in agguato (sia esso esterno o interno), il sesso, come avvolgente azione copulativa e liberatoria.

Il richiamo di Pan è totalizzante (pan, dal grecco “di tutte le cose”) perché è il richiamo della Natura: è un senso globale di richiamo della naturalità, dell’essere umano nella sua accezione più biologica. È la vita (biòs) che entra a gamba tesa nella mente (psyche), per richiamarla dal suo ragionare, dal suo pensare, dal suo costante tentativo paranoico di comprendere e dominare le cose. E quando le difese si fanno più deboli, proprio allora Pan ci ricorda il suo esistere, il suo potere, e ci offre una strada per smantellare queste barriere ed entrare nel vivo della propria vita psichica, per ritornare ad abbracciare la vita nella sua totalità.

Se questo è intuitivamente vero a livello biologico e meramente darwiniano, di sopravvivenza (non sto qui a spiegarvi quanto sia importante avere un sistema innato che ci prepari al peggio quando il peggio si profila davanti a noi, tipo il famoso orso affamato di William James), tanto lo dovrebbe essere a livello psicologico, mentale.

Se il panico si profila in maniera inattesa, indipendentemente dalla visione dell’orso di turno o di stimoli fobici di sorta, un qualche contenuto mentale, una causa interna, si dev’essere profilata nel nostro orizzonte psichico. E allora comprendiamo come il panico, così come ha valore adattivo nelle situazioni esterne pericolose, ci può salvare, con la sua tempestiva segnalazione, da situazioni interne pericolose.

Il contenuto mentale panico, allora, diviene la “via regia per smantellare le difese paranoiche. Questa è la via terapeutica della paura. Conduce fuori dalle mura della campagna, la campagna di Pan” (Hillman, 1972).

Oltre ad evitare che si instauri un cortocircuito di paura della paura, occorre allora avere il coraggio di prenderlo per mano questo nostro amico fauno, e di lasciarci trasportare, senza spaventarci troppo della sua irruenza, nelle latebre della nostra mente, verso quelle zone che ci fanno male, che ci stanno facendo male da troppo, che possiamo e dobbiamo conoscere per realizzarci.

Sembra assurdo, ma parlateci con Pan. Figuratevelo, come un satiro bucolico. Seguitelo nel suo trottare perché se si manifesta all’improvviso, con il suo zoccolo battente e il suo flauto spiegato, scuotendovi dalla testa ai piedi e lasciandovi storditi, sopraffatti e stanchi, lo sta facendo per voi, per dirvi “ehilà!”. Cercate di capire dove vi porta, perché non è la pazzia quella che state vivendo, ma la più naturale naturalità, quanto di più profondo e vivo e istintuale possiamo mai sperimentare.

La perturbazione panica, la paura, come poche altre forze, sa guidare verso la propria salvezza e, continua, rinascita.

Riferimenti:

Hillman, James. Saggio su Pan. Adelphi, 2015.