Prima parte.

La mente, le idee e la nostra struttura psichica sono conseguenza della relazione, dell’interazione tra le persone ed il cambiamento nella vita quotidiana, così come il lavoro psicologico, non può che avvenire nel qui e ora del tempo presente condiviso.

Per capire meglio tutto ciò è utile andare a vedere come nasce la mente e come nascono le aspettative che abbiamo nei confronti del mondo e delle altre persone. Ovviamente, significa guardare ai bambini.

Già da neonati cerchiamo di essere compresi nel nostro intimo psicologico comunicando con chi si prende cura di noi attraverso un ricco repertorio di segnali non verbali. Il fatto che la comunicazione avvenga senza il ricorso alle parole non sembra rappresentare un problema: i neonati infatti riescono molto bene a farsi capire e a sentirsi capiti (o non capiti) dagli adulti.

Le prime interazioni infantili sono fondamentali per ogni aspetto del successivo sviluppo del bambino e concorrono a formare quella che sarà la sua struttura psichica e la sua personalità.

Si verifica un momento particolare basato sulla condivisione della reciproca esperienza soggettiva tra madre e bambino che permette a entrambi di entrare in contatto psicologico. Questo contatto, chiamato sintonizzazione affettiva, porta i partecipanti alla relazione ad essere sintonizzati l’uno sull’altro e a riplasmare ciascuno il proprio stato soggettivo, convalidandolo o invalidandolo.

Stern e il gruppo di ricerca Boston Change Process Study Group hanno condotto studi microanalitici sia sulla coppia madre-bambino che su quelli terapeuta-paziente. Si tratta di studi osservativi molto accurati, basati sull’analisi del comportamento per mezzo di videoregistrazioni che utilizzano una risoluzione temporale assai ridotta, anche inferiore al secondo.

Da questi studi è emerso che gli stessi processi di sintonizzazione affettiva, tipici della relazione madre-bambino, si verificano anche nei momenti più critici della relazione terapeuta-paziente, confermando così l’idea che anche in psicoterapia i processi di cambiamento psichico nel paziente si verificano principalmente nel contesto della comunicazione non verbale.

Secondo Stern e collaboratori, i processi di regolazione emotiva reciproca tra paziente e terapeuta avverrebbero in larga misura attraverso la qualità del suono degli scambi vocali raggiungendo nelle sintonizzazioni affettive il più alto grado di condivisione possibile all’interno di una relazione diadica.

In questi momenti è possibile osservare tra i partecipanti l’espressione e la compartecipazione di particolari affetti vitali, ovvero qualità dell’esperienza definiti in termini dinamici e cinetici; ad esempio esplosione, crescendo, ondata, intermittenza ecc. (per una maggiore definizione degli affetti vitali rimando al mio precedente articolo “Cosa ci emoziona tanto dei concerti? Daniel Stern e gli affetti vitali”).

Per fare un esempio, pensiamo alla sensazione di frustrazione o di sollievo che può attraversare la mente e il corpo in alcune circostanze. Queste emozioni possono avere un diverso profilo temporale e quindi un diverso affetto vitale manifestandosi con un aumento di intensità lentamente crescente, ad esempio un senso di sollievo che aumenta piano piano, oppure con un affetto vitale esplosivo, nel caso di una sensazione di frustrazione improvvisa che ci colpisce in maniera dirompente.

Attraverso la sintonizzazione affettiva degli affetti vitali possono verificarsi dei momenti di incontro, cioè dei momenti di condivisione particolarmente significativi dal punto di vista trasformativo che, solitamente, generano un profondo cambiamento nella storia dei partecipanti alla relazione.

Questo fenomeno, ovviamente, non è limitato agli ambiti di esperienza della psicoterapia o della relazione madre-bambino ma può verificarsi in vari altri ambiti della vita quotidiana.

In ogni caso però, si tratta dei momenti all’interno dei quali per noi è possibile cambiare, ovvero ridefinire noi stessi in funzione dell’altro. Si può assumere dunque che il processo che permette all’individuo adulto di cambiare non è così lontano da quello che porta alla formazione della struttura psichica del bambino.

Secondo i teorici dell’intersoggettività, la vita mentale dell’individuo evolve dal dialogo con un’altra mente. In assenza di patologie, la mente umana è per sua natura costantemente alla ricerca di altre persone con cui sintonizzarsi (cioè entrare in risonanza e condividere esperienze) e questo dialogo si basa sulla rilevazione di innumerevoli segnali non verbali che gli altri comunicano attraverso la postura, la qualità dei movimenti, l’espressione del volto, il tono della voce ecc. e che noi elaboriamo implicitamente.

Studiando a livello microanalitico come si verificano le sintonizzazioni affettive, Stern e collaboratori hanno trovato che esse avvengono principalmente attraverso la ricerca di corrispondenze a livello di intensità, forma e ritmo degli stimoli e dei comportamenti.

Si tratta quindi di aspetti legati alla qualità dei movimenti e delle azioni: non dimentichiamoci che anche parlare è un’azione e che la qualità del suono della voce riflette la qualità del movimento dell’apparato fonatorio.

Per inciso, intensità, ritmo, forma e movimento sono tutti aspetti che possono condurre ad un facile collegamento tra intersoggettività e ed esperienze artistiche come la musica e la danza, giusto?

Infatti è così; le performance artistiche di gruppo favoriscono il contatto intersoggettivo in quanto i partecipanti condividono in maniera molto precisa le caratteristiche dei propri movimenti ed assumono così che gli altri stiano condividendo più o meno le stesse sensazioni: ciò conferma il loro senso di identità.

Questo stesso processo comunicativo implicito avviene anche in psicoterapia ed in altre occasioni della vita quotidiana e rappresenta il punto di partenza per un possibile cambiamento. È su questi principi che si fondano le terapie non verbali corporeo-espressive come la danzaterapia o la musicoterapia.

La presenza di altri è importante perché quando vediamo che i nostri contenuti mentali vengono condivisi e riflessi da un’altra persona, tra noi e lei si crea una coscienza intersoggettiva in cui l’esperienza vissuta nel momento presente può diventare cosciente ed essere oggetto di ragionamento e verbalizzazioni.

All’interno di un rapporto con l’altro siamo facilitati nel diventare consapevoli della nostra esperienza soggettiva, aspetto fondamentale per ridefinire noi stessi e cambiare. Al di fuori di un tale rapporto e senza il riflesso dell’altra persona, questi processi rischiano di passare inosservati.

Ma alla fine, cosa significa cambiare? Per alcuni cambiare può significare guardare agli eventi della vita con una emotività diversa, ad esempio più contenuta o meno catastrofica. Per altri può significare essere finalmente se stessi, senza dover fingere per compiacere qualche presunta aspettativa.

Cambiare può significare smettere di recitare un ruolo, una parte, che magari in passato ci è servito molto assumere ma che ora non è più adeguata. Cambiare è anche smettere di porre i nostri bisogni insoddisfatti al centro di una relazione ed essere disposti invece ad accogliere quello che viene spontaneamente dall’altro e dal mondo.

Per altri invece, cambiare può significare imparare finalmente ad amare una persona e a lasciarsi amare da lei.

Probabilmente, nelle nostre vite non dovremmo mai smettere di cambiare ma questo sembra possibile solo se ci apriamo agli altri e se siamo disposti a condividere i nostri affetti, pensieri e sensazioni corporee. Come abbiamo visto, è un processo che, più che a parole, si realizza attraverso gli innumerevoli segnali della comunicazione non verbale.

Bibliografia:

Stern, D. Le interazioni madre-bambino. Raffaello Cortina Editore, 1998.

Stern, D. 2005: Il momento presente in psicoterapia e nella vita quotidiana, Raffaello Cortina Editore, Milano.

Boston Process of Change Study Group (1998). Non‐interpretive mechanisms in psychoanalytic therapy. The “something more” than interpretation. International Journal of Psycho‐Analysis, 79, 903–921.

Boston Process of Change Study Group (2002). Explicating the implicit: The local level and the microprocess of change in the analytic situation. International Journal of Psycho‐Analysis, 83, 1051–1062. https://doi.org/10.1516/B105‐35WV‐MM0Y‐NTAD

Boston Process of Change Study Group (2007). The foundational level of psychodynamic meaning: Implicit process in relation to conflict, defense and the dynamic unconscious. International Journal of Psycho‐Analysis, 88, 843–860. https://doi.org/10.1516/T2T4‐0X02‐6H21‐5475

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Lapo Attardo
Nasco a Milano nel novembre del 1985 e dopo una laurea in informatica a indirizzo musicale vengo attratto da quelle che saranno due mie grandissime passioni: la psicologia e la musicoterapia. Mi diplomo in canto presso i Civici Corsi di Jazz e mi formo in musicoterapia presso il Centro di Musicoterapia di Milano e il Dipartimento di Sanità Pubblica, Medicina Sperimentale e Forense dell'Università di Pavia. Nel mentre faccio diversi lavori: il cameriere, il maestro di musica con i bambini, l'educatore con utenti disabili; tutte grandi esperienze. Ora sto concludendo la formazione in Psicologia Clinica e Neuropsicologia, lavoro come musicoterapista presso strutture sanitarie lombarde e collaboro a progetti di ricerca scientifica sugli effetti della musica e della musicoterapia. La musica è ancora un divertimento e mi esibisco in eccentriche formazioni di musica vocale. Contatti: attardolapo@gmail.com

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