Nella psichedelica Hollywood si incrociano le frenetiche e problematiche vite di uomini e animali antropomorfi, in un’esistenziale disamina umana della sofferenza, dell’autodistruzione e del grottesco sistema dello showbiz:

questo è in sintesi BoJack Horseman, serie animata del 2014 distribuita su Netflix, già divenuta di culto fra i più incalliti bingewatcher di serie tv.

BoJack, un cavallo antropomorfo (che ormai conoscerete quantomeno in qualità di meme onnipresente sui social), è un attore dei ruggenti anni ’90, reso celebre dalla sit-com di successo Horsin’ Around ma ormai star decaduta e dimenticata. Nel pieno vortice di una depressione e di una profonda crisi di mezza età, passa le sue giornate fra gli eccessi dell’alcol, del sesso occasionale e delle droghe, travolgendo come una pestilenza le esistenze dei personaggi che entrano nella sua vita.

La serie, oltre ad essere cinicamente divertente e profondamente toccante, è un prodotto di animazione davvero notevole, in grado di smuovere profonde riflessioni non solo sullo star system (il terreno di cultura delle vicende narrate) ma sulla natura stessa delle relazioni umane. Ciò che più colpisce dell’opera è l’incredibile perizia con cui sono tratteggiati i personaggi, minuziosamente approfonditi e sagacemente scandagliati con grande spirito psicologico: la serie può essere letta, nell’ottica della caricatura, come un interessante campionario di psicopatologie, dipinte non solo nelle dinamiche attuali ma anche in quelle evolutive, ovvero a livello delle storie personali che hanno reso un personaggio quello che è.

In particolare BoJack, protagonista della serie, è uno splendido ed articolato ritratto del disturbo narcisistico di personalità, toccante nella sua ricchezza di dettagli emotivi e personali. L’analisi del personaggio (il più possibile spoiler free) rappresenta allora un interessante spunto per venire a conoscenza di un discusso e quanto mai attuale quadro patologico che molto spesso troviamo citato su internet o in televisione.

Nella letteratura psicologica, in particolare quella ad orientamento psicoanalitico, il concetto di “narcisismo” copre un orizzonte teorico vastissimo, che affonda le sue radici nell’omonimo mito ovidiano e giunge, in alcune speculazioni, a inglobare uno spettro quasi totale di patologia (cfr. Kohut e la psicologia del Sé).

Ai fini della trattazione corrente, possiamo limitarci a considerare la patologia narcisistica come una patologia del Sé (ovvero della personalità) radicata in un’antica e profonda alterazione relazionale con i genitori, che si esprime in un comportamento relazionale a sua volta ampiamente patologico. Questa alterazione del funzionamento può prendere molte forme, ma ci soffermeremo qui su quella forma definita in letteratura come “narcisista arrogante” (Ronningstam), “narcisista overt” (Cooper) o “narcisista inconsapevole” (Gabbard). Questa forma di narcisismo è quella descritta dal DSM-V, il manuale diagnostico di riferimento nella psichiatria mainstream, oltre che quella che più ricalca le caratteristiche di BoJack. L’utilizzo di un ritratto animato ci permetterà di dare corpo ad una diagnosi, come quella DSM, caratterizzata da grande astrazione e poca umanità.

Il DSM-V definisce il disturbo narcisistico di personalità come “un pattern pervasivo di grandiosità, necessità di ammirazione e mancanza di empatiacaratterizzato da arroganza, invidia, sfruttamento interpersonale, necessità di essere ammirati, assorbimento in fantasie di grandiosità, sentimento di specialità e superiorità. Un individuo ben poco raccomandabile dunque, un insensibile sfruttatore dal senso di onnipotenza. BoJack riesce perfettamente ad incarnare questi aspetti sintomatologici.

Nonostante la sua fama sia ormai decaduta da più di dieci anni, BoJack vive nell’illusione di essere ancora una grande star, benché ormai nessuno lo desideri più negli ambienti bene di Hollywoo. Costantemente coltiva una fantasia di grandezza smisurata, pensando alla sua biografia (scritta per lui dalla ghost writer Diane Nguyen) come ad un’opera di vitale importanza per l’umanità. Perché il suo delirio di onnipotenza rimanga inscalfitto da una realtà che lo vorrebbe ormai reietto, il disprezzo è l’unico sentimento in grado di provare per gli altri, percepiti come inferiori e indegni.

Non sa cosa sia l’amore: questo può solo essere pervertito in invidia per le persone che incarnano valori o doti che lui non può avere o che vivono una condizione di felicità da lui tanto agognata. L’interesse altrui, spesso forzato o dettato da secondi fini, è scambiato per ammirazione, e questa per amore: ma un uomo, un cavallo, così focalizzato su se stesso non può realisticamente amare nessuna persona al mondo.

Gli altri non sono per lui che strumenti, per i suoi scopi materiali o per il suo costante bisogno di ammirazione: Todd (Aaron Paul), un tenero ragazzotto tossicodipendente che vive sul suo divano, diventa allora il suo amico e compagno di trip, Mr Peanut Butter, labrador antropomorfo amico di vecchia data, rappresenta l’ultima spiaggia, la conoscenza su cui può sempre contare ma con cui non condivide alcun reale rapporto amicale.

Tutti questi personaggi sono relegati da BoJack ad un’ “esistenza satellite” (Kernberg), depauperati della loro individualità e percepiti al pari di paggetti. BoJack, pur di mantenersene la vicinanza, per timore di essere lasciato solo dal suo personale corteo di falsi adulatori, è disposto a sabotare ogni loro progetto che li porterebbe presumibilmente lontani da lui, a perseguire i propri scopi. Non c’è spazio per gli altrui desideri nella sua mente, troppo assorta nella sua insanabile sofferenza e il suo abissale senso di vuoto.

Da questo si può evincere come il comportamento spiccatamente arrogante ed esuberantemente pieno di sé tipico di BoJack (e della fenomenologia del disturbo stesso) non rappresenti altro che una difesa rigida e strutturata attorno ad una sofferenza vitale di una vastità sconfortante. Questo è un aspetto fondativo del personaggio e, in generale, della patologia narcisistica stessa, che proietta dietro di sé l’ombra lunga di un trauma antico. Un’antica mancanza di amore da parte di una famiglia fredda, distaccata, richiestiva, inaccudente.

Un padre svalutante, le cui orecchie equine sbucano a malapena da un giornale e dal fumo di sigaro, una madre severa e fredda, gelida come il ghiaccio e incapace di gratificare gli sforzi del piccolo BoJack, piccolo fragile cavallino nella sua tenuta da marinaretto. Neanche i modelli esterni alla famiglia possono essere da guida per il piccolo, ammaliato dal carisma di Secretariat, un cinico cavallo da corsa di fama internazionale che, in una corrispondenza privata, traumatizzerò definitivamente la sua infanzia con un messaggio di disperazione: la vita non ha senso alcuno, nulla può salvarci dall’insignificanza della nostra esistenza. Il suo suicidio di lì a poco rappresenta l’ultima goccia.

Queste premesse evolutive, struggentemente messe in scena nella serie, riescono a delineare un nucleo di sofferenza molto ben definito: un profondo senso di disvalore, di nullità che rappresenta il “difetto fondamentale” (Balint) per difendersi dal quale il narcisista non vede altra soluzione che ostentare un ipertrofico senso di sé, facendosi costantemente terra bruciata intorno ed affogando in un continuo circolo di dolore, di fronte al quale, tragicamente, l’alcol, le droghe, l’arroganza e l’egocentrismo sembrano le uniche soluzioni percorribili.

Il personaggio di BoJack Horseman, qui brevemente delineato, rappresenta allora un buon ritratto non solo della fenomenologia del disturbo, ma anche di quell’area primaria di sofferenza che lo caratterizza e ne costituisce la base di partenza, un nucleo di dolore che dovremmo sempre considerare nella valutazione clinica (e in generale relazionale) di questa tipologia umana.

BIBLIOGRAFIA

American Psychiatric Association. (2013). Diagnostic and statistical manual of mental disorders (DSM-5®). American Psychiatric Pub.

GABBARD, G. O. (2000), Psichiatria psicodinamica, Cortina, Milano

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Davide Parlato
Studio Psicologia Clinica, dello Sviluppo e Neuropsicologia presso l'Università di Milano-Bicocca (secondo anno) e nel frattempo mi sto formando in psicodiagnostica in un master presso lo Studio Associato di Psicologia Clinica A.R.P. (Milano). Scrivere mi appassiona, e dal 2013 mi occupo della linea editoriale con la redazione di Revolart, periodico online di informazione culturale (www.Revolart.it). Sono cofondatore del progetto Cultura Emotiva. Oltre alla Psicologia, all'Arte e alla Cultura sono un grande appassionato di musica: la chitarra, che suono da 9 anni, è un'importante parte della mia vita emotiva. Contatti: davide.parlato93@gmail.com

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