Cantare male

Il bisogno psicologico di esprimersi con l’arte

Il ballo è per i ballerini, la poesia per i poeti, la scrittura per gli scrittori, l’arte per gli artisti e la musica è dei musicisti, ma è davvero così?

Di certo quando i nostri antenati raffiguravano sulle caverne le battute di caccia, oppure quando le nostre nonne o bisnonne intonavano i canti delle mondine non si consideravano delle artiste nell’accezione attuale del termine.

L’arte intesa come mezzo espressivo e comunicativo dell’essere umano non è tanto una professione o una categoria sociale, quanto un bisogno psicologico di comunicare quello che siamo e quello proviamo in un modo diretto e immediato.

Infatti, nel momento stesso in cui viviamo un’esperienza artistica, noi “siamo quello che proviamo” e quello che comunichiamo in queste esperienze è profondamente diverso da ciò che possiamo esprimere a parole.

Nel corso degli anni la mia passione, forse perversa, per il canto e la musica mi ha spesso portato a cantare con persone sconosciute, incontrate una sera davanti una locale, dopo un concerto, ad una cena o a casa di amici e ho visto molti modi diversi di reagire ai miei inviti.

A volte i malcapitati sono stati coinvolti, prima con un po’ di imbarazzo e successivamente con molto divertimento, in balli, canoni e canzoni, altre volte invece sono stato respinto ed etichettato come un invasato nerd del coro, cosa che in effetti non si discosta poi tanto dalla realtà.

Tuttavia mi ha sempre colpito come alcuni di loro declinassero, pur educatamente, il mio invito. Spesso mi sono sentito dire “Cantare, io? Figuriamoci, sono stonato come una campana”. A parte il fatto che, fino a prova contraria, le campane sono abbastanza intonate, voglio dire, … le hanno costruite apposta così! Ma a parte gli scherzi, cosa significa essere stonati?

In realtà vi dirò che sono pochissime le persone definitivamente stonate; nella stragrande maggior parte dei casi si tratta di persone che non hanno avuto abbastanza esperienza dell’intonazione.

Mi spiego meglio. L’intonazione non è qualcosa che o si ha o non si ha, quanto il risultato di una serie di esperienze personali che hanno influito sulle nostre capacità nel corso dello sviluppo. Più abbiamo vissuto esperienze musicali, anche senza aver seguito studi particolari, più è probabile che saremmo spontaneamente capaci di intonare una melodia.

Vi assicuro che molte volte mi è capitato di sentir dire la frase “quando cantavo a scuola, la maestra mi diceva sempre che ero stonato e non c’era nulla da fare e quindi al saggio mi limitavo ad aprire e chiudere la bocca come un pesce”. A parte i terribili effetti psicologici che una cosa del genere può provocare in un bambino, c’è da dire che questa affermazione ha davvero poco o alcun fondamento.

Se una persona prova piacere ad ascoltare la musica, a ballare, ad andare a un concerto allora state sicuri che non c’è niente di irrimediabile in lei, ed il fatto che sia stonata è solo dovuto ad una mancanza di esperienza dell’intonazione.

Infatti, solo il 4% della popolazione è in realtà davvero del tutto incapace di intonare una melodia e in questi casi il deficit, purtroppo, non si limita a questo ma comprende anche l’impossibilità di provare piacere per la musica, di discriminare un brano dall’altro o di riconoscere di essere stonato o meno!

Questo deficit si chiama amusia e sembra associato a cause di ordine cerebrale che possono essere congenite o acquisite. Si tratta tecnicamente di un disordine di tipo neuropsicologico che nella sua forma “pura”, cioè in assenza di altri deficit, è assai rara mentre è più frequente che si manifesti in persone con altri disturbi del linguaggio, come afasia (disturbo della produzione e/o comprensione del linguaggio), alessia (disturbo nella lettura o nella comprensione di un testo) o agnosia (disturbo nel riconoscimento di oggetti e forme tra cui le parole).

Anche se il termine può fare un po’ paura, in realtà l’amusia non è così grave, al punto che molte vivono tranquillamente la propria vita semplicemente senza che la musica giochi un qualche ruolo nella loro quotidianità.

Pensate di essere amusici? Scopritelo! C’è un importante gruppo di ricerca internazionale di nome BRAMS (International Laboratory for Brain, Music and Sound Research) coordinato dalla McGill University e dall’Università di Montreal in Canada che ormai se ne occupa da qualche anno. Il gruppo coordinato da Isabelle Perezt ha messo a punto un test online che potete fare gratuitamente ed anzi, siete tutti invitati a fare in nome della ricerca scientifica! Ecco il link: http://www.brams.umontreal.ca/amusia-general/?lang=en.

A questo punto cosa possiamo dire in risposta alla frase “Catare io? Figuriamoci, sono stonato come una campana!”? Come prima cosa facciamo notare che le campane nascono intonate e poi suggeriamo questo semplice test! Ma a dirla tutta, forse ci sono altri buoni motivi per cui le persone evitano di cantare. Il primo, come abbiamo già detto, è che probabilmente hanno avuto poca esperienza dell’intonazione e quindi sono poco brave.

Il secondo invece riguarda l’aspetto forse più importante dell’espressione artistica ed in generale della comunicazione non verbale, ovvero il fatto che il contesto non verbale non consente “difese”.

Quando cantiamo infatti, tutto il nostro corpo sta vivendo quell’esperienza e in quel preciso momento siamo quello che proviamo.

Le nostre emozioni vengono inevitabilmente trasmesse agli altri dal nostro corpo, dalla nostra postura, dalla qualità dei nostri movimenti, dalla tensione dei nostri muscoli e quindi anche dal timbro della nostra voce.

Ciò avviene senza che ci sia possibile mascherare le emozioni o il nostro modo di viverle. Siamo sereni? Gli altri lo capiranno. Siamo tesi? Gli altri capiranno anche questo, seppur non sempre ad un livello consapevole.

È come se fossimo nudi sotto gli occhi di tutti, per questo è imbarazzante cantare, ci mancherebbe altro! Ma come spesso accade, con il tempo e con l’esperienza riusciamo a fare pace con questi timori, a non vergognarci più di noi stessi ed anzi, perché no, ad andarne fieri.

Tornando alla prima parte dell’articolo, diciamo pure che l’espressione artistica è di tutti e non solo degli artisti. Rinunciarvi significa privarsi della possibilità di emozionarsi e scoprire come gli altri si emozionano, nonché perdere una serie di interessanti esperienze interpersonali.

Lasciamo ai talent show il compito di spettacolarizzare l’arte e concediamo alle nostre esistenze i piaceri che l’espressione artistica può darci, qualunque sia il nostro livello, facciamolo per noi stessi senza temere il giudizio di qualcun altro.

 

Bibliografia:

Williamson VJ, Stewart L. Congenital amusia. Handb Clin Neurol. 2013;111:237-9. doi: 10.1016/B978-0-444-52891-9.00024-5.

CONDIVIDI
Articolo successivoE tu che musica parli? La musica e l’apprendimento verbale
Lapo Attardo
Nasco a Milano nel novembre del 1985 e dopo una laurea in informatica a indirizzo musicale vengo attratto da quelle che saranno due mie grandissime passioni: la psicologia e la musicoterapia. Mi diplomo in canto presso i Civici Corsi di Jazz e mi formo in musicoterapia presso il Centro di Musicoterapia di Milano e il Dipartimento di Sanità Pubblica, Medicina Sperimentale e Forense dell'Università di Pavia. Nel mentre faccio diversi lavori: il cameriere, il maestro di musica con i bambini, l'educatore con utenti disabili; tutte grandi esperienze. Ora sto concludendo la formazione in Psicologia Clinica e Neuropsicologia, lavoro come musicoterapista presso strutture sanitarie lombarde e collaboro a progetti di ricerca scientifica sugli effetti della musica e della musicoterapia. La musica è ancora un divertimento e mi esibisco in eccentriche formazioni di musica vocale. Contatti: attardolapo@gmail.com

2 COMMENTI

ADESSO COSA PENSI?