Premessa: lo scopo di questo articolo non è quello di fare un’analisi puntale su quei fattori che possono spingere una persona ad entrare nel tunnel della droga, ma di promuovere una riflessione intorno ad alcuni temi, scelti tenendo come punto di riferimento la canzone “Il cantico dei drogati” di De André, per affrontarli da un punto di vista un po’ più psicologico e raccontare quello che potrebbe essere il vissuto soggettivo di chi ci è passato, e quello che possono pensare alcune persone di loro.

“Il cantico dei drogati” è una delle mie canzoni preferite di De André forse perché, davvero, dà voce ad una persona che pur essendo viva, è arrivata al punto tale da non potersi più esprimere, di non poter condividere con altri la sua sofferenza e i suoi pensieri.

“Le parole che dico, non han più forma né accento, si trasformano i suoni in un sordo lamento”.

“E soprattutto chi, e perché mi ha messo al mondo, dove vivo la mia morte con un anticipo tremendo?”

Ho conosciuto delle persone che in passato avevano fatto uso di droghe pesanti e lì per lì neanche immaginavo potessero avere alle spalle una storia del genere. Non mi era sembrato strano che ogni tanto si perdessero nel loro mondo, non a me che lo faccio in continuazione, perché ho il vizio di pensare a troppe cose contemporaneamente. Non avevo pensato al fatto che la loro continua ricerca di stimoli potesse servire per colmare qualche vuoto.

Il modo in cui si presentavano era lontano da quello che era il mio immaginario di una persona che soffriva per la dipendenza da qualche sostanza. In qualche modo ho sentito che loro non fossero tanto diversi da me. Solo un po’ meno riflessivi e un po’ più estroversi, un po’ meno amanti della solitudine. Normali differenze tra esseri umani. Ancora adesso non faccio fatica ad immaginare che al mondo esistano persone che condividono la loro storia, ma con una personalità completamente diversa.

Mi sembra quasi assurdo pensare che se non avessero avuto la forza di fermarsi avrebbero avuto lo stesso destino della voce narrante di questa canzone, pensare che per loro tornare indietro sia facile come riaddormentarsi dopo aver spento la sveglia, ancora di più.

Li ho percepiti come simili a me, come simili a tante persone che ho conosciuto, ma quando per strada ho sentito commenti sui tossicodipendenti, la voce era quasi sempre quella del disprezzo. Mi verrebbe da dire che, nelle parole di alcuni, queste persone siano state deumanizzate.

La deumanizzazione è un processo che, secondo Allport, può essere definito come un tipo estremo di pregiudizio, che colpisce individui e gruppi posti al di fuori dell’orizzonte morale, un orizzonte che racchiude quelle persone considerate civili e meritevoli di attenzione e compassione.

Questo forse perché si è portati a pensare che prima di decidere di assumere droghe, queste persone non avessero nessun problema, niente di cui lamentarsi e che abbiano deciso di rovinarsi la vita per gioco, che si siano spinti troppo oltre.

“Mi citeran di monito a chi crede sia bello giocherellare a palla con il proprio cervello, cercando di lanciarlo oltre il confine stabilito, che qualcuno ha tracciato ai bordi dell’infinito”

Il fatto di “Superare le colonne d’Ercole” culturalmente può essere considerata una cosa punibile ma, in merito a questo superamento dei limiti, mi viene in mente una riflessione.

Uno dei fattori di rischio, che unito ad altri fattori, è stato rilevato alla base delle dipendenze, è proprio la crisi dell’autorevolezza e dell’autorità, che coinvolge la società. Se le figure autorevoli, come gli adulti nei confronti degli adolescenti, decidono di abdicare dal proprio ruolo e si convincono di non poter trasmettere valori alle nuove generazioni, ci sono due rischi: che proiettino su di loro le proprie aspettative e frustrazioni, senza dare ascolto al ragazzo; o che si accontentino di avere aspettative ridotte nei loro confronti, fino anche a cadere nel lassismo. Il pericolo derivante dal lassismo è l’assenza di conflitto, senza conflitto riuscire a diventare se stessi è un’impresa difficile.

Ogni persona, per sviluppare la propria identità, ha bisogno di limiti da sfidare e se questi limiti non ci sono è possibile li cerchi oltre, “ai bordi dell’infinito”. E se questa ricerca fosse l’espressione di un bisogno? Questa non vuole essere una giustificazione, ma una riflessione e una piccola provocazione. Una provocazione perché ho sempre pensato che i “folletti di vetro” di cui si parla all’inizio della canzone, non fossero frutto dell’immaginazione del tossicodipendente, ma che fossero una metafora per indicare tutti noi.

“Io che non vedo più che folletti di vetro, che mi spiano davanti, che mi ridono dietro”

La droga può essere deumanizzante, almeno noi cerchiamo di rimanere umani e di vedere l’essere umano oltre lo stereotipo. Rimanere umani non significa decidere di voler salvare tutte le persone che hanno questo genere di problemi, anche a costo di mettere a rischio l’amor proprio, restare umani vuol dire soltanto evitare di giudicare a priori le difficoltà di queste persone, riducendole ad un’unica grande categoria di gente che “se lo merita”.

Soffrire è necessario, ma nessuno merita di soffrire più del necessario.

RIFERIMENTI:

Volpato “La negazione dell’umanità: i percorsi della deumanizzazione” (2012). Rivista internazionale di psicologia e filosofia. DOI: 10.4453/rifp.2012.0009

La ricerca sui disturbi psichiatrici nei pazienti tossicodipendenti ed alcolisti, G. Gerra e F. Frati:  http://www.priory.com/ital/riviste/personalita/gerra.htm, consultato il 5/04/2017

Fabrizio De André “Il cantico dei drogati” 1968

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Federica Molteni
Piacere, Federica! Mi sono laureata in psicologia clinica presso l’Università di Milano Bicocca con una tesi riguardante la relazione tra varie forme di cyberbullismo sessuale, come lo slut shaming, e la cultura dello stupro sui social network. Nel 2016 ho trascorso sei mesi presso l’ISPA di Lisbona, periodo nel quale ho appreso la metodologia di stesura di un progetto di ricerca in ambito psicologico, scoprendo che la cosa mi interessa e mi motiva. Nel corso dell’ultimo anno, nel tempo libero, ho seguito un corso di improvvisazione teatrale ed ho scoperto che anche questa cosa mi piace e mi diverte. La quasi totalità delle esperienze di stage/volontariato ecc. che ho svolto sono state con i bambini. Lavorare con i bambini è sempre un piacere, ma in futuro vorrei operare (anche) con gli adulti. Ad oggi, mi piacerebbe poter mettere in piedi/partecipare a dei progetti che mirino ad ottenere un cambiamento sociale e migliorare le condizioni di vita dei partecipanti; in un futuro più lontano, invece, mi piacerebbe diventare una psicoterapeuta cognitivo comportamentale ed essere abilitata alla schema therapy. Contatti: f.molteni13@gmail.com

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