Fischia l’orecchio infuria l’acufene
Nella testa vuvuzela mica l’ukulele
La mia resistenza è quella zulu, cede
Se arriva Larsen te lo devi tenere.

È finalmente disponibile al pubblico l’ultima fatica di Michele Salvemini in arte Caparezza: Prisoner 907. L’album è in tutto e per tutto una vera “fatica” discografica, il prodotto artistico di un periodo di profondo disagio vissuto dal rapper di Molfetta, un sentimento di prigionia e di rassegnazione che permea i testi e le musiche di questo lavoro (a conti fatti molto più cupo e rassegnato dei precedenti) e che, a detta dello stesso artista, sembra essere emerso in corrispondenza con l’ingresso nella sua vita di un sintomo piuttosto fastidioso: l’Acufene.

Acufene altro non è che il nome scientifico del fischio all’orecchio. Non quello che senti dopo un concerto o dopo una notte in discoteca, ma quel fischio continuo, più o meno assordante, che si sviluppa almeno una volta nella vita in circa il 10% della popolazione adulta in presenza o in assenza di un qualche correlato organico che ne sia causa. Proprio così: nonostante in alcune circostanze vi sono motivi eziologici curabili alla base del fischio (come una lesione timpanica, un’infiammazione dell’orecchio medio, una malformazione vascolare, un’alterazione della masticazione o, alla peggio, una neoplasia auricolare), in molti casi l’acufene non sembra essere correlato ad alcuna alterazione di interesse medico. Ciononostante, la condizione reca un grandissimo disagio a chi la sperimenta, e risulta essere spesso correlata alla presenza di patologie psichiatriche quali depressione,  ansia o panico/ipocondria.

Ma come può un semplice fischio all’orecchio essere fonte di tanto disagio? Tutta la sofferenza che può esitare da una simile condizione è espressa alla perfezione nelle parole del brano Larsen, contenuto nell’album sopracitato. Parola di Caparezza:

So come ama Larsen e so com’è ammalarsene
So che significa stare in un cinema con la voglia di andarsene
Contro Larsen, l’arsenale
Non pensavo m’andasse male
Solo chi ce l’ha comprende quello che sento nel senso letterale

L’Acufene di Caparezza è verosimilmente dovuto alla sua carriera musicale: l’esposizione al volume elevato degli strumenti durante prove e concerti è spesso causa di questa condizione per molti musicisti. In questi casi, oltre al fastidio arrecato dal fischio, si aggiunge il vissuto di sofferenza di chi, vivendo con la musica o per la musica, teme di poter perdere l’udito, o comunque di cambiare radicalmente la qualità del proprio ascolto musicale. Ciò detto, il senso di disagio arrecato dal fischio può essere verosimilmente sperimentato anche da chi musica non fa, promuovendo timori di avere una qualche patologia o semplicemente snervando con la sua persistenza.

E poi non mi concentro, mi stanca
Sto invocando pietà, Larsen
Il suono del silenzio a me manca
Più che a Simon e Garfunkel

Spesso il senso di sopraffazione che prova chi sperimenta l’Acufene è accentuato da alcuni cambiamenti nel proprio stile di vita, quando ad esempio leggere diventa improvvisamente una tortura e figuriamoci studiare.

Oltre alle preoccupazioni nel quotidiano, la sintomatologia può trovare un terreno fertile per divenire ancora più insopportabile in persone con tratti ipocondriaci o ansiosi, che tendono a preoccuparsi di più per il loro stato di salute e pongono una maggiore attenzione ai propri sintomi fisici:

Mi rivolsi ad uno specialista
Che mi disse c’è una sola cura
Come prima cosa nella lista
Parla con l’orecchio, chiedi scusa
Poi compresse, flebo doppie
RM, ecodoppler
Ecodiete, ecatombe
Larsen indenne, era stalker
Credevano che fossi matto
Volevano portarmi dentro
Ho visto più medici in un anno
Che Firenze nel Rinascimento

Come potete notare, e ancora di più ascoltare, il brano di Caparezza si presta molto bene a contenere e ordinare la sfilza di emozioni e preoccupazioni che possono far dannare chi soffre di acufeni. Un senso di scoraggiamento che plausibilmente diviene sempre più insostenibile di fronte all’assenza di evidenze cliniche e all’incapacità dei medici di offrire delle opzioni terapeutiche. Di fatto, per migliorare la sintomatologia, sono presenti differenti piani di trattamento, diversi a seconda dalla causa eziologica più plausibile individuata o delle caratteristiche del soggetto.

Quindi, a chi cominciassero a fischiare le orecchie, il consiglio da dare è sempre quello di fare una visitina all’otorino di fiducia, giusto per escludere cause organiche e sedare preoccupazioni ipocondriache del tutto plausibili in questa circostanza. Il medico, a seconda della valutazione, potrà proporre differenti trattamenti, con integratori, antibiotici (quando si ipotizza una causa nell’orecchio medio) o byte notturni (quando si ipotizza una possibile alterazione dell’articolazione mandibolare).

Ma quando l’origine organica è escludibile o comunque il trattamento medico non sortisce effetto, che fare? Non occorre disperarsi, la propositività e il coraggio in queste situazioni rappresentano armi incredibili per riuscire a far fronte a disagi che di per sé sembrano insormontabili. Qualche consiglio dalla psicologia inoltre potrebbe fare al caso vostro.

In primis, è opportuno ricordare che il silenzio assoluto non esiste in natura. Questo perché il nostro corpo non è silenzioso. Un’esperienza interessante da fare, in tal senso, è entrare in una camera insonorizzata o in un luogo sotterraneo lontano dalle fonti di rumore: vi renderete conto, anche se non avete fischi alle orecchie, di avere un corpo estremamente rumoroso – meteorismo a parte.

Il sangue che pulsa nelle vene vicino al meato acustico può di fatto “suonare” come un fischio, l’articolazione temporo-mandibolare può sfrigolare come una vecchia porta, e notare come queste condizioni siano del tutto fisiologiche – quindi si può star sereni.

Alcune persone tendono a fissarsi molto di più delle altre su possibili scricchiolii o rumorini del corpo, avendo un’attenzione focalizzata verso possibili sintomi di malattia. Si può notare come nella percezione degli acufeni giochi un ruolo chiave l’attenzione, che può essere stornata dal fischio in diversi modi:

  • esistono particolari tracce sonore (composte da suoni acuti) il cui ascolto viene consigliato a questa popolazione di pazienti, che permettono un’abituazione dell’orecchio ai suoni acuti finché il cervello impara automaticamente a stornare l’attenzione dai fischi;
  • distraetevi: so che può sembrare un consiglio stupido, ma è il consiglio migliore da dare a chi rimugina ossessivamente su un qualcosa, che sia un segnale del corpo piuttosto che un pensiero. Ascoltate spesso la musica, canticchiate sotto la doccia, non state mai in una stanza in silenzio, e alla fine il famigerato “suono del silenzio” non vi verrà più a mancare, in quanto non esistente;
  • alcune tecniche mutuate dalla Mindfulness, soprattutto per ciò che concerne lo spostamento volontario dell’attenzione, possono essere utili: ad esempio imparare a dirottare volontariamente l’attenzione fuori dal fischio, su altri suoni, oppure sul fischio stesso – può sembrare controintuitivo ma spesso i pensieri o i sintomi più insopportabili sono quelli più temuti, e la paura è una cattiva consigliera; sempre meglio imparare a guardarli in faccia per accettarli e capire che non ci possono fare del male;
  • “se arriva Larsen te lo devi tenere”: parafrasando Caparezza – Accettazione. Parola d’ordine in questi casi, fondamento di alcune terapie studiate per i disturbi di natura ossessiva e ansiosa (es. ACT – Acceptance and Commitment Therapy), l’accettazione apre la strada alla serenità, prevenendo lo sperimentare di un senso di sopraffazione che spesso si rivela prodromico di stati depressivi. Accettare è il passo più difficile, ultimo passaggio dopo una lunga serie di sforzi di natura cognitiva ed emotiva. Provare a ripetersi “Lo Accetto” (anche senza chiedere scusa all’orecchio, come è stato suggerito al Capa) può essere una buona partenza. Dare un nome al proprio disagio come ha fatto Caparezza (“Larsen”) è un altro bel trucco per imparare a conviverci senza farci la guerra.

Il disagio, anche se costante, non sempre si rivela così deleterio. Si pensi, in ultima analisi, alla grande idea di Caparezza di scrivere un album incentrato su questo disagio e un intero pezzo incentrato su un sintomo: se ci si pensa è quasi un unicum nella discografia italiana (se si considera Cuore Matto di Little Tony al di fuori del contesto cardiologico). Ecco, questo è un bell’esempio di risposta positiva al malessere: in termini psicoanalitici, una difesa matura contro l’angoscia basata su una creativa combinazione di sublimazione artistica della sofferenza e di tanto umorismo. Il rap di Caparezza, nelle stesse parole dell’artista nel brano Forever Jung, funziona un po’ come una psicoanalisi, dal potere rassicurante e curativo.

Ecco allora un altro bel consiglio per affrontare i vostri fischi. E, in conclusione, un altro merito di questo album, che si propone non solo come divertente ed emozionante opera musicale, ma anche come una voce con cui poter confrontare i propri disagi.

Soprattutto per chi fa le conoscenze, suo malgrado, di Larsen.

2 COMMENTI

    • Grazie Edoardo. Ci fa molto piacere ti senta riflesso nell’articolo e che ti sia piaciuto.
      In bocca al lupo per tutto!

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