Nell’articolo precedente abbiamo decostruito alcune false argomentazioni riguardo il caso del “piccolo Charlie” e spiegato perché la definizione “classica” di morte non è più accettabile oggigiorno.

Ora invece approfondiremo le motivazioni che a sostegno della decisione dei medici di “staccare la spina” al “piccolo Charlie”.

Il problema che abbiamo incontrato nell’articolo precedente con Giacomo in coma ci porta alla definizione “moderna” di morte, la morte celebrale. Questa definizione è alla base delle motivazioni usate anche nel caso del “piccolo Charlie”.

  Essa consiste nell’affermare che: “la morte cerebrale di qualcuno coincide con la morte di quella stessa persona”. Questa è la definizione che viene attualmente usata in medicina e più in generale nel mondo scientifico e filosofico per la morte.

Nei successivi paragrafi spiegherò come e perché questa definizione sia stata adottata e come è stata difesa nei confronti delle critiche che le sono state mosse contro.

Una delle prime argomentazioni che possono essere mosse contro questa definizione è il fatto che questa definizione sposta il problema nel definire la morte ma non lo risolve ad un livello ontologico.

In realtà tra le due definizioni esiste una sostanziale differenza, anche a livello ontologico, vediamo ora perché.

  Essa non è un semplice ridefinizione dei parametri tecnici di rilevamento dello “stato di morte” ma bensì una riconcettualizzazione della morte di per sé.

In altre parole, non abbiamo semplicemente cambiato il parametro da valutare, prima se il pulsossimetro rivela il battito cardiaco e dopo se l’EEG rivela attività celebrale nelle aree superiori della corteccia celebrale, ma bensì che cosa vuol dire essere morti.

  Il punto di partenza della morte celebrale è che per poter affermare che qualcuno è vivo (e quindi non è morto) vuol dire principalmente affermare che quel qualcuno è ancora vivo e che quel qualcuno è ancora la stessa persona.

Lo so, potrebbe sembrare ovvio e tautologico ma non lo è. Continuiamo con l’esempio del nostro povero Giacomo e riparafrasiamo questa tesi in una forma più estesa. Se stabiliamo che il nostro paziente, anche se ancora vivo, non è più Giacomo, e che nessun altro è Giacomo (casi di omonimia esclusi), allora possiamo affermare che Giacomo non esiste più, e quindi è morto.

  Come abbiamo visto prima nel caso del coma, il corpo di Giacomo era ancora vivo, ma non c’era più nessun Giacomo ad abitarlo quindi Giacomo è morto. Ok, fin qui tutto liscio, ma perché bisogna sottolineare anche che nessun altro è Giacomo?

Facciamo un altro esempio, il nostro caro Giacomo questa volta invece che andare in coma profondo viene trovato decapitato in mezzo alla strada. Siamo all’obitorio per l’identificazione del corpo e non abbiamo dubbi, Giacomo ha un pacchianissimo e gigantesco tatuaggio sul corpo e ci disperiamo tra le lacrime quando improvvisamente la porta si apre e sentiamo Giacomo chiamarci.

Ci giriamo di scatto e troviamo un robot con la testa di Giacomo nella formalina che ci dice di stare tranquilli e che sta bene, è solo un po’ arrugginito. Lo so potrebbe sembrare fantascienza spiccia alla Futurama ma entro la fine del 2017 è previsto un trapianto di testa in Russia, e questa miei cari non è fantascienza (per quanto sembri comunque uscito da un romanzo di Mery Shelley).

Ma perché in questo caso però, non ce la sentiremmo di dire che Giacomo è morto? Questa è una situazione diametralmente opposta a quella del coma, il nostro caro “Giacomo” è stato preservato ma il corpo? Senza un corpo si può essere vivi?

Qui si entra nel vivo di una disputa che in realtà è vecchio come Cartesio ma che l’operazione alla Frankenstein ha riportato in auge (pur non essendo in realtà mai morto come dibattito). Da una parte troviamo i “mentalist” alla Cartesio mentre dall’altra i sostenitori della“body continuity”.

Un famoso sostenitore della posizione mentalista

Vi assicuro che all’interno della neurofilosofia è un dibattito più acceso di Avenger Civil War.

Non vi so dire se sia possibile, vi posso però dire che ci stanno provando e che c’è pure il film con Jhonny Deep.

 

 

 

 

 

  Sul versante opposto troviamo invece i sostenitori della “body continuity” che credono che la mente sia necessariamente connessa al corpo e che non sia scindibile da esso. Ma cosa intendiamo esattamente per corpo? E cosa c’entra la continuità?

un famoso sostenitore della body continuity

Per quanto riguarda la continuità? Perché è così importante? Partiamo da un grande classico della filosofia: la nave di Teseo. Il nostro eroe se la viaggiava in lungo e in largo per il mediterraneo con la sua bella barchetta, che però si rompeva ogni due per tre manco fosse fatta in Cina.

Ad un certo punto, pezzo dopo pezzo, tutte le parti della nave sono state sostituite, possiamo dire allora che sia la stessa nave? Si ma ad una condizione: che ci sia continuità temporale tra ogni cambio di stato dell’entità considerata. Ovvero che sai spiegare come e perché ogni pezzo è stato cambiato. Altrimenti potrebbe essere un’altra nave o… un’altra mente per ritornare in argomento.

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Giacomo Tartaro
Da quando sono maggiorenne presto volontario come soccorritore presso l'associazione di pronto intervento Croce d'Oro Milano. Per dieci anni sono stato bassista di una band blues-rock, gli Old News e per cinque presidente di una associazione culturale senza fini di lucro, la GNU Sound. Dopo aver conseguito una laurea in scienze e tecniche psicologiche presso l'università statale di Milano-Bicocca, dove ero noto con il patronimico "ilfigliodidueterapeuti", mi sono trasferito in Australia dove ho svolto svariati lavori, principalmente il bar-tender, e migliorato il mio inglese. Attualmente sono in Olanda dove sto perseguendo un master in neurolinguistica presso la Radbout University of Nijmegen. Contatti: tartagnan91@hotmail.it

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