Chi siamo noi?

Eppure la linea di confine tra i due termini sembra essere abbastanza labile. La divisione fra tutto bene e tutto male è sempre una divisione artificiosa. Il giudizio sulla moralità delle azioni umane non può che peccare della posizione dell’osservatore. La differenza è stare dalla parte del gruppo di appartenenza o stare dalla parte degli altri. Perché si sa: noi siamo i buoni – noi siamo sempre i buoni- loro i cattivi. Minano la nostra salute, minacciano le nostre famiglie, distruggono la nostra pace. La ricerca psicologica è la prima a sottolineare questo forte legame esistente fra comportamenti pro-sociali ed aggressività. L’uso della violenza sembrerebbe essere il rovescio della medaglia del senso di appartenenza alla comunità e quindi, in ultima analisi, della necessità di difendere il proprio gruppo.

Diversi ricercatori di psicologia sociale hanno analizzato come il comportamento degli individui cambi se questi si relazionano ad altri soggetti facenti parte di uno stesso gruppo di identificazione piuttosto che di un gruppo esterno percepito come diverso. Con la sua Teoria dell’identità sociale, Henri Tajfel, negli anni ’70, è stato il primo a sottolineare come il concetto di gruppo sia fondamentale nel determinare il comportamento umano. Nel suo famoso esperimento sui gruppi minimali, Tajfel suddivideva in maniera completamente casuale ed arbitraria (sulla base di variabili superficiali, come la preferenza per un determinato artista piuttosto che un altro, ad esempio) i suoi soggetti sperimentali in due gruppi, per poi studiarne i comportamenti intra- e inter-group. Spontaneamente ed in pochissimo tempo, i soggetti assegnati ad uno stesso gruppo iniziavano ad auto-percepirsi come un’entità coesa, diversa, migliore e contrapposta all’altro gruppo. Coerentemente, i membri dello stesso gruppo venivano subito genericamente preferiti rispetto ai membri dell’altro. C’è perciò una naturale tendenza nell’uomo di concepirsi come parte di una comunità, che viene preferita e contrapposta alle altre; tendenza che si manifesta anche quando il fattore di coesione è di per sé superficiale, temporaneo, e poco significativo.

Più recentemente, alcuni ricercatori hanno ampliato il tema di studio usando dei prototipi di giochi economici a computer. Ai soggetti veniva riferito di essere stati inseriti all’interno di un determinato gruppo di giocatori in competizione con un gruppo avversario. Il gioco consisteva nel vendere e comparare diversi oggetti, che avrebbero portato ad un guadagno (o ad una spesa) personale, e ad un corrispettivo guadagno (o spesa) collettivo al proprio gruppo di appartenenza. Anche in questo caso, il solo fatto di essere stati inseriti all’interno di un gruppo portava i giocatori a cercare di favorire gli altri membri dello stesso gruppo, e al contrario di sfavorire i giocatori facenti parte del gruppo avversario. Ma non solo, se posti davanti al dilemma di dover scegliere fra aumentare il proprio guadagno personale o quello collettivo, molti giocatori si dimostravano propensi al sacrificio personale a favore del beneficio collettivo dell’intero gruppo di appartenenza (Balliet, Wu & De Dreu, 2014).

I dati di ricerca sembrano quindi confermare, in diversi ambiti, l’esistenza di una relazione fra coesione intra-group e competizione inter-group. Se da un lato il sentimento di gruppo porta a comportamenti pro-sociali per il beneficio dei propri simili, dall’altra parte, il senso di appartenenza ad un determinato gruppo si concretizza in comportamenti violenti ed aggressivi verso chi viene percepito come opposto, esterno. Chi da un lato verrà visto come un eroe, dall’altro sarò solo un aggressore. L’ambivalenza fra bene e male, giusto e sbagliato, eroe e terrorista dipende solo dal soggetto della frase: noi o loro? Chi è il cattivo?

Bibliografia

Tajfel, H. (1970). Experiments in intergroup discrimination. Scientific American, 223(5), 96-102.

Balliet, D., Wu, J., & De Dreu, C. K. (2014). Ingroup favoritism in cooperation: A meta-analysis. Psychological Bulletin, 140(6), 1556.

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Sofia Sacchetti
Sono psicologa abilitata in Lombardia, ed esercito la professione come libero professionista. Mi sono laureata in Psicologia Clinica a Pavia e in Research applied to Psychopathology presso l’Università di Maastricht, unendo nella mia formazione l’amore per la pratica clinica e la spinta verso la ricerca. La mia principale area di studio sono i disordini alimentari, tematica che ho incontrato e approfondito in tesi magistrale, sotto la guida del professor Massimo Recalcati, e durante diversi tirocini: in Olanda, con il team di Anita Jansen, e a Londra presso l’unità psicoanalitica di Peter Fonagy. Attualmente mi sto specializzando come psicoterapeuta a stampo psicoanalitico, e sto portando avanti un dottorato di ricerca sul tema della percezione del corpo nei disordini alimentari. Mi occupo di consultazioni e di interventi psicologici rivolti ad Adulti e Adolescenti. Negli ultimi anni ho svolto percorsi di supporto psicologico presso il consultorio del Women Health Information and Support Centre, e presso una Struttura Residenziale Psichiatrica Terapeutico-Riabilitativa. Ricevo privatamente a Milano, ma svolgo anche percorsi online a distanza. Per contattarmi: v.s.sacchetti@gmail.com

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