Mi permetto di riprendere il tema delle vaccinazioni. L’ultima volta che ne ho parlato mi sono addentrata in un campo che aveva a che fare con la cronaca e con la medicina, e in misura molto ridotta con la psicologia. L’intento, infatti, era solo quello di raccontare una pagina del passato.

Adesso vorrei cambiare punto di vista, entrare nella dimensione del “può essere” e cercare di capire, per l’appunto, quale possa essere il vissuto soggettivo degli operatori della salute di fronte alla sfiducia nella scienza. Credo che ciò sia rilevante sia per il loro benessere, sia per quanto riguarda gli effetti che questa dimensione potrebbe avere nella relazione con i genitori.

Mi sono spulciata diverse pagine Facebook pro o contro i vaccini e l’ho fatto più che altro per leggere i commenti e farmi un’idea grossolana di che aria si respirasse. Il dolore, ad alcuni, fa dire cose impensabili. Alcuni genitori hanno augurato a chi sosteneva l’importanza del vaccino di avere dei figli autistici, altri hanno detto che i medici sono tutti venduti, che si devono vergognare e altre cose poco edificanti.

Per qualcuno di loro sarà stata semplice cattiveria, per altri l’eco della disperazione, il bisogno di prendersela con qualcuno. Per quanto, soprattutto alcuni tipi di affermazioni, non siano giustificabili, il dolore non può essere sbagliato. Il sentimento è una cosa legittima.

Ma che dire dei sentimenti degli esperti? Di quelli che hanno studiato per anni, che lavorano nel campo e nutrono la ricerca, quelle creature mistiche fatte di tecnica e conoscenza. Quali possono essere le loro reazioni ad un atteggiamento del genere?

Qualcuno, di fronte ad un comportamento ostile e provocatorio, potrebbe sviluppare qualcosa di simile a quella forma di controtransfert, che di solito può verificarsi nel corso di una terapia psicologica, chiamata da Winnicott “odio obiettivo”, ossia una naturale reazione al comportamento irritante del paziente. Qualcosa di controllabile se ne viene preso atto, e che può non inficiare la relazione con i clienti.

Probabilmente se raccogliessimo delle statistiche, inoltre, scopriremmo che coloro che hanno una posizione così strettamente oppositiva ed aggressiva nei confronti della scienza sono una netta minoranza, mentre gli altri saranno persone che desiderano solo pace e risposte. Il rischio di credere, però, che siano una maggioranza c’è ed è dovuto ad un’euristica, cioè un errore del pensiero, già citata da una mia collega nel suo articolo sui vaccini, cioè l’euristica della disponibilità.

Ricordiamo che l’euristica della disponibilità spinge a sovrastimare la frequenza di qualcosa in base all’impatto emotivo che il ricordo di quel qualcosa ha su di noi. Se dovessi usare me stessa come strumento per comprendere quali possano essere le reazioni emozionali di un operatore della salute di fronte ad un’affermazione come “a te che cerchi di convincermi a vaccinare i miei bambini, auguro un figlio autistico”, dedurrei che queste parole possano avere un impatto emotivo molto forte, e che ci sia il rischio, a fronte di ciò, di utilizzare l’euristica della disponibilità.

A lungo termine questa situazione potrebbe creare un terreno poco fertile per la comunicazione.  Quanti medici decidono di intraprendere questa carriera perché la loro aspirazione più grande è salvare delle vite? Quanti di loro, adesso, si sentono dare degli sciacalli, che in realtà vogliono il male delle persone? Quanto possono fare male queste parole a chi davvero voleva il bene del prossimo? Tenendo conto del rischio di sovrastimare questa situazione, probabilmente la risposta all’ultima domanda è tanto.

I medici che hanno il compito di informare le persone riguardo le vaccinazioni, in questo caso, si fanno carico di un mandato che, in larga parte, è la comunicazione stessa. Il fatto di non riuscire nel loro intento può essere frustrante. Secondo la teoria frustrazione-aggressività, ideata negli anni ’30 dal gruppo di Yale, la frustrazione sfocia sempre in un comportamento aggressivo. Oggi sappiamo che non è così, ma ci sono dei fattori facilitanti, come indizi aggressivi (Berkowitz) e senso di ingiustizia (Harris).

Espressioni come quelle usate da alcune persone potrebbero essere interpretate come indizi aggressivi e la situazione, in generale, potrebbe essere percepita come ingiusta. Questo vuol dire che i loro sentimenti sfoceranno in franchi atti aggressivi? Che lo stetoscopio diventerà un’arma da guerra? Assolutamente no.

Potremmo analizzare questa situazione tramite la teoria dei sistemi di Bronfenbrenner. C’è un macrosistema, costituito dal contesto culturale, in cui tutto può essere detto e niente può essere davvero negato, perché anche qualora lo fosse, ciò sarebbe il risultato di un complotto. Prendiamo la lente di ingrandimento e cerchiamo, al suo interno, tre sistemi più piccoli. Abbiamo bisogno di una famiglia, di operatori della salute che curino direttamente la relazione con le famiglie e di qualcuno che screditi con convinzione quanto viene detto dai medici.

Ora che li abbiamo trovati facciamo un piccolo esperimento mentale. La famiglia, confusa e spaventata, va a parlare con gli operatori della salute, i quali si sono sentiti screditare in ogni modo, che percepiscono le critiche alla propria categoria come ingiuste e ora si sentono stanchi e frustrati.

La famiglia mostra il proprio scetticismo e i medici, abituati a sentire dei commenti aggressivi nei propri confronti, reagiscono dando una risposta tecnica e anche, non volontariamente, mostrando un po’ di risentimento. La famiglia, però, aveva solo bisogno di comprensione e accoglienza, e torna a casa più sofferente di prima.

Dopo qualche giorno trova accoglienza, ma da qualcun altro, che, non essendo sotto attacco, non ha difficoltà a mostrarsi dolce e comprensivo: coloro che danno contro ai medici. La famiglia è lusingata da questo atteggiamento protettivo e si lascia convincere dalle loro parole. I medici con cui la famiglia aveva parlato lo scoprono e i loro sentimenti di inadeguatezza aumentano, provocandogli ancora più dolore. Nella nostra mente abbiamo appena costruito un circolo vizioso fatto di dubbi e sofferenze, in cui una frustrazione dovuta al fallimento nella comunicazione, porta ad altri fallimenti comunicativi e ad altra frustrazione.

Nessuno ne esce vincitore, tranne forse chi, pensando di essere nel giusto o per tornaconto personale, scredita l’operato dei medici. Il resto è un sospiro di rassegnazione, abbandonato alla fine di cascate di discorsi che cadono nel vuoto.

Per rompere questa catena di incertezze e sofferenze, forse, un primo passo potrebbe essere quello di dare ascolto agli operatori della salute in generale, e ai medici in particolare. Prendere atto di questo fattore di rischio e verificare che la trama che ci siamo appena immaginati non sia reale, perché se per qualcuno lo fosse sarebbe necessario intervenire, ascoltare, accogliere, e ovviamente pensare a dei progetti più elaborati per tutelare tutti quanti.

Referenze:

Gabbard, G. O, (2000). Psichiatria psicodinamica. Cortina, Milano.

Varin Dario, (2005). Ecologia dello sviluppo e individualità. Cortina, Milano.

Adele Bianchi, Parisio Di Giovanni, (2007). La ricerca socio-psicopedagogica. Temi, metodi, problemi.

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Federica Molteni
Piacere, Federica! Studio psicologia clinica presso l’Università di Milano Bicocca, in cui ho conseguito anche la laurea triennale, con una tesi sulle lingue dei segni. Nel 2016 ho avuto l’opportunità di passare sei mesi a Lisbona e di frequentare l’ISPA come studentessa Erasmus. Ho sempre creduto che la mia passione più grande, insieme alla psicologia, fosse la scrittura, ma la conoscenza di noi stessi passa anche attraverso l’Altro e, parlando con i miei amici, mi sono resa conto di quanto mi piaccia spiegare (e usarli come cavie, ndr). L’amore per la psicologia, la scrittura e gli “spiegoni” mi sembrano tre ottimi motivi per partecipare con entusiasmo al progetto di Cultura Emotiva. In futuro vorrei diventare psicoterapeuta cognitivo comportamentale ed essere abilitata alla schema therapy, ma sono golosa e mi piacerebbe anche assaggiare esperienze diverse da quelle che credo di volere, del resto “ci vuole tutta la vita per imparare a vivere” (Seneca, De brevitate vitae). Contatti: f.molteni13@gmail.com

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