Era il 16 luglio del 2007 e a Milano, come ogni estate, faceva caldo. A dir la verità, però, quella sera non si stava così male, doveva esserci un po’ di vento. L’Arena Civica della città, immersa nel Parco Sempione, era gremita di una folla trepidante per il concerto di Patty Smith ed io ero lì. Non che conoscessi particolarmente Patty Smith e non sapevo bene cosa aspettarmi ma era pur sempre un’occasione. Senza neanche farsi aspettare troppo, esce la band e poi Lei. Vi assicuro, la prima impressione non è stata affatto positiva, mi sono detto qualcosa come “oddio ma guarda questa signora anziana come va in giro!”.

Ragazzi, era vestita rock, certo, con dei jeans e una maglietta ma sul quel corpo magro e con quei capelli lunghi di certo non più giovani, trovavo tutto un po’ strano, quasi fuori luogo. C’era un che di trasandato. Beh, che dire? Il concerto inizia e non conoscevo i brani ma pian pianino la mia impressione su di lei cambia, eccome. Dopo ogni canzone ero sempre più coinvolto e sentivo dentro di me crescere qualcosa, ero emozionato, mi sentivo vicino a lei. Iniziavo a muovermi sempre di più guidato dal ritmo della musica e dall’esplosione della sua voce.

Verso la fine del concerto, dopo brani come “People have power” e “Because the night” era come se le volessi bene. Il pensiero che il concerto finisse e che la magia di quella notte svanisse nel nulla mi lasciavano un seno di vuoto.

Ma com’è possibile? In che modo quella signora di 60 anni che di primo acchito non mi aveva certo conquistato, era riuscita a rubarmi il cuore? All’epoca già suonavo in una band hard-rock, ci chiamavamo gli Idol, ma le risposte a queste domande sono arrivate solo alcuni anni dopo. In queste righe ne condividerò alcune con voi. Sembrerà strano ma per capirci bene, dobbiamo per un momento lasciare Patty Smith, il rock e i palcoscenici per pensare ai neonati.

Si avete capito bene, a quelle piccole creature che non parlano, non capiscono la nostra lingua ma caspita se hanno delle emozioni, e come sono in grado di percepirle negli altri ed esprimerle! Partiamo da questo assunto: un neonato non capirà che siamo disponibili e sereni nei suoi confronti da quello che gli diciamo né da quello che facciamo per lui ma dal come lo facciamo.

Sì, è il “come” che fa davvero la differenza piuttosto che il “cosa” facciamo. Possiamo prenderci cura di lui nel migliore dei modi, nutrendolo, pulendolo, intrattenendolo ecc. ma le nostre emozioni, i nostri stati affettivi interni non mentono e inevitabilmente gli vengono comunicati attraverso la qualità di ogni nostro gesto. Il bambino, che non conosce il linguaggio, i costumi e le tradizioni culturali, né capisce per forza lo scopo delle azioni che vede e che lo riguardano, ha solo un modo per capire chi ha davanti, come funziona il mondo e come deve comportarsi per avere quello di cui ha bisogno: percepire la qualità dei gesti e delle azioni altrui nei suoi confronti. Ogni volta che la mamma lo cambia, lo lava o gioca con lui, il neonato capisce dalla qualità dei suoi gesti, da come lo tiene in mano, dalla fretta o dall’amorevolezza dei suoi movimenti se ella è in quel momento disponibile, allegra, attenta oppure agitata, ansiosa o depressa.

L’interazione tra madre e bambino è stata studiata da molti ricercatori, fino a consolidarsi negli anni ottanta in un filone di ricerche chiamato Infant Research, di cui lo psichiatra e psicoanalista Daniel Stern è senz’altro uno degli esponenti più autorevoli. Stern sostiene che in ogni gesto che compiano venga veicolato un affetto vitale. Gli affetti vitali non sono propriamente delle emozioni in senso tradizionale (gioia, sorpresa, rabbia, tristezza ecc.) quanto piuttosto forme del sentire che esprimo il modo in cui un sentimento viene esperito, qualunque esso sia. Alla base di queste forme del sentire ci sono diversi profili di attivazione, come un profilo “esplosivo” oppure “decrescente” o ancora “intermittente”. Questi affetti vitali esprimono il modo in cui viviamo il nostro mondo emotivo interno e si riflettono nella qualità di ogni nostro movimento. Nei giochi con i neonati questi profili di attivazione possono essere molto evidenti e tradursi, per esempio, in un riso “esplosivo” da parte del bambino e del genitore durante il famoso gioco del “bu-bu settete”.

Il bambino impara presto che parte del gioco è proprio l’espressione di un certo affetto vitale da parte sua e del genitore. Il neonato osserva agire il genitore per diverse ore ogni giorno e probabilmente organizza i suoi comportamenti non in base al loro significato (quest’atto è prendere il biberon, quest’altro piegare il pannolino) ma a seconda degli affetti vitali che il genitore inevitabilmente esprime in ogni azione. “Prima di essere un mondo di atti formali, il mondo sociale del bambino è un insieme di affetti vitali”. Una cosa importante è che gli affetti vitali sono difficili da simulare per cui si offrono come un canale di conoscenza molto autentico e sincero del mondo emotivo dell’altro.

La capacità di percepire la qualità dei comportamenti altrui, e gli affetti vitali ad essi sottesi, è fondamentale nei primi mesi di vita e, sebbene con lo sviluppo del linguaggio venga usata meno, continua a persistere per tutta la nostra vita. Noi siamo sempre in grado di capire dalla qualità dei gesti degli altri, una parte del loro mondo affettivo interno.

È per questo che la musica ci emoziona, sempre che sia suonata bene, si intende. Infatti, la musica è movimento: il suono è per sua natura una perturbazione meccanica che si trasmette in un fluido e non può prescindere dal movimento che lo ha generato. Quando sentiamo una musica prodotta da una persona che sta vivendo delle emozioni forti e belle, il modo in cui essa sta vivendo la propria emotività si esprime e giunge a noi sotto forma di affetti vitali. Se questo è vero per la musica, lo è ancor di più per la danza; infatti Daniel Stern sostiene che “la danza e la musica sono esempi per eccellenza dell’espressività degli affetti vitali”.

Ecco, probabilmente, cosa quella notte mi fece innamorare della 60enne Patty Smith. Il modo in cui viveva le proprie emozioni sul palco e cantava le sue canzoni, si rifletteva nella qualità dei suoi movimenti nelle articolazioni della gola e della bocca per tradursi in gesti e suoni esplosivi, lenti, ritmici, dolci per arrivare ai miei occhi e alle mie orecchie sotto forma di splendidi affetti vitali (spero che la mia fidanzata di allora non legga queste parole. Nel caso, Anna sappi che non c’è stato nulla di più tra me e Patty).

Tutto quello che riguardava il suo aspetto esteriore, che all’inizio mi aveva reso perplesso, il corpo magro, i capelli arruffati e gli abiti semplici quasi trascurati, ora era svanito, spazzato via da qualcosa di molto più profondo, autentico e meraviglioso. Era il modo in cui Patty quella notte viveva le emozioni, la gioia, la dolcezza e la grinta che sentivo dentro di lei su quel palco, ormai è casa sua dopo chissà quante ore di concerti vissute in tutta la vita. Mentre la ascoltavo, Patty trasmetteva energia pura diretta al mio modo di vivere il mondo interiore e, grazie a lei, in quel momento stavo bene. Questo è a mio avviso una delle cose più belle della magia che si crea tra pubblico e artista.

 

Bibliografia:

Stern, D. Il mondo interpersonale del bambino. Bollati Boringhieri editore, Torino (1987).

Daniel Stern (2010) The issue of vitality, Nordic Journal of Music Therapy, 19:2, 88-102, DOI: 10.1080/08098131.2010.497634

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Lapo Attardo
Nasco a Milano nel novembre del 1985 e dopo una laurea in informatica a indirizzo musicale vengo attratto da quelle che saranno due mie grandissime passioni: la psicologia e la musicoterapia. Mi diplomo in canto presso i Civici Corsi di Jazz e mi formo in musicoterapia presso il Centro di Musicoterapia di Milano e il Dipartimento di Sanità Pubblica, Medicina Sperimentale e Forense dell'Università di Pavia. Nel mentre faccio diversi lavori: il cameriere, il maestro di musica con i bambini, l'educatore con utenti disabili; tutte grandi esperienze. Ora sto concludendo la formazione in Psicologia Clinica e Neuropsicologia, lavoro come musicoterapista presso strutture sanitarie lombarde e collaboro a progetti di ricerca scientifica sugli effetti della musica e della musicoterapia. La musica è ancora un divertimento e mi esibisco in eccentriche formazioni di musica vocale. Contatti: attardolapo@gmail.com

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