Articolo di Lucrezia Pedranzini

 

Papà, ma per il mio compleanno tornerai a casa, vero?

Questa è una piccola richiesta, apparentemente banale, da parte di un figlio al proprio padre, ma se a farla è un bambino il cui genitore è stato arrestato, durante una delle ore di visita della famiglia al detenuto, nella sala colloqui di un carcere, questa domanda assume un significato ben più profondo.

L’arresto e l’incarcerazione di un padre di famiglia ha numerose implicazioni, tra le quali l’interruzione del rapporto genitore-figlio: una questione da non sottovalutare in quanto sono stati rilevati problemi clinicamente significativi dal punto di vista emotivo e comportamentale in bambini con padre detenuto.

In particolare, secondo Nell Bernstein (citato in Robertson, 2007), il fatto di aver assistito all’arresto del genitore costituisce di per sé uno dei traumi più significativi che un bambino possa vivere. Il minore, in questi casi, si trova spesso di fronte alle armi degli agenti, alle manette messe ai polsi del padre, ad una situazione di tensione alla fine della quale il genitore viene portato via. Una situazione in cui nessuno pensa immediatamente a spiegargli cosa stia succedendo.

Anche il fatto di non assistere direttamente all’arresto può però risultare critico, specialmente se nessuno spiega al bambino cosa è realmente successo: egli può immaginare il peggio, e cioè che il padre sia morto, oppure che abbia deciso volontariamente di andarsene e di abbandonarlo.

Anche se l’impatto dell’esposizione all’arresto può variare a seconda dell’età e del livello cognitivo del bambino, in entrambi i casi la separazione dal padre è un trauma che lascia un segno. In particolare gli individui più giovani hanno un minor numero di risorse per fronteggiare lo stress che deriva da situazioni come questa, e quindi risultano maggiormente a rischio di sviluppare patologie, secondo Lieberman e Knorr (citati in Roberts, Skyder, Kaufman, Finley, Griffin et al. 2013).

In seguito all’arresto, è difficile per una famiglia, e di conseguenza per il bambino, continuare a condurre un’esistenza “normale”: in molti casi è difficile per il genitore rimasto a casa coi figli occuparsi di loro come faceva prima e portare avanti la loro routine quotidiana. Egli è innanzitutto preoccupato per via dell’incertezza della durata della pena, per via delle ristrettezze economiche che essa comporta ed è stressato dalla situazione.

Questi stati d’animo vengono trasmessi ai figli e vengono alimentati dal fatto che i bambini non sono in grado di seguire, e di conseguenza di capire, gli sviluppi del processo che precede il giudizio definitivo, a causa di termini specifici di ambito giuridico che loro non conoscono e che dunque risultano incomprensibili.

Oltre a tutto ciò si aggiunge la difficoltà a mantenere il legame genitore detenuto-figlio, perché in alcuni casi ai bambini non è consentito fare visita al padre nel periodo che precede il processo e in altri casi non è permesso a determinati membri della famiglia di fargli visita e di conseguenza non c’è nessuno che possa accompagnare i bambini al colloquio con il padre.

In situazioni come queste, il tormento interiore e la preoccupazione del bambino crescono ulteriormente in quanto non c’è la possibilità per lui di vedere coi propri occhi che il padre è vivo e per il genitore di fornirgli delle spiegazioni in prima persona: egli non ha modo di essere rassicurato.

Il periodo della carcerazione del padre, per un bambino significa prima di tutto essere costretto ad avere contatti limitati col genitore, interazioni che spesso non sono di qualità per motivi legati al fatto di trovarsi in carcere, un ambiente che non risulta accogliente, specialmente per un bambino; le sale d’attesa sono spoglie e vuote, come le sale colloqui, nelle quali non può esserci nulla se non i tavoli e le sedie.

C’è la fase della perquisizione e dei controlli al momento di entrare e di uscire dalla struttura, il che implica anche lunghe attese perché le procedure di sicurezza richiedono tempo, il passaggio attraverso numerose porte che vengono aperte e subito dopo richiuse a chiave e l’eventuale esposizione ai cani anti-droga.

Anche l’atteggiamento degli agenti può influenzare l’esperienza del bambino in carcere: spesso il fatto che non sorridano e/o non siano responsivi rende il bambino nervoso o annoiato. Ed infine la mancanza di privacy forse più di tutto contribuisce ad abbassare la qualità dei colloqui, perché sia il detenuto che i familiari, specialmente all’inizio, possono sentirsi in imbarazzo sentendosi osservati dagli agenti, o possono trovare fastidioso il rumore dovuto al fatto di trovarsi in una stanza chiusa con molte altre persone in colloquio come loro.

Soprattutto se il colloquio dura più di un’ora, e se il bambino è piccolo, succede che egli tende ad annoiarsi, perché non ha nulla con cui giocare nel momento in cui i genitori hanno bisogno di parlare tra di loro.

Tutti questi elementi contribuiscono a rendere l’ingresso in carcere e il colloquio con il padre un’esperienza stressante per il bambino, tanto che molti si sono chiesti se sia giusto o meno permettergli di visitare il genitore: mantenere il contatto con il padre lo danneggia ulteriormente, esponendolo all’ambiente del carcere? Oppure nonostante l’esposizione e lo stress, per il suo benessere è meglio mantenere un legame con il padre?

In alcuni casi i bambini, dopo la visita al padre, reagiscono mettendo in atto comportamenti aggressivi e/o sviluppando un sentimento di ansia per cercare di gestire lo stress dovuto alla situazione del momento e, più in generale, all’assenza del genitore nella vita quotidiana. Atteggiamenti di questo genere risultano difficili da gestire per i familiari e potrebbero indurre a pensare che sia meglio non portare i bambini in carcere per i colloqui.

Invece molti studi, tra i quali quelli condotti da Sack e Seidler e quelli di Stanton (citati in Roberts et al. 2013, p.22) hanno dimostrato che permettere ai figli di visitare il genitore detenuto ha risvolti positivi per entrambe le parti. Innanzitutto è un diritto del bambino avere la possibilità di mantenere un legame con il proprio genitore in carcere, oltre al fatto che in questo modo gli si offre l’opportunità di vedere il padre coi propri occhi e di constatare che è vivo, e questo contribuisce sicuramente a tranquillizzarlo e ad allontanare alcune sue preoccupazioni e paure.

Dal punto di vista del detenuto, il colloquio con il figlio costituisce in alcuni casi una sorta di ancora di salvezza, qualcosa a cui aggrapparsi per affrontare la vita del carcere, è la certezza che ci sarà qualcuno ad aspettarlo una volta scontata la pena.

 

Bibliografia:

Roberts, Y. H., Skyder, F. J., Kaufman, J.S., Finley, M. K., Griffin, A., Anderson, J., Marshall, T., Radway, S., Stack, V. e Crusto, C. A. (2013). Children exposed to the arrest of a family member: Associations with mental health. Journal of Child and Family Studies, (23), 214-224.

Robertson, O. (2007). The impact of parental imprisonment on children. Geneva: Quaker United Nations Office.

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