L’ansia da prestazione relazionale consiste nella tendenza incontrollabile di cercare di essere accettati, riconosciuti, stimati e ricercati dagli altri. Essa nasconde una paura più insita, quella di non essere all’altezza [1].

L’ansia è uno stato psichico che tutti conosciamo e con il quale ciascuno di noi si interfaccia sovente nell’arco della propria vita in modo più o meno adattivo. A livello psicopatologico, si tratta di uno dei disagi più comuni al mondo e il disturbo singolarmente presente più diffuso negli USA (Barlow, 2002).

Vi sono diverse manifestazioni dei disturbi ansiogeni, ma in questo articolo vorrei considerarne una in particolare che potrebbe, se particolarmente invasiva, rientrare in quello che viene definito il disturbo d’ansia generalizzato (GAD) oppure, ad un livello subclinico, in quella che conosciamo nel contesto delle relazioni affettive come ansia da prestazione.

Questa particolare tipologia di ansia sembra essere caratterizzata dalla paura di non meritare l’affetto del/dei partner, o più in generale delle persone significative, a meno che non ci si dimostri capaci e abili.

Tale credenza di fondo spingerebbe le persone a porsi in continuazione quesiti che hanno lo scopo di monitorare la propria prestazione, come per esempio: “come dovrei fare per rendere l’altro felice?”, “come dovrei comportarmi affinché l’altro non si senta a disagio, o respinto?”, “come fare per evitare di atteggiarmi in modo sbagliato?”.

Tutte domande che in qualche occasione è facile che ci siamo posti, ma che qualcuno formula costantemente, in anticipo rispetto a qualsiasi evento sgradevole e dietro le quali si nascondono rappresentazioni sé molto rigide che causano parecchio stress e che attivino, appunto, una buona dose d’ansia.

Cosa significa avere rappresentazioni di sé rigide? Significa che queste persone pensano di non poter sbagliare mai e spesso, al minimo effettivo o presunto errore, sentono di aver fatto qualcosa di inadatto, si spaventano e credono di aver deluso le aspettative del partner.

Vivono nel tentativo di non far pensar male gli altri di sé.

È come se sbagliando sentissero di non meritare un po’ amore, che, nella loro testa, può essere ottenuto solo ed esclusivamente a patto di mettersi d’impegno per conquistarlo, facendo la “cosa giusta” e cioè solo riuscendo a corrispondere perfettamente alle aspettative altrui: un po’ come cercare di essere un “bravo bambino”.

Aspetto a mio parere molto interessante, è la forte convinzione di non poter ricevere affetto gratis, semplicemente perché sono ciò che sono, semplicemente perché l’altra persona apprezza la loro presenza così com’è.

Altro particolare è che il partner, o l’altra persona significativa in questione, sembra perdere una grande quantità di volontà propria all’interno della relazione. Infatti, se ci mettessimo nei panni del soggetto ansioso, l’atteggiamento della persona significativa nei nostri confronti sarebbe determinato più dai nostri comportamenti che dalle sue dinamiche interne, dalle sue emozioni e dal proprio modo di pensare e di vivere il rapporto presente.

Insomma, è come se percepissero che il destino della relazione sentimentale con la/il partner sia unicamente posto nelle loro mani.

Tale bisogno di controllo può essersi sviluppato da una lunga serie di delusioni relazionali (anche se probabilmente le cause di tale fragilità sono molto più antiche), a cui hanno fatto seguito pesanti sentimenti fallimentari e di colpa, alimentati dalle autoaccuse di non aver fatto abbastanza o di non esser stati “bravi”, il che a sua volta ha rafforzato la rappresentazione di sé come persona vulnerabile.

Al fine di far tacere queste sensazioni spiacevoli una possibilità è quella di impegnarsi nell’obiettivo di un costante, e direi anche infinito, tentativo di miglioramento di sé: sentirsi migliorabili in questo caso vuol dire, più che prendere atto della propria necessità di crescere e di acquisire nuove competenze, percepire la sensazione di non essere “abbastanza”.

Per diventare “degni” bisogna saper cogliere cosa serve dire, fare ed essere in quel preciso momento; un po’ come svolgere il lavoro del tappabuchi: si cerca cosa manca e si prova a colmare quel vuoto, adattandosi alle esigenze degli altri e della situazione… ma molto poco alle proprie.

È quindi chiaro che essere se stessi non è sufficiente, ma è necessario dimostrare di valere, di essere sempre la persona di cui gli altri hanno bisogno e di sapersela cavare in qualsiasi condizione.

È importante essere bravi in tutto e si avverte il bisogno che l’altro ci percepisca come indispensabili; ed è qui che accade una cosa secondo me interessante: i partner si allontanano, magari anche a più riprese, con numerosi tira e molla, e la reazione è quella di corrergli dietro.

È una situazione che per quanto faccia soffrire ed eliciti molto stress è esattamente la condizione che queste persone bramano. Difatti, è solo percependosi costantemente “in crisi” e come mai sufficientemente “a posto” che essi possono sentirsi immersi nel processo di miglioramento.

Solo scegliendo un partner respingente possono trovare conferma della loro presunta imperfezione e trovare gli stimoli per migliorarsi sempre di più. È una competizione nella quale sperano costantemente di superare i propri limiti e di raggiungere l’irraggiungibile, che difatti spesso rimane tale.

E come potrebbe essere diversamente? L’obiettivo non è infatti quello di ottenere qualcosa di piacevole per sé, poiché quel sé non vale nulla.

Da solo non si merita nulla, da solo quel sé è fragile e debole e brutto e fa tanto arrabbiare perché non rappresenta minimamente quell’ideale che si desidera raggiungere: completo, corazzato, forte, brillante, seducente, capace di cavarsela in qualsiasi situazione, di cogliere tutte le occasioni e di non lasciarsi sfuggire nulla, di saper dare a chiunque esattamente ciò che cerca. Insomma, un essere impossibile da non amare.

Abbiamo detto prima che per queste persone è difficile riconoscere, e quindi mentalizzare, gli stati interni delle persone affettivamente prossime. Un fattore che potrebbe essere associato a questa difficoltà è la rappresentazione dell’altro come persona inaffidabile.

Sempre legato alle numerose delusioni relazionali sentimentali e amicali, potrebbe essersi rafforzata l’idea che chi sta al proprio fianco in realtà non sia una persona affidabile.

A queste persone è magari sembrato che chi gli era stato vicino in passato spesso non optasse per le scelte migliori, o non fosse dotato delle migliori aspettative e che queste mancanze lo abbiano condotto a non stargli vicino con lo stesso entusiasmo, o meglio con la stessa preoccupazione, che egli invece sperimentava.

L’altro è una persona sempre pronta ad abbandonare il campo per cui è preferibile non scomodarla e non affidarsi ad essa, ma piuttosto è meglio farsi carico pure della sua parte responsabilità.

Stare all’erta, essere vigili, o meglio ipervigili, per notare qualsiasi variazione dell’umore per non lasciare spazio a nessun dubbio e nessuna incertezza, nessuna insoddisfazione è lo sforzo incessante che compiono queste persone per sentirsi un po’ più al sicuro.

E’ meglio, infatti, assumere il controllo totale della situazione e rischiare di crollare sconfitti addossandosi tutta la colpa.

Vi potete immaginare quanto peso queste persone si addossino e con quanta angoscia vivano nella speranza di non trovare conferma alla più terribile delle credenze: non essere degni di ricevere amore.

In questa dinamica soffocante a soffrirne non è solo il soggetto ansioso, che proprio per questo desidera più di qualsiasi altra cosa che qualcuno lo fermi e che lo costringa ad abbassare la guardia, togliendogli l’armatura e apprezzandolo gratis, pur coi suoi difetti.

Infatti, sebbene il partner possa essere inconsapevolmente scelto per le sue caratteristiche evitanti, questo suo tratto è sicuramente esasperato dal poco spazio che quest’ultimo percepisce di avere.

Sentirsi causa di ansia e intuire che l’altro è poco spontaneo e che non riesce a lasciarsi andare, fa percepire le sue attenzioni come fredde e distaccate, come non autentiche e alla lunga la situazione diventa pesante e faticoso.

È difficile per questi partner corrispondere agli ideali di perfezione che l’altro proietta su di loro attraverso le sue pretese e spesso finiscono col sentirsi bloccati dall’esprimere qualsiasi gesto di affetto; come se sperimentassero repulsione, come se avvicinarsi troppo significasse riattivare un circolo di stress e ansia dal quale è meglio tenersi a debita distanza, cosa che però crea un divario sempre maggiore e determina lo smarrimento dell’affinità e del piacere di stare insieme.

Si deteriora, infine, l’aspettativa di trovare nell’altro un porto sicuro a cui approdare quando si ha bisogno di ricarica affettiva.

Ritornando al chi soffre di ansia da prestazione relazionale, la perdita di contatto con una parte di sé è l’aspetto più rilevante dal punto di vista terapeutico. Spesso, infatti, chi si trova in questa situazione non sa rispondere alla semplice domanda: cosa voglio?

Troppo risucchiati nel vortice della prestazione non se lo sono mai chiesti. Cosa voglio per me? Cosa mi piace? Cosa mi va di fare? Quando questi soggetti iniziano a porsi tali domande significa che a quel sé così mal voluto può essere data qualche possibilità.

Si sono resi conto di poter ricavare proprio da esso degli indizi importantissimi al fine di trovare dentro se stessi l’agognato affetto e amore.

Circa un mese fa stavo frequentando un corso di mindfulness in relazione e le insegnanti ci avevano proposto un esercizio nel quale avremmo dovuto contattare l’amorevole gentilezza (metta in sanscrito), ovvero la sensazione di calore generata dall’interconnessione.

Me la immaginai come una carezza sulla guancia. Ebbi però modo di rendermi conto che era sempre la mia mano a dare una carezza alla guancia di qualcun altro. La sensazione avvolgente di affetto era sempre qualcosa che donavo, come se volessi interpretare il ruolo di un ricco generoso.

Ecco che quella situazione mi diede modo di riflettere su una cosa molto importante:

e se per donare, per essere ricchi di buone cose, fosse necessario in primis essere disposti a ricevere?

È facile pensarci all’interno delle nostre relazioni, di qualsiasi tipo, come fonti inesauribili di gioia e calore per l’altro. Vorremmo essere instancabili amanti e amici disponibili, figli e genitori attenti, pieni d’amore e comprensivi. Vorremmo essere traboccanti di risorse, senza sentire mai il bisogno di ricaricarci.

In quell’occasione mi era parso di poter veramente dare tanto, ma solo a patto di concedermi (che bella parola) la possibilità di ricevere, e cioè di far posare sulla mia di guancia la carezza.

Non era questione di pretendere, ma di permettere a me stesso di stare in contatto con ciò che mi circondava, di rimanere aperto a ciò che sarebbe arrivato, e la grande scoperta fu che avvertii meno bisogno di sentirmi “bravo” (bravo partner, bravo amico, bravo figlio ecc.).

Diventa così possibile ascoltare ciò riceviamo da ogni situazione e relazione, sentire se ci piace, se non ci piace, se ci rende felici, tristi, delusi o speranzosi.

Possiamo quindi sentirci liberi di restituire qualcosa in base al nostro stato attuale: mi sento sereno e allegro? E allora donerò tutto questo perché lo sto già ricevendo. Mi sento invece a disagio? Va bene, vorrà dire che potrò donare ma fino a un certo punto.

Ci si percepisce meno al di sopra di tutto, al di là di qualsiasi cosa, meno responsabili di tutto, e si impara ad ascoltare se stessi all’interno di ogni micro-momento e a chiedersi: come mi sento ora?

E voi… cosa provate adesso?

 

Per approfondire:

Barlow, D. H. (2002). Anxiety and its disorders: The nature and treatment of anxiety and panic (2nd ed.). New York: Guilford Press.

Clark, D. A., & Beck, A. T. (2011). Cognitive therapy of anxiety disorders: Science and practice. Guilford Press.

[1] http://www.disturbi-ansia.it/ansia-prestazione.html

https://www.guidapsicologi.it/articoli/lansia-da-prestazione-cose-e-come-affrontarla

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Vittorio Arrigoni
Laureato in Psicologia Clinica presso l’Università di Milano Biccocca, ho ideato il format di Cultura Emotiva e ne sono il cofondatore. Ho scritto e pubblicato una tesi sul tema delle relazioni poliamorose, pratico meditazione Vipassana e ho conseguito un diploma sulla “Mindfulness in Relazione” secondo il metodo del Karuna Institute (UK) sotto la supervisione di Anne Overzee e Deirdre Gordon. Collaboro inoltre da settembre 2016 come volontario presso l’Associazione Mudita di Milano, all’interno della quale sto approfondendo le mie competenze nel settore della mindfulness contemplativa. Dopo aver svolto a Nicosia (Cipro) il mio programma Erasmus+ presso l’University of Cyprus (UCY), ho svolto il tirocinio pre-laurea presso la Casa Circondariale di Monza nell'ambito della prevenzione del suicidio e dell'autolesionismo, e su quest'ultimo argomento ho sviluppato la mia tesi magistrale. Ad oggi lavoro come tirocinante presso la Fondazione Rosa dei Venti Onlus, CT che si occupa del trattamento di adolescenti con disturbi della personalità. Il mio prossimo obiettivo è quello di diventare uno psicoterapeuta Cognitivo Costruttivista Relazionale. Contatti: v.arrigoni6@campus.unimib.it

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