Articolo di: Arianna Cubano

Portatevi le mani alle orecchie e tappatele per un po’. No, a differenza di quello che è il pensiero comune, non è sufficiente questo semplice gesto per calarsi nei panni di un non udente, una condizione che va ben al di là di un mero handicap sensoriale e che ha ripercussioni non soltanto sul funzionamento fisico dell’individuo bensì anche sul suo funzionamento psicologico, assolutamente peculiare.

Per comprendere a fondo quella che è la situazione in cui una persona sorda si trova a vivere quotidianamente è necessario tener presenti grado e tipo di sordità.

Un buon esame audiometrico potrebbe registrare perdite di udito di 15 o 20 decibel anche in soggetti normoudenti. Quando questa soglia viene oltrepassata, si inizia a parlare di sordità, leggera, moderata, media, grave o profonda a seconda dell’aumentare dei dB mancanti.

Una persona con una leggera sordità ha difficoltà a percepire una voce sussurrata o il ticchettio di un orologio; se la perdita di udito è moderata non si riescono ad ascoltare conversazioni tra persone anche a un metro di distanza; se media, vengono meno l’abbaiare del cane o il pianto di un bambino; se grave, il suono di un pianoforte sarà vano; se profonda, neppure una motocicletta o un martello pneumatico riusciranno a destare la loro attenzione.

D’altro canto, la sordità, al di là delle specifiche cause, può essere presente sin dalla nascita o manifestarsi in un momento successivo. In particolare, se questa condizione subentra dopo che il bambino ha già iniziato a parlare, costruirsi concetti e pensieri (sordità postverbale), allora il suo sviluppo intellettivo successivo non risulterà compromesso e saranno facilitate le sue capacità espressive. In caso contrario (sordità preverbale) la strada risulterà ben più irta di ostacoli.

Quindi, da un lato essere a conoscenza del grado di sordità della persona che abbiamo davanti ci permette di avere più o meno chiaro quanto possa capire o comprendere, come è inserita nella società, quanti problemi di comunicazione/interazione possa aver avuto/ha. Dall’altro lato, il tipo di sordità, e quindi l’epoca di insorgenza di questa, ci consente di avvicinarci a cogliere il vissuto del non udente rispetto a questo suo status: aver avuto alle spalle “esperienze acustiche” rende la perdita di questa capacità ben più traumatizzante; chi è sordo dalla nascita, invece, guarda all’assenza di queste come la “normalità”.

Sulla base di queste premesse appare forse più chiaro a cosa rimandi la mia espressione “funzionamento psicologico assolutamente peculiare”, frutto di un processo di sviluppo altrettanto “speciale”, che può assumere diverse sembianze a seconda della realtà in cui è calato (bambini e genitori entrambi non udenti o bambini sordi figli di genitori udenti, per es.), ricco di molteplici sfaccettature, ognuna delle quali meriterebbe una riflessione a sé.

Forse per via de “l’età da marito” che si avvicina, l’aspetto che più mi colpisce di questa storia di crescita è ciò che subito fa seguito al “c’era una volta”, ovvero i primi mesi di vita del non-udente. Pensiamo ad un piccolo che nasce con questa “mancanza” da genitori udenti. L’udito, in via di sviluppo dal 4°mese di gestazione, è essenziale per la formazione dei primi legami relazionali. Numerose ricerche e studi sull’età evolutiva dimostrano che il bambino è in grado di sentire la voce dei genitori e i rumori dell’ambiente circostante già durante la vita intrauterina, per poi riconoscerli una volta nato e provare, di conseguenza, un senso di appartenenza e contenimento.

E se già il feto non fosse in grado di sentire? O se il piccolo riuscisse a sentire durante la gestazione per poi perdere questa capacità sensoriale? Difficile immaginare la sensazione di spaesamento e intellegibilità che il bambino sordo si ritrovi a sperimentare una volta venuto al mondo. Da un lato l’udito mancante, dall’altro la vista che si sviluppa in forma completa non prima dell’anno di età: quali indicatori ha questo piccolo d’uomo per riuscire a conoscere e legare con quelle vaghe ombre che lo circondano? 

Se la madre di un bambino udente può tranquillamente sbrigare le sue cose mentre lui è nella culla, restando in contatto con il neonato mediante la sua voce, la madre di un bambino sordo non può. Se la prima può lavorare sul loro rapporto mediante protoconversazioni in motherese (linguaggio tipico materno generalmente ricco di acuti e sdolcinati neologismi) vs lallazioni varie, alla seconda non è concesso. Se la prima può aiutare con le parole suo figlio a dare un ordine alla confusione che lo circonda ed anima, decifrando stimoli esterni ed aiutandolo a dare un nome alle sue emozioni, la seconda come può?

Per il bambino non udente è essenziale essere contenuto fisicamente, sentire calore e battito materno (in termini di vibrazioni), ma questa non è una sufficiente compensazione. Non basta infatti la vicinanza genitoriale per riuscire a comprendere concetti astratti, che vanno al di là di “cane”, “palla” o “casa”. Come fargli comprendere l’amore, la rabbia, la tristezza? Non possono essere illustrate né indicate. Ciò non significa che questi bambini non comprenderanno mai emozioni o sensazioni del genere, bensì che dovranno faticare il doppio, che ci impiegheranno più tempo… Pur potendo accadere, talvolta, che si rassegnino.

Immaginatevi un bambino di uno, due o anche tre anni che, ad esempio, quando gli si rompe un giocattolo o la mamma non gli dà da mangiare quando vorrebbe o il papà non gli consente di giocare a tavola, inizia a percepire un aumento di battiti del suo cuoricino, il respiro un po’ più corto, una gran voglia di piangere: “oh Dio, mamma, che mi succede??” Cosa ne sa lui della rabbia? Come spiegargli che è una “cosa normale”, un’emozione comune a tanti, uno stato che tanto poi passa?

Come biasimare il fatto che a poco a poco questo piccolo “scelga” di difendersi da tutto ciò, da questa esperienza per lui soverchiante, inintelligibile, fonte di malessere, “congelando” le proprie emozioni? Non che i suoi genitori siano dei cattivi caregivers, ma la relazione, la costruzione di un rapporto di fiducia e comprensione reciproca tra una persona udente ed un bambino (e poi adolescente e poi adulto) sordo, che, potendo solo osservare, va a perdere tante sfumature dell’interazione con l’altro, del comportamento altrui, non è cosa facile. Ed è difficile fidarsi di ciò/ di chi non si comprende. E difficile è costruire una relazione in assenza di fiducia.

Se un bambino, e poi un adolescente, e poi un adulto sordo hanno difficoltà a comprendere le proprie emozioni, viene da sé la problematicità nell’afferrare quelle altrui. E come si può davvero entrare in sincera relazione con chi non si riesce a capire, e quindi a conoscere, davvero? Come e cosa comunicargli? Gli occhi poi spesso ingannano, e non di rado un certo paraverbale può essere oggetto di fraintendimenti, inducendo sospettosità e talvolta paranoia nell’osservatore non udente, che può reagire con comportamenti di ritiro e isolamento.

Affinché si possa garantire a questi soggetti una vita il più possibile serena è innanzitutto necessaria una diagnosi precoce, seguita dal ricorso in primis ad ausili esterni, quali protesi acustica o impianto nucleare. Mentre la prima, analogica o digitale, ha la funzione di amplificare il residuo uditivo del bambino, l’impianto cocleare, seppur soluzione piú invasiva, stimolando direttamente il nervo acustico, risulta efficace anche nei casi più gravi di sordità.

Tuttavia percepire un suono non significa riuscire a comprenderlo o riprodurlo. È infatti necessario un percorso riabilitativo, che mira alla rieducazione all’uso della comunicazione verbale principalmente tramite sedute di logopedia (ma non solo), lavorando su lettura delle labbra, ritmi corporei, stimolazione musicale, drammatizzazione, (…).  Un ruolo attivo in questo percorso viene svolto anche dai genitori, che devono assicurarsi che l’allenamento continui anche a casa!

Molto utile potrebbe rivelarsi l’apprendimento della LIS, la Lingua Dei Segni Italiana (cosa che genericamente avviene più tardivamente in caso di genitori udenti). L’esposizione ad una lingua che sfrutta il canale comunicativo integro del bambino sordo, ovvero quello visivo-gestuale, favorirebbe da un lato il suo successivo sviluppo intellettivo, dall’altro l’acquisizione di una reale competenza linguistica, utile per l’apprendimento della lingua orale e scritta.

Forza e perseveranza del piccolo, pezienza, amore e comprensione dei caregivers sono ad ogni modo elementi imprescindibili per la riuscita di questo percorso! Un percorso unico di un bambino altrettanto speciale, capace di sentire le immagini che vede, le cose che tocca, i profumi ed i sapori di cui può godere… Se non è speciale questo!

A quanto detto sinora non può, per forza di cose, nonché buonsenso, far seguito un decalogo di utili indicazioni su come relazionarsi con una persona sorda, né troverete in allegato con questo articolo la chiave di volta per la loro comprensione. Mi premeva tuttavia proporvi qualche spunto di riflessione, che vi portasse da un lato a farvi più domande sull’altro con cui interagite, dall’altro ad incuriosirvi verso un mondo così speciale ed unico quale può essere un mondo senza decibel.

ADESSO COSA PENSI?