Vincent van Gogh (French, 1853–1890), Self-Portrait, 1889, oil on canvas, 65 x 54 cm (25.6 x 21.3 in), Musée d'Orsay, Paris. --- Image by © Corbis

Nell’anno 1853, il 30 Marzo, mentre in Olanda iniziavano a sbocciare i tulipani, da qualche parte a Groot Zundert nasceva il grande Vincent Van Gogh. Il 29 Luglio 1890 moriva. Si diede appuntamento con la morte  in un campo di grano, uno di quelli che usava dipingere sulle sue tele e fu lì, all’interno di un suo dipinto, che decise di dire addio al mondo con un colpo di pistola. In una delle ultime lettere, scrisse così al fratello Theo: «Vorrei scriverti a proposito di tante cose, ma innanzitutto me ne è passata la voglia, e poi ne sento l’inutilità».

Ma chi era Van Gogh?

Era  un artista, ma anche uno scrittore, era un amico fedele, un fratello, un marito e un pazzo. Che malattia avesse realmente l’artista è ancora oggi motivo di discussione; al tempo, infatti, non si disponeva dei criteri diagnostici che possediamo oggi e analizzare un morto è difficile anche per gli psicologi più acuti. Una tra le ipotesi più accreditate è che fosse stato schizofrenico ed  è in queste vesti che ve lo presenterò.

Probabilmente era uno di quei pazienti che oggi verrebbe definito “schizofrenico ad alto funzionamento“, termine riservato a chi, attraverso la follia, riesce a manifestare la genialità che agli altri è sconosciuta e spesso incomprensibile; genialità che può portare a risultati straordinari, pagando il prezzo di una vita di sofferenza ed inquietudine. Creatività e schizofrenia da sempre camminano a braccetto in giro per il mondo e questa coppia così affascinante ha riscosso l’interesse di tanti ricercatori e scienziati.

Dati scientifici ci dimostrano che i fattori genetici che determinano la schizofrenia in qualche modo favoriscono la creatività; sappiamo anche che chi ha parenti schizofrenici, spesso, è più creativo di chi non ne ha , quindi non mi sorprenderebbe sapere che il fratellino minore di Van Gogh (Theo) sia stato un artista altrettanto brillante ma forse più timido o uno scultore o chissà cos’altro. Lo schizofrenico ha dei “superpoteri” : sente voci che noi non sentiamo; vede cose che a noi non è concesso vedere ; la sua mente funziona in un modo differente dal nostro.

Questi superpoteri, però, sono un bel fardello da portare sulle spalle in un mondo in cui gli altri non possono o non vogliono capirti. In un’altra lettera al fratellino, Van gogh scriveva : «Uno ha un grande fuoco nell’anima e nessuno viene mai a scaldarsi, i passanti non scorgono che un po’ di fumo in cima al comignolo e se ne vanno per la loro strada. E allora che fare? Ravvivare questo fuoco interiore, avere del sale in sé, attendere pazientemente – ma con quanta impazienza? –, attendere il momento in cui, mi dico, qualcuno verrà a sedersi davanti a questo fuoco, e magari vi si fermerà».

Tra le persone che si sedettero per un pò davanti a quel fuoco ricordiamo una prostituta, chiamata “Sien”, che per un pò fu amante dell’artista, ma anche molti pittori tra cui Gauguin che fu un suo grande amico. La sensibilità di Vincent, come si può percepire dalle sue lettere, era immensa, come quella di tutti gli altri che condividono la stessa patologia.

Si tratta di persone che, con fatica, giorno dopo giorno, costruiscono un mondo in cui rintanarsi quando questa realtà diventa troppo dura; quando l’incapacità degli altri di comprenderli conduce ad una sofferenza insopportabile. Questo “mondo” è fatto di voci a noi sconosciute: la voce di Dio , la voce del demonio, la voce della madre defunta o la voce di un amico d’infanzia; è abitato da personaggi che noi conosciamo solo per mezzo di libri o film e con cui loro raccontano di trascorrere intere giornate : fantasmi, la Madonna , Superman.

Può farci sorridere l’idea di qualcuno che ci racconta di essere un alieno, oppure di passare intere giornate in compagnia di Dio, ma basta uno sguardo più attento per riuscire a cogliere tutta la frustrazione e il malessere a cui questa condizione li conduce.

Vincent, paragonando se stesso ad un uccello, scrisse: « Un uccello chiuso in gabbia in primavera sa perfettamente che c’è qualcosa per cui egli è adatto, sa benissimo che c’è qualcosa da fare, ma che non può fare: che cosa è?  Non se lo ricorda bene, ha delle idee vaghe e dice a se stesso: “gli altri fanno il nido e i loro piccoli e allevano la covata” e batte la testa contro le sbarre della gabbia. E la gabbia rimane chiusa e lui è pazzo di dolore.»

Non dobbiamo e non possiamo ridere di loro ; è inutile stare lì a spiegare che si tratta solo di un’allucinazione, perchè questo è il loro mondo e per loro non c’è niente di più reale; è un pò come se qualcuno venisse a dirci che non esistiamo!

Mi immagino Van Gogh che da piccolo giocava con gli amici, magari proprio in un campo di grano e immagino questi amici che, per prenderlo in giro, si nascondono e poi gli fanno “Buuu” all’improvviso e Vincent che, dopo più volte, reagisce con la stessa paura, diventando il bersaglio preferito.

Se lo stesso scherzo fosse stato fatto ad un altro tra gli amici, quello dopo un pò si sarebbe abituato e avrebbe smesso di reagire con urla o sussulti, ma lo schizofrenico no. La sua estrema sensibilità gli impedisce di abituarsi allo stimolo, prova quella sensazione con la stessa intensità proprio come se fosse la prima volta.

Certi momenti, le voci che lo schizofrenico sente lo conducono a fare cose orribili, li umiliano, li ingannano, infliggendo sofferenza e disperazione. Forse proprio una di queste voci malvagie e petulanti fece sì che Van Gogh, un giorno, decidesse di  tagliarsi un orecchio e forse fu la stessa vocina, o forse no, ad obbligarlo a dipingere se stesso dopo quella mutilazione.

Come dicevamo, chi è affetto da schizofrenia ha anche un cervello anatomicamente differente dal nostro e infatti, se al tempo fossero già esistiti i macchinari di cui disponiamo oggi, avrebbero potuto osservare il cervello dell’artista e scoprire che era notevolmente diverso da quello di un suo coetaneo.

Oltre quello che lo schizofrenico ha non possiamo dimenticare quello che lo schizofrenico non ha. Un po come un depresso, infatti, non sa apprezzare i piaceri della vita e quindi non sa godersi la bellezza. Probabilmente quando Van Gogh osservava  i suoi stessi quadri non provava quel senso di piacere e serenità che provo io mentre li osservo, ha dato più gioia al mondo di quanta ne abbia saputa dare a se stesso.

Me lo immagino piangere come un bambino dopo aver terminato una delle sue opere perchè incapace di coglierne l’essenza. Ad una certa difficoltà nell’apprezzare fino in fondo i piaceri della vita si aggiunge , per alcuni di questi soggetti , un appiattimento affettivo che rende complessi i loro rapporti con gli altri.

Queste difficoltà relazionali, in Van Gogh, le riscontriamo in maniera evidente nel rapporto con Gauguin e anche con il fratello Theo. L’artista, infatti, si trasferì ad Arles principalmente per allontanarsi dal fratello con il quale aveva un rapporto fatto d’amore ma spesso anche di conflitti.

Trasferitosi nella sua famosa “Casa gialla“, ad Arles,  ospitò l’amico Gauguin per qualche tempo. Preparò una stanza piena di girasoli per il suo arrivo. Gauguin rimase molto scovolto dal comportamento dell’amico durante quella permanenza.

Certamente uno degli episodi più inaspettati si verificò quando Vincent, durante una discussione sull’arte, s’infuriò; i due iniziarono a parlare animatamente e Van Gogh, colto dall’ira, a causa di una percezione forse troppo intensa di quello che stava succedendo, prese un coltellino che prima rivolse verso l’amico e poi verso se stesso tagliandosi l’orecchio. Gauguin scappò via da quella casa; abbandonò Van Gogh e il fuoco ardente che aveva dentro. Di solito la vita sociale non è amata dallo schizofrenico . La loro chiusura potrebbe derivare dal fatto che non si sentono totalmente capiti, ma potrebbe anche essere causata dalla loro eccessiva sensibilità che, rendendoli troppo fragili, li porta a proteggersi con l’isolamento.

La malattia di Van Gogh gli è costata la vita, lo ha condotto a solitudine, sofferenza e spesso disperazione. Ci ha lasciato opere bellissime che spesso celano l’inquietudine e la confusione dietro colori così intensi, come il blu del cielo in “Notte stellata“.

Tra le opere più enigmatiche ricordiamo “Campo di grano con volo di corvi” dipinto che, secondo alcuni, sarebbe stato il suo ultimo quadro prima di morire. Lo immagino mentre, con pennellate frenetiche, dipinge quel campo di grano sconquassato dal vento lasciando spazio per tre strade strette che però non arrivano da nessuna parte ( non c’è via d’uscita?), mentre dei corvi arrivano dall’alto e il cielo nuvoloso preannuncia un brutto temporale.

Probabilmente Van Gogh aveva provato, infatti, nel corso della vita a percorrere delle strade che poi si erano rivelate fallimentari ; aveva scoperto che l’unica realtà possibile era quella in cui viveva e che non poteva fare altro che abbandonarsi al suo dolore ; per quanto il fuoco continuasse ad ardere, non vedeva futuro per la propria esistenza, non gli restava che la morte. Trovava nell’arte l’unico canale di sfogo per trasmettere agli altri quello che aveva dentro e che nessuno sembrava capire e infatti scrisse: «Ho persino fiducia che tutti questi quadri vi potranno dire ciò che non riesco a dire a parole.»

Spero che questo articoletto conduca a qualche momento di riflessione sulla follia, su quanto affascinante essa possa essere e su quanta sofferenza si possa nascondere dietro quei folli che, spesso, ci limitiamo a deridere.

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Simona Casale
Sono una studentessa di 21 anni. Attualmente vivo a Padova e sono iscritta alla magistrale di psicologia clinica. Sono originaria di un paesino del Sud Italia, in Campania; mi sono trasferita a Roma per l'università e lì mi sono laureata in Scienze e tecniche psicologiche, con il massimo dei voti. Ho trascorso sei mesi in Erasmus a Parigi, in Francia. Sono tremendamente incuriosita dall'altro, chiunque esso sia. Ho fatto volontariato in passato e spero di riuscire a ricominciarlo al più presto. Oltre alla psicologia ho un'altra passione che coltivo da sempre: la scrittura. Ho vinto un premio di scrittura creativa e ho scritto qualche articolo per un giornale. Grazie a Cultura Emotiva posso provare a conciliare questi miei interessi. Contatti: simo.casale@hotmail.it

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