Ciao.

Non tutti, immagino, si saranno domandati l’origine del saluto più comune e quotidiano a nostra disposizione. Nell’uso che ne facciamo modernamente “ciao” svolge un ruolo da formula rituale. Informa la controparte, con cui siamo interessati ad instaurare una conversazione, che abbiamo aperto un canale comunicativo.
Per la cronaca, il nostro termine deriva da una trasformazione del dialetto veneto della parola “schiavo”, originariamente parte della frase “schiavo vostro” o “servo vostro”, il cui significato era un’espressione di sottomissione e servilismo nei confronti dell’interlocutore. Schiavo è divenuto    sc-iavo, perdendo la h, ed è degenerato fino alla forma attuale. Ciao si è perciò trasformato in un termine estremamente breve, di facile pronunciazione, che tuttavia ha perso gran parte del suo significato originale in cambio di un’efficacia comunicativa senza precedenti.

È la fine della maggior parte delle formule rituali che utilizziamo con frequenza e che spesso sono sfruttate solo per la loro efficacia comunicativa, piuttosto che per ciò che effettivamente dovrebbero comunicare.

In un altro esempio, prendiamo in esame la frase “Buona Notte”. Spesso è utilizzata per concludere le conversazioni, per salutare i colleghi in ufficio a partire dal tardo pomeriggio. È una formula facilmente riconoscibile e dal significato molto chiaro: un saluto, ci risentiamo domani.

“Buona notte” ha un significato ben più comprensibile di “Ciao”. Si tratta di un augurio: spero che tu trascorra una buona notte; ma in quanti pronunciando le due semplici parole intendono effettivamente comunicare tale gesto di premura nei confronti della controparte?
In molti casi “Buona notte” è addirittura ridotto ulteriormente a “Notte”, una parola che senza i necessari presupposti non ha alcun diritto di essere inserita nei contesti nei quali viene utilizzata. Equivarrebbe ad una paradossale situazione in cui al posto che augurare “Buon appetito!” si dicesse “Forchetta!”.

La terminologia che utilizziamo ogni giorno attinge perciò ad una storia molto lunga, ed è grazie a tutte le conoscenze, le credenze ed i sentimenti che ad essa sono legati che siamo in grado di comprenderne parte del significato nonostante tutti i cambiamenti. Il merito è perciò da attribuirsi a quanto si è sedimentato nel tempo, depositandosi su un fondo di conoscenze culturali, e che ha accompagnato ad un livello implicito tutte le versioni ed i cambiamenti delle nostre formule.

Non si tratta tuttavia di una questione di disinteresse o di falsità, quanto del naturale destino delle formule più frequenti e comuni delle lingue. La trasformazione fa parte di un lungo percorso di assimilazione linguistica, durante il quale alcuni significati vanno persi in modo da creare degli strumenti efficienti da un punto di vista comunicativo. La comunicazione ha bisogno di termini, riti, frasi che comportino dei significati condivisi da entrambe le parti e che aiutino a dirigere la conversazione facendo capire a che punto dell’interazione ci si trova. Sarebbe inoltre oltremodo dispendioso da un punto di vista cognitivo ed emotivo richiamare alla mente tutti i significati legati a frasi che si pronunciano innumerevoli volte nel corso della giornata.

I presupposti, che rappresentano la “parte sommersa dell’iceberg” della comunicazione, arricchiscono di significati le nostre azioni, il nostro parlato. Gli donano un senso sfruttando quanto c’è di intrecciato tra le conoscenze degli individui coinvolti. Sono la chiave di lettura del discorso e portatori di un quantitativo indefinito di materiale implicito. Proprio per questo vengono solo raramente esplicitati, se non completamente dati per assodati. Nella maggior parte dei casi questo procedimento è naturale e funzionale, tuttavia è importate ricordare il significato originale di quanto pronunciamo. Un guscio vuoto, per quanto efficace nel trasmettere informazioni, ha molta più efficacia se viene riempito con la comprensione di quanto vuole comunicare. È questo il caso dei gesti, dei simboli e, soprattutto, delle parole.

Le formule rituali servono. Sono degli utili strumenti per navigare all’interno delle conversazioni e fanno parte della cassetta degli attrezzi con la quale costruiamo e calibriamo le relazioni più mondane con le altre persone. Tuttavia il significato che gli attribuiamo dipende esclusivamente da noi. Come avviene per il respiro, ci rendiamo conto di quello che facciamo solo prestando attenzione. Dipende da noi stabilire se in alcuni casi vale la pena ricordare quanto solitamente è lasciato in secondo piano e decidere a chi veramente vogliamo dedicare una buona notte.

Davide Nale

 

Bibliografia:

Grice H.P. (1970). Logic and conversation.

Zani B., Selleri P. (1994). La comunicazione interpersonale: principali approcci teorici.

 

 

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