“Come faccio a diventare un bravo amante?”
“Guarda tanti porno!”
– una normale conversazione in un gruppo Facebook
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L’accesso a video e immagini pornografiche, attraverso internet, è sempre più facile e sempre più adolescenti ne fanno un uso che potremmo dire improprio. Cercano di usarli per capire qualcosa in più sul sesso: cosa potrebbero fare per far provare piacere al partner, quali pratiche erotiche esistono… insomma, usano il porno come se fosse una fonte di educazione sessuale.

I contenuti pornografici hanno la caratteristica di essere eccitanti ed è proprio questa la loro ragione di essere, in effetti. Noi però non ci muoviamo solo in un mondo di emozioni e sensazioni, ci muoviamo anche e soprattutto in un mondo di significati. Volenti o nolenti i video porno veicolano dei messaggi e delle rappresentazioni della realtà.

Questi ragazzi e queste ragazze lo sanno, ma se in questa ricerca sono attivi, ci sono anche dei messaggi che possono recepire senza riuscire a pensarli e rielaborarli cognitivamente, tanto possono essere insidiosi se annegati in un magma di stimoli emotigeni e corporei.

Quello che ci chiediamo in questo articolo è: che genere di messaggi/stereotipi/miti veicolano i video pornografici? Qual è il rischio se il porno e queste rappresentazioni vengono utilizzate dai giovani come fonte di educazione sessuale? Ma soprattutto, nell’ottica di trasformare fattori di rischio in risorse, cosa ci dice la loro ricerca di questi contenuti sulle carenze dell’educazione sessuale accademica? E come possiamo servirci di queste informazioni?

Le ricerche sugli effetti del consumo di porno, su diverse variabili, sembrano aver prodotto risultati contraddittori.

Da un lato abbiamo dati catastrofici, che mostrano come l’esposizione a contenuti sessualmente espliciti sia associata con comportamenti sessuali a rischio (come promiscuità o rifiuto di usare il preservativo), insensibilità alla violenza, atteggiamenti negativi verso il/la partner e così via; dall’altra abbiamo dati di segno completamente opposto, in cui il consumo di porno sembrerebbe, invece, la panacea di ogni male: in grado di aumentare le conoscenze circa la sessualità, il benessere, migliorare la soddisfazione all’interno di una relazione e ridurre la violenza di genere (Hesse et al. 2017).

Come diavolo è possibile, per esempio, che lo stesso prodotto sia associato con l’insensibilità alla violenza (e con la violenza stessa) e contemporaneamente con la riduzione della violenza interpersonale?

Al netto di variabili metodologiche, a mio avviso, potrebbero esserci due spiegazioni: a) persone diverse ricercano contenuti diversi, in cui la violenza non sia sessualizzata e la sessualità non sia violenta, o viceversa; b) il punto non è lo stimolo, che può essere lo stesso per tutti, ma il significato attribuito allo stimolo.

Parliamo dello stimolo. Sembrerebbe che nell’88% delle scene mostrate nei porno ci sia violenza fisica o verbale verso una persona. Nel 95% dei casi, quando qualcuno agisce violenza verso un’altra persona, si tratta di un uomo nei confronti di una donna, quasi sempre, inoltre, la persona aggredita non ha nessuna reazione, anzi, gradisce la violenza (Foubert, 2017).

Un’altra immagine veicolata dal porno è quella dello stereotipo in base a cui l’uomo dovrebbe essere sempre e comunque pronto a fare sesso, in qualunque condizione, con chiunque, sempre virile, sempre potente.

Parliamoci chiaro un attimo, con rappresentazioni esplicite di questo genere non è una sorpresa che la pornografia possa essere un fattore di rischio per due gravi problemi, specie se usata come educazione sessuale fai da te: 1) la violenza di genere; 2) le disfunzioni sessuali maschili. Vediamo brevemente attraverso quali meccanismi.

John D. Foubert riporta un interessante esperimento in cui il cervello degli uomini era stato scannerizzato mentre guardavano un porno: durante la visione il loro cervello reagiva alle donne come se fossero oggetti, non come se fossero persone, nel senso che ad attivarsi di fronte una donna erano le aree cerebrali generalmente implicate nell’analisi e nel riconoscimento degli oggetti, non quelle che di solito rispondono a stimoli umani.

Ciò è importante perché l’oggettificazione e la deumanizzazione rendono la violenza più accettabile. Sembra, inoltre, che le persone che usano più pornografia, diventino meno capaci di attendere una gratificazione rispetto a quelle che ne usufruiscono meno.

E per quanto riguarda le disfunzioni sessuali maschili? Credere che questa immagine del maschio sempre pronto a fare sesso debba essere la norma può portare a sperimentare ansia e sentimenti di inadeguatezza, specie se anche il/la partner ha delle aspettative modellate su questa idea.

Affinché vi sia l’erezione del pene è necessario che l’uomo sia rilassato, ma questi vissuti possono portare all’attivazione del sistema simpatico, che induce la perdita dell’erezione, la quale a sua volta può sfociare in una nuova ansia da prestazione.

Aggiungerei come fattore di rischio il fatto che una molestia a danno di un uomo possa non essere presa sul serio, visto che uno stereotipo di questo tipo, se preso per vero, rende inconcepibile il fatto che un maschio possa rifiutare un qualunque tipo di avance.

Questi due esempi di meccanismi, come avrete notato, sono mediati da un sistema di significati: l’oggettificazione e l’idea che un certo comportamento debba essere la normalità.

Come abbiamo detto prima, i risultati sembrerebbero contraddittori, ma Foubert (sì, sempre lui) alla fine del suo articolo lancia un’invettiva contro i sostenitori della pornografia, affermando che ci sono tantissimi studi che dimostrano la relazione tra pornografia e violenza di genere, e che il fatto che ci siano un paio di studi in cui è stato dimostrato il contrario in realtà non significa assolutamente nulla, perché nelle scienze sociali può capitare una volta ogni tanto di trovare risultati contraddittori, ma ciò che conta è il peso delle evidenze. La riporto un po’ perché è una riflessione critica e (a mio avviso) interessante, un po’ per simpatia personale verso di lui e il suo punto di vista. #TeamFoubert.

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Federica Molteni
Piacere, Federica! Mi sono laureata in psicologia clinica presso l’Università di Milano Bicocca con una tesi riguardante la relazione tra varie forme di cyberbullismo sessuale, come lo slut shaming, e la cultura dello stupro sui social network. Nel 2016 ho trascorso sei mesi presso l’ISPA di Lisbona, periodo nel quale ho appreso la metodologia di stesura di un progetto di ricerca in ambito psicologico, scoprendo che la cosa mi interessa e mi motiva. Nel corso dell’ultimo anno, nel tempo libero, ho seguito un corso di improvvisazione teatrale ed ho scoperto che anche questa cosa mi piace e mi diverte. La quasi totalità delle esperienze di stage/volontariato ecc. che ho svolto sono state con i bambini. Lavorare con i bambini è sempre un piacere, ma in futuro vorrei operare (anche) con gli adulti. Ad oggi, mi piacerebbe poter mettere in piedi/partecipare a dei progetti che mirino ad ottenere un cambiamento sociale e migliorare le condizioni di vita dei partecipanti; in un futuro più lontano, invece, mi piacerebbe diventare una psicoterapeuta cognitivo comportamentale ed essere abilitata alla schema therapy. Contatti: f.molteni13@gmail.com

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