Recenti indagini hanno confermato che i pazienti che richiedono un appuntamento dal medico di medicina generale esprimono problematiche psicologiche nel 70% dei casi (Gatchel and Oordt – APA, 2008).

Qualunque tipo di problema, anche organico, venga portato al medico, infatti, può trovare migliore soluzione se, oltre ad essere considerato in termini biologici, viene inquadrato anche da un punto di vista psicologico (Bertini, 1988; Solano, 2001). Ciò significa dare attenzione alle esperienze di vita della persona, al suo modo di relazionarsi e di “essere” nel mondo.

Il Prof. Luigi Solano e colleghi (2000) portano avanti ormai da diversi anni un progetto che ha alla base l’idea di affiancare uno/a psicologo/a ai medici di medicina generale (MMG) già operanti in tutto il territorio nazionale. Ho avuto la fortuna di poter approfondire, qualche anno fa, i presupposti di questa iniziativa che, al di là dell’entusiasmo che inevitabilmente suscita, costituirebbe un enorme vantaggio in termini di salute pubblica e in termini economici, come ampiamente dimostrato dalla ricerca internazionale e nazionale.

Vediamo cosa accade, spesso, all’interno di uno studio di medicina generale, per esaminare in seguito i vantaggi e le problematiche legate al progetto e cogliere i cambiamenti che apporterebbe l’introduzione di questa nuova figura professionale: lo Psicologo delle Cure Primarie e/o lo Psicologo di Base.

Prendendo spunto dai numerosi casi clinici riportati nel volume “Medico, paziente e malattia” (1957) di Michael Balint, immaginiamo alcune tipiche situazioni in cui si potrebbero inserire le diverse modalità di risposta del medico alla complessa richiesta del paziente:

  • “Parlo al medico del problema e dei sintomi che mi portano ad essere da lui. Dopo la visita, viene ipotizzata la possibile presenza di una patologia organica e vengo inviato ad una serie di analisi di laboratorio o radiologiche o a visite specialistiche”. A questo punto, gli esiti possibili sono:
    • il medico effettivamente riscontra un’alterazione organica. ”Mi accordo con lui riguardo ad un possibile trattamento. Sento che la mia richiesta sia stata accolta e soddisfatta ritorno a casa, forte della relazione di fiducia con il mio medico.
    • non si riscontra nulla (caso più frequente): “Ho la sensazione che il mio medico non prenda sul serio la mia richiesta. Lo so, le analisi dicono che non ho nulla ma io continuo a non sentirmi bene. Non mi va che pensi che sia tutto frutto del mio pensiero o che sia la mia “ennesima fissa” o che mi consideri “un caso da psicologia”. Forse sarà il caso di provare ad andare da un altro medico!”
  • “Dopo la visita il medico mi ha detto che posso stare tranquilla perché “non ho niente”. Mi ha detto che deve trattarsi di “un problema psicologico”, di “stress”. Da quanto ho capito non è necessario che faccia nulla di serio. Bene! Ma questa situazione come la risolvo?!? Andrà via da sola?!? Che confusione…”
  • Il medico si rende conto che non c’è alcun problema organico e costruisce una diagnosi e un trattamento fittizi, sfruttando al massimo l’effetto placebo: “Il medico mi ha detto che ho un’insufficienza epatica e che per un po’ dovrò prendere un ricostituente”. In questo modo viene soddisfatto il desiderio del paziente di dare un nome al proprio disagio e salvaguardato il rapporto medico-paziente, ma non viene colta un’occasione per affrontare i problemi reali che sono alla base del disagio. Modalità molto diffusa nell’Italia di qualche decennio fa, che non appare più applicabile data la diffusione delle conoscenze sanitarie tra i pazienti e l’esigenza della comunità medica di attuare una pratica scientifica ed Evidence Based.

La risposta migliore dovrebbe essere, dunque, quella di assegnare ai problemi psicologici e relazionali la stessa dignità di quelli somatici (Balint et al, 1957) con l’invio del paziente ad uno specialista di salute mentale non semplicemente per esclusione, ma dopo aver riscontrato la presenza di una problematica psicologica e la volontà del paziente nel volersene occupare.

Un’inchiesta condotta a Torino (Boarino, Zuccarello, 2007) ha mostrato come la necessità dell’adozione di un approccio psico-sociale alla salute venga fortemente sentita tra i medici di base, ma che i medesimi si ritengano scarsamente adatti a tale funzione per i seguenti motivi: limiti di tempo, possibile riluttanza del paziente ad intraprendere un dialogo con il medico ad un livello più personale, perché sentito in contrasto con il suo ruolo, e formazione insufficiente.

Emerge quindi la necessità di una collaborazione con una figura diversa, che accolga la richiesta dei pazienti nella loro dimensione psico-sociale, in un’ottica di prevenzione e promozione del benessere, diagnosi, trattamento e riabilitazione. Offrire, infatti, un’assistenza globale è un’esigenza di “umanizzazione”, ma anche una possibilità per ridurre drasticamente la spesa sanitaria.

Si tratta di ricostruire quell’unità di approccio agli aspetti corporei e mentali della persona e far maturare una cultura per cui lo psicologo non debba mettere a disposizione di pochi le proprie competenze, ma possa garantirne l’utilizzo a tutti, esattamente come avviene per un medico di medicina generale.

Seconda Parte

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Josephine Zammarrelli
Sono nata ad Agropoli (SA), un piccolo gioiellino nel cuore del Cilento al quale sono profondamente legata. Ancor prima di terminare gli studi liceali ho preso parte al IV Convegno F.I.S.I.G (Federazione Italiana Scuole ed Istituti Gestalt) a Salerno. Ho scritto una tesi triennale, in ambito neuropsicologico, riguardante l’interfaccia neurale per la riabilitazione di deficit neurologici. Attualmente sono iscritta al corso di laurea magistrale in Psicologia Clinica presso l’Università degli Studi di Padova. Dal 2016, collaboro in qualità di writer all’interno di un blog informativo “Genitore si diventa” (http://www.genitoresidiventa.it). Sin da bambina ho sempre avuto l’esigenza di dedicarmi all’arte e ad attività capaci di dare espressione al mio mondo personale ed interiore. Il disegno, la danza e la musica sono stati sempre una costante nella mia vita. La comunicazione è vita e “Cultura Emotiva” rappresenta per me un’ulteriore occasione per conciliare questa mia personale esigenza con l’amore per il complesso ed affascinante mondo della psicologia. Contatti: jzammarrelli@virgilio.it

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