La dipendenza che cela l’insoddisfazione verso se stessi

Spoiler Free

Mon roi è un film sceneggiato e diretto da Maiwenn Le Besco, nel quale sono presentate le vicende amorose e le dinamiche relazionali di una coppia di ultra trentenni: Tony, interpretata dalla bravissima Emmanuelle Bercot, e Georgio, ruolo affidato al famoso Vincent Cassel. Nel cast compare anche il nome di Louis Garrel (Solal, fratello di Tony), meglio noto per aver interpretato il ruolo di coprotagonista nel film “The dreamers” diretto da Bernardo Bertolucci, e di Isild Le Basco (fidanzata di Solal).

La storia è un po’ quella che conosciamo già tutti: un uomo e una donna si innamorano e costruiscono un rapporto gioioso che degenera col tempo in tormentati conflitti.

Eppure il film non è mai noioso e scontato e questo lo si deve alla bravura della giovane regista francese, già nota per il film Polisse (2011), col quale si è aggiudicata il premio della giuria al 64° Festival di Cannes e due premi César.

Difatti il racconto mantiene per tutto il tempo una costante suspense sugli eventi e compare sempre qualche imprevisto pronto a rompere il filo narrativo che la stessa Maiwenn suggerisce, ma solo al fine di illuderci che gli eventi avranno un certo seguito, in modo tale da suscitarci sorpresa nel momento in cui sovvertirà le regole del gioco.

Il film viene raccontato alternando il vissuto presente di Tony, che infortunata al ginocchio è costretta a trascorrere diverse settimane in un centro riabilitativo, con dei flashback che ripercorrono la sua storia con Georgio.

La prima informazione che la regista ci fornisce attraverso un dialogo tra la psicologa del centro di riabilitazione e la protagonista, è che vi sia una correlazione tra l’infortunio di Tony è i suoi problemi relazionali.

Col procedere del film ci viene fatto insinuare che il suo percorso di rieducazione fisica si evolverà di pari passo a una maturazione emotiva. Altra cosa sulla quale veniamo illusi è la figura di Georgio.

Cassel, ormai consolido in questo ruolo, interpreta un uomo brillante, fascinoso, divertente e apparentemente degno di fiducia. Si innamora di Tony, donna molto al di sotto dei suoi standard estetici, con la quale instaura una relazione idilliaca. Praticamente il principe azzurro che molte donne sognerebbero.

Poi però la sua figura cambia improvvisamente e dopo il matrimonio, da persona innamorata e attenta, si riscopre un gran farabutto, bugiardo, menefreghista e ipocrita, a tal punto che scaricherà tutta la colpa delle tensioni presenti nella coppia su Tony, quando invece la causa di queste è da attribuirsi alla sua fuga dagli impegni matrimoniali e genitoriali (avranno un figlio insieme), che mette in atto uscendo di casa e ritornando a fare la vita da gran viver come prima di conoscere Tony.

Maiwen ce lo fa odiare, lo giudichiamo per l’egoismo puro che emerge da questa figura maschilista che prende e se ne va e poi torna, sommergendo la moglie di lacrime e scuse, facendo promesse che non manterrà e per le quali chiederà nuovamente perdono, salvo poi ricattarla e ingannarla nel momento in cui lei si rifiuta di riaccoglierlo.

Noi Georgio lo detestiamo proprio e nella nostra testa lo classifichiamo come il “re degli stronzi”, come lui stesso si autodefinisce (altro particolare sul quale la regista gioca per sviarci dal reale significato del titolo e della storia).

Eppure piano piano ci accorgiamo anche di un’altra cosa, ovvero che l’infelicità che prova Tony non è proprio solo responsabilità del marito.

Se, infatti, in un primo momento ci appare tenace e paziente nel cercare di salvare la relazione, poi però ci accorgiamo che è lei stessa a perseverare la sua condizione. Cerca più volte di lasciare Georgio ma capiamo presto che è tutta una finzione, solo una strategia per ricondurlo a sé.

Ci rendiamo quindi conto di quanto in realtà sia la stessa Tony ad essere fragile ed egoista, responsabile, seppur in maniera meno plateale, della sofferenza che permette a Georgio di infliggere a lei stessa e al figlio.

Ribilanciando quindi gli oneri, comprendiamo anche come entrambi siano incapaci di troncare veramente il rapporto. Emblematica è la scena nella quale dopo aver ottenuto il divorzio, i due festeggiano facendosi fotografare assieme ai loro avvocati mentre si baciano e finendo subito dopo a letto insieme, col rischio tra l’altro di farsi scoprire di nuovo insieme dal figlio.

Come detto sopra, tutto il lietmotiv della narrazione gioca sul creare aspettative che verranno sistematicamente disilluse, un po’ come succede ai due protagonisti con le loro speranze e attese, e l’ultima di queste disillusioni riguarda proprio la crescita personale di Tony: nel momento della verità, con un ultimo colpo di scena che vale da solo tutto il film, negli ultimi fotogrammi della pellicola, ecco che con un gioco di battute ci viene svelato il reale significato del titolo di questo lungometraggio.

 

Perché mi interessa questo film? Perché al di là del fatto che l’ho trovato stimolante, ritengo ci offra degli ottimi spunti per riflettere sulle dipendenze affettive.

Entrambi i protagonisti mi sono sembrati alquanto insoddisfatti della loro relazione, ma ciò mi pare dovuto al fatto che in primis fossero insoddisfatti di sé stessi.

Difatti ciò che li rende incapaci di stare bene insieme prima e di separarsi poi, sembra essere il vuoto cosmico che provano nel loro mondo interno; quella sensazione terribile di essere insufficienti a se stessi e quindi carenti e bisognosi di amore e felicità.

Molte relazioni si costruiscono proprio su questo reciproco bisogno di affetto e corrispondenza, cosa che se in un primo momento lega le persone poi però le rende ancor più insoddisfatte e per di più deluse.

Questo perché l’aspettativa è di poter ricevere dall’altro amore e gioia, ma essendo entrambi carenti di queste due qualità come potrebbero sia riceverle che donarle?

Georgio e Tony sono la rappresentazione di molte coppie reali che vivono la propria relazione invischiati nella dipendenza, incapaci sia di essere felici di ciò che sono che di stare soli.

Perché non riescono a separarsi se non stanno bene insieme? Il motivo appare essere che interrompere il rapporto significherebbe per loro perdere quel sostegno illusorio che per quanto non li soddisfi per lo meno li fa sentire in compagnia.

Entrambi hanno bisogno di un capro espiatorio sul quale riversare la colpa della propria sofferenza perché troppo difficile è ammettere e comprendere che in realtà l’insoddisfazione ha dimora dentro di sé.

Separarsi significa rimanere soli faccia a faccia con quel vuoto che si cerca disperatamente di coprire, dal quale si fugge, che non si vorrebbe mai sperimentare, oltre al fatto che ciò equivarrebbe ad ammettere a sé stesi di aver fallito.

I due protagonisti non trovando e non sapendo che è dentro di sé che devono recuperare la serenità di cui hanno bisogno, non fanno altro che fuggire e ricercarsi in continuazione, sia perché delusi, ma anche nel tentativo di convincere l’altro ad avere bisogno di loro, in modo tale da potersi sentire importanti e forti, pieni di qualità delle quali il partner non può fare a meno. Entrambi hanno la necessità di usare l’altro per sperimentare un benessere fittizio.

Inoltre nel film fuggono, ognuno a suo modo, da loro stessi e delle proprie sofferenze: Georgiò cercando brividi e forti emozioni che lo distraggano dall’affrontare i problemi reali e Tony abnegando i segnali di saturazione che il suo corpo e la sua mente continuano a trasmettergli, cercando, in una pratica ormai comune, di sedarli con degli psicofarmaci.

Inoltre si illude di riuscire a cambiare il marito, ma non potrà mai ottenere un simile risultato in quanto lui non è l’unico a dover cambiare e poiché anch’essa è affetta dal suo stesso male.

Infine mi è parso che quando i due personaggi si incontrano non sono mai veramente l’uno al cospetto dell’altro, in intimità e senza maschere, ma entrambi cercano ogni volta di ricavare da fonti esogene le emozioni per stare insieme: sesso, regali, cene e divertimenti, ma mai avviene un contatto profondo tra i due.

Io credo che il film ci mostri come le relazioni non siano sempre il luogo dove, come mi era parso di capire anche a me, tiriamo fuori il meglio di noi. Nella mia esperienza infatti ho potuto verificare qualcosa di diverso: all’interno di un rapporto emergono tutta una serie di vissuti affettivi, belli o brutti che siano, che sorgono proprio in virtù del fatto che hanno avuto origine da precedenti relazioni.

Mi è capitato di accusare e di essere accusato di non essere o fare abbastanza, ma ad uno sguardo più profondo eravamo io e l’altra persona a non sentirci apposto con noi stessi.

E la rabbia che ho espresso sia nei miei stessi confronti sia nei confronti del partner, per aver mancato alle mie aspettative, guardandola bene non era altro che la manifestazione di un vuoto che avevo dentro di me e che non sapevo di poter colmare da solo. Quando accade ciò significa che la relazione è basata sul bisogno di ricevere e non sul dare.

Tornando al film sia Georgio che Tony per essere felici dovranno imparare a convivere con sé stessi e affrontare la grande sofferenza che si muove dentro di loro, usandola come bussola per la crescita piuttosto che cercare di nasconderla e ignorarla.

La loro storia mostra palesemente che non seguire questo percorso, per quando arduo sia, può solo condurre ad altra sofferenza. O si alimenta la gioia dentro di sé, oppure si può rimanere infelici anche per tutta la propria vita.

Cosa provate adesso?

CONDIVIDI
Articolo precedenteIl lato dimenticato del saluto
Articolo successivoSchizofrenica guida l’armata di Francia alla riconquista d’Orléans
Vittorio Arrigoni
Laureato in Psicologia Clinica presso l’Università di Milano Biccocca, ho ideato il format di Cultura Emotiva e ne sono il cofondatore. Ho scritto e pubblicato una tesi sul tema delle relazioni poliamorose, pratico meditazione Vipassana e ho conseguito un diploma sulla “Mindfulness in Relazione” secondo il metodo del Karuna Institute (UK) sotto la supervisione di Anne Overzee e Deirdre Gordon. Collaboro inoltre da settembre 2016 come volontario presso l’Associazione Mudita di Milano, all’interno della quale sto approfondendo le mie competenze nel settore della mindfulness contemplativa. Dopo aver svolto a Nicosia (Cipro) il mio programma Erasmus+ presso l’University of Cyprus (UCY), ho svolto il tirocinio pre-laurea presso la Casa Circondariale di Monza nell'ambito della prevenzione del suicidio e dell'autolesionismo, e su quest'ultimo argomento ho sviluppato la mia tesi magistrale. Ad oggi lavoro come tirocinante presso la Fondazione Rosa dei Venti Onlus, CT che si occupa del trattamento di adolescenti con disturbi della personalità. Il mio prossimo obiettivo è quello di diventare uno psicoterapeuta Cognitivo Costruttivista Relazionale. Contatti: v.arrigoni6@campus.unimib.it

ADESSO COSA PENSI?