In seguito alla diffusione del video de “Le iene”, in cui Morelli parla delle molestie sessuali che in questi giorni hanno scosso l’opinione pubblica, Cultura Emotiva ha deciso di provare a commentare le sue parole.

Da una parte cercheremo di inquadrare teoricamente e spiegare il suo commento, dall’altra di problematizzarlo e analizzarlo in modo critico.

Link all’articolo sulle basi teoriche del discorso di Morelli.

Io mi faccio carico della parte di analisi critica del suo intervento, partendo dal presupposto che comunque “Le iene” tagliano, quindi non conosciamo il suo punto di vista in modo reale e completo.

Credo che meriti attenzione e riflessione il fatto che lui abbia detto che c’è differenza tra un predatore sessuale ed un “dominatore” alias narcisista manipolatore, perché quest’ultimo, secondo Morelli, non fa quello che fa per godere, ma lo fa per esercitare controllo sull’Altro e quindi nel suo caso la dimensione del potere sarebbe predominante rispetto a quella sessuale.

Seppure da un punto di vista clinico si possa verosimilmente trattare di profili psicologici diversi, credo che la sua affermazione possa essere in un certo senso fuorviante.

Fuorviante in primo luogo perché la dimensione del potere è presente in entrambi i casi e ci sono numerose teorie sullo stupro che lo collegano con la dimensione del controllo invece che con quella del sesso; e in secondo luogo perché, se la discriminante tra uno stupro e un non stupro fosse l’intenzione dell’aggressore, allora non si dovrebbero considerare stupri quelli perpetrati, per esempio, da parte di uomini etero nei confronti di uomini gay.

Verrebbe poi a perdersi completamente il punto di vista della vittima: c’è già stato, a tal proposito, un caso in cui il capo era stato denunciato da due colleghe per palpeggiamenti, ma ha lo stesso vinto la causa perché il tribunale aveva stabilito che egli non avesse agito con l’intento di provare piacere sessuale.

Ci metto la mano sul fuoco che Morelli non intendesse accondiscendere a casi simili, ma non escludo che le sue parole possano essere strumentalizzate per giustificare questo genere di episodi. Ritengo pertanto importante sottolineare che l’intenzione del manipolatore non elimina la natura sessuale dell’atto.

Per queste persone Morelli suggerisce una terapia individuale. Mi trovo d’accordo su questo punto, anche se dall’alto della mia inesperienza credo che la terapia individuale sia necessaria, ma non sufficiente.

Ritengo che non sia sufficiente perché, a parte le numerose teorie individuali che spiegano cosa spinga una persona a stuprare, esistono anche delle teorie che hanno proposto anche ragioni socio-antropologiche.

Per esempio l’antropologa Rita Laura Segato, ritiene che lo stupratore non sia un individuo isolato, ma una persona fragile che risponde ad un mandato sociale di mantenimento della “legge patriarcale” per cui ci sono determinati ruoli che vanno rispettati, teoria che si potrebbe prestare abbastanza bene alla lettura di un fenomeno così esteso perché l’ordine sociale mantenuto, in questo caso, sarebbe quello per cui una donna che ottiene qualcosa, non lo ottiene perché è capace tanto quanto un uomo, ma perché ha fatto ad un uomo un favore d’altro tipo.

Questa teoria, in effetti, si collega abbastanza bene con la tematica della prostituzione. Charlie Barnao, infatti, nel libro “Le prostitute vi precederanno, inchiesta sul sesso a pagamento” sostiene che tale pratica abbia avuto, nel corso dei secoli, diverse funzioni e che una delle funzioni che assolve ad oggi sia quella per cui “gli uomini in crisi di identità, spiazzati dall’emancipazione femminile, [vi] si rifugiano, illudendosi di fermare le lancette dell’orologio dell’emancipazione della donna” (2016).

Il contesto socio culturale, in casi come questi, quindi, in relazione con le caratteristiche del singolo, potrebbe giocare un ruolo fondamentale. Pertanto oltre ad una terapia individuale, per risolvere i problemi di questi singoli attori sociali, sarebbe anche bene riflettere sull’importanza di ridurre i fattori di rischio presenti nell’ambiente e nella nostra stessa socializzazione.

Socializzazione nella quale è possibile forse trovare anche le cause dell’accondiscendenza di alcune di queste ragazze. Da una parte credo che sia un bene che Morelli abbia messo in luce anche la possibilità di ragionare sulle “responsabilità” della vittima, per permetterle di tutelarsi in futuro, d’altro canto bisogna stare attenti a non trasformare questo invito a prendersi la propria quota di responsabilità in colpevolizzazione.

In un primo momento ascoltando l’intervista mi era sembrato di cogliere una sorta di colpevolizzazione nelle sue parole, riascoltandola probabilmente devo ammettere che la mia impressione potrebbe essere dipesa molto dal montaggio de “Le iene”, perché un messaggio di questo tipo, anche se è pericoloso perché potrebbe fomentare quel linguaggio d’odio di cui i social network sono già pieni, purtroppo aiuta a fare più ascolti.

La questione del linguaggio d’odio mi ha fatto riflettere su un’ultima questione posta da Morelli, cioè quella del silenzio. Dopo la denuncia infatti sui social si è aperto il baratro della pubblica opinione che con toni accessi ha attaccato lui, poi loro, poi di nuovo lui e contemporaneamente loro.

Non sono per niente d’accordo con il suggerimento di non denunciare, anche se si crede di avere una quota di responsabilità, non potrò mai essere d’accordo e personalmente provo una grande stima per chi ha avuto il coraggio di tirare fuori questi scheletri dall’armadio e cambiare le cose per quelle ragazze che avrebbero altrimenti subito lo stesso trattamento in futuro.

Però credo che dopo la denuncia, sparire dai social per un po’ e rifugiarsi nel silenzio, per essere le sole giudici di se stesse e dell’accaduto, senza lasciarsi disturbare dagli attacchi degli altri, potrebbe avere una sua utilità.

E se questa, chiaramente e per fortuna, non è una decisione che qualcun altro può prendere al posto loro, credo che sia bene partire da situazioni simili per mettere in luce questioni quali il linguaggio d’odio su internet e quindi nella nostra quotidianità e sul ruolo che il giornalismo click bait potrebbe avere nell’incoraggiarlo e mantenerlo.

Il titolo dato da “Le iene” stesse al video di morelli non è stato da meno: “in ogni donna c’è una prostituta”, ottima strategia per fare ascolti, anche se il rischio era quello di lasciare che le persone si sbizzarrissero contro le donne o contro lo psichiatra.

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Federica Molteni
Piacere, Federica! Mi sono laureata in psicologia clinica presso l’Università di Milano Bicocca con una tesi riguardante la relazione tra varie forme di cyberbullismo sessuale, come lo slut shaming, e la cultura dello stupro sui social network. Nel 2016 ho trascorso sei mesi presso l’ISPA di Lisbona, periodo nel quale ho appreso la metodologia di stesura di un progetto di ricerca in ambito psicologico, scoprendo che la cosa mi interessa e mi motiva. Nel corso dell’ultimo anno, nel tempo libero, ho seguito un corso di improvvisazione teatrale ed ho scoperto che anche questa cosa mi piace e mi diverte. La quasi totalità delle esperienze di stage/volontariato ecc. che ho svolto sono state con i bambini. Lavorare con i bambini è sempre un piacere, ma in futuro vorrei operare (anche) con gli adulti. Ad oggi, mi piacerebbe poter mettere in piedi/partecipare a dei progetti che mirino ad ottenere un cambiamento sociale e migliorare le condizioni di vita dei partecipanti; in un futuro più lontano, invece, mi piacerebbe diventare una psicoterapeuta cognitivo comportamentale ed essere abilitata alla schema therapy. Contatti: f.molteni13@gmail.com

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