Julian (Ryan Gosling), un giovane bellimbusto americano, gestisce una palestra di arti marziali a Bangkok. Suo fratello, dopo aver stuprato e ucciso una ragazza, viene giustiziato dal padre della stessa, istigato dal silenzioso e letale Chang, capo della polizia locale, garante della giustizia seguendo gli antichi dettami della legge del taglione, scientificamente portata avanti a suon di katana e mutilazioni.

Crystal, bellissima e terribile madre di Julian, gli fa visita a Bangkok in seguito alla morte del figlio, primogenito e affettivamente più complice: con la sua ingombrante presenza cercherà di spingere il figlio sopravvissuto a vendicarsi del fratello, anche a costo di sfidare l’onnipotente Chang.

Julian si trova così fra due fuochi: da una parte a fronteggiare il femminile terribile incarnato da sua madre, seduttiva e fatale donna determinata ad utilizzarlo al pari di una sua estensione, dall’altra a vedersela con il potente maschile incarnato dal poliziotto Chang, lama della giustizia e impietoso esecutore.

La situazione affrescata dal regista danese Nicolas Winding Refn nel film Only god forgives è sostanzialmente una situazione edipica: lunghissime inquadrature, scarsi dialoghi e un’atmosfera fortemente onirica sono gli espedienti tecnici messi in atto al fine di dipingere un quadro simbolico e quanto più universale del tema mitico dello sviluppo dell’individualità (dell’Io) a partire dalla naturale tensione fra paterno e materno, fra principio maschile e femminile, fra Realtà e Piacere.

La cifra stilistica caratteristica del film, ovvero la tensione tipica del cinema di Refn verso gli elementi simbolici e più profondi dell’umano, ci permette di affrontare questo tema in maniera analitica, muovendoci dalla dimensione personale verso quella trans personale (collettiva), considerando il tema del conflitto Edipico, uno dei più discussi capisaldi della psicoanalisi classica (perciò ormai quasi argomento di conversazione da spiaggia), nella prospettiva freudiana e in quella junghiana, una visione quest’ultima che apre i confini dell’interpretazione verso più ampi orizzonti, che vedono l’uomo come essere in costante tensione verso l’individuazione – ovvero la scoperta e la definizione di se stesso come essere unico.

Nella visione freudiana (quella più conosciuta del fenomeno), il complesso edipico consiste in un normale passaggio evolutivo durante il quale il bambino progressivamente si autonomizza dal legame simbiotico che lo lega alla madre.

Il piccolo comprende di non poter avere l’esclusività dell’amore materno e allo stesso tempo di non poter competere con il potere paterno, del quale teme l’ira vendicativa sottoforma di paura di perdere la propria genitalità (angoscia di castrazione). Il bambino risolve così il conflitto cercando di assicurarsi l’amore materno identificandosi con il padre, che viene elevato a modello.

In questa presa di coscienza il bambino inizia così a incorporare i valori e le virtù paterne, che andranno a formare ciò che Freud definiva Super-Io – l’organo che presiede al controllo e al veto sui nostri comportamenti sociali nonché sui nostri pensieri, regolando e modulando le nostre emozioni.

In questa visione il mito di Edipo si offre come exemplum in forma narrativa del processo sopra spiegato. Il lettore, così velocemente introdotto nell’algoritmo di pensiero freudiano, porrà di certo alcune contestazioni, ben più semplici e fondanti rispetto alla grande impalcatura interpretativa fin qui proposta: se il processo è fisiologico, come si spiega la brutta fine di Edipo nell’omonimo mito? Ma soprattutto, chi dice che sia la sessualità l’intimo motore di tutta questa faccenda?

Le obiezioni sono del tutto comprensibili, spesso fondanti il generale scetticismo dei profani nel momento stesso in cui vengono informati della loro sicura infatuazione erotica precoce nei confronti del genitore del sesso opposto.

Di fatto, queste perplessità hanno mosso un gran numero di teorici verso una riformulazione in chiave moderna della situazione edipica, ad oggi in larga misura epurata degli ingombranti caratteri sessuali e ridefinita come prototipo della prima vera situazione triadica vissuta dal bambino.

L’uscita dalla coppia madre-bambino e l’ingresso nella triade madre-bambino-padre permetterebbe infatti al piccolo di poter fare esperienza di sé da un punto di vista terzo, emancipandosi dal tutt’uno che, fino ad allora, viveva con la genitrice.

Lo sguardo su di sé dall’esterno rappresenta allora il principio dell’autocoscienza, che garantisce l’accesso ad un livello superiore di maturità (Fonagy, 2001).

Un ulteriore tipo di lettura ci è suggerito dal carattere immaginifico e potentemente evocativo del film, in linea con un’interpretazione di tradizione junghiana.

Proprio Jung in effetti ci invita a staccarci da quanto di personale c’è nella situazione edipica, dalla mamma e dal papà reali, per spostare lo sguardo su quanto vi sia, in questo processo, di trans-personale o collettivo (ovvero inerente al funzionamento umano in generale, non strettamente legato alla situazione specifica di vita del singolo individuo).

Da padre e madre ci si sposta allora al paterno e al materno come funzioni che ordinano la nostra vita psichica che, dalla loro interazione, permettono lo sviluppo della coscienza.

In questa prospettiva, i genitori reali vanno a incarnare delle istanze psicologiche che sono parte del naturale processo evolutivo della nostra psiche tipico della nostra specie. Queste funzioni mentali si rendono manifeste nella loro purezza non nella nostra storia personale ma sottoforma di simboli culturali, nel mito, nelle fiabe, nell’arte, insomma nella nostra storia collettiva.

Only god forgives, in quanto prodotto culturale, si presta particolarmente bene a tale tipo di lettura, ricco com’è di spunti e di immagini chiare in se stesse, in grado di disegnarci un profilo allegorico della situazione edipica.

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