Come s’impara l’ottimismo? È un vantaggio o uno svantaggio essere ottimisti?

Spesso sono stato definito ottimista, a volte con ammirazione altre con compassione, per via di come vedo il mondo e come interpreto gli eventi. Non credo di esserlo sempre stato, o raramente mi sono definito tale: talvolta è visto come sintomo di idealismo o illusione. Da qualche anno a questa parte ho invece provato un certo piacere nell’essere apertamente ottimista, ho sperimentato i benefici che esserlo porta, tra i quali un maggiore benessere psicologico, fisico, emotivo e non da ultimo la capacità di reagire agli eventi negativi.

Infatti, secondo alcuni psicologi e scienziati l’ottimismo sarebbe associabile ad una tendenza minore alla dipendenza, minore abuso didi sostanze, una salute psicofisica migliore e di conseguenza una vita più lunga, si potrebbe addurre ciò all’influenza del sistema nervoso sul corpo e forse all’epigenetica (cambiamenti nella lettura del DNA durante la vita). Ovviamente ci sono eventi nella vita che sono al di fuori del nostro controllo, che siamo ottimisti o meno, ma esserlo aiuta a superarne le conseguenze, a reagire meglio.

A dispetto dell’adagio popolare “chi si accontenta gode”, il pensiero per cui minori aspettative portano più soddisfazione o meno infelicità, sono invece molti altri fattori a determinarla, tra i quali può esserci l’ottimismo. La capacità di reinterpretare gli eventi con prospettive diverse è utile a questo proposito, dà più fiducia in sé stessi e nel futuro, cioè più energia psicologica per agire, di conseguenza più occasioni di essere soddisfatti della propria situazione, già solo per aver dato il massimo per esempio.

Portando il concetto ad un livello pratico: da universitario informato sul mercato del lavoro potrei avere scarse aspettative per il mio futuro lavorativo, per assicurarmi di non essere deluso da alte aspettative personali potrei scegliere il percorso più rapido e professionalizzante, senza pericoli ed imprevisti, che tuttavia potrebbe farmi sentire poco utile ed  insoddisfatto da un punto di vista umano, personale o anche professionale. Potrei anche trovarmi ad essere poco motivato in generale.

Da ottimista investirei sulle mie ambizioni ed aspettative personali, farmi motivare da esse a dare il meglio, e se anche questo non dovesse bastare a soddisfarle sarei felice di aver fatto il mio percorso di crescita umana. Potrei anche non lasciarmi scoraggiare e raggiungerle con più fatica e pazienza o con altri mezzi.

Secondo uno studio condotto sui neolaureati, divisi in gruppi di ottimisti e pessimisti, dopo vent’anni dall’entrata nel mercato del lavoro, gli ottimisti (come descritti nel mio esempio) erano mediamente più soddisfatti ed avevano raggiunto più traguardi personali rispetto ai “pessimisti”.

L’ambizione ottimistica può sì portare delle delusioni quando le buone aspettative non si verificano, ma in relazione alla soddisfazione personale è vantaggiosa: chi ha alte aspettative generalmente ottiene buoni risultati anche nel caso in cui, metaforicamente, non dovesse salire sul primo posto del podio, perché continua a volersi migliorare e non si lascia prendere dallo sconforto.

Secondo alcuni genetisti e neuropsicologi l’ottimismo sarebbe un tratto innato, determinato da fattori al di là del nostro controllo: non si apprenderebbe, ci si nasce o ci si è portati. Con loro buona pace dedico la seconda parte di questo articolo a spiegare come si impara ad essere ottimisti secondo la psicologia positiva, che spiega l’ottimismo come uno schema mentale che può essere appreso.

Anzitutto l’ottimismo è caratterizzato da tre aspetti: Permanenza, Pervasività e Personalizzazione.

L’ottimista (contrariamente al pessimista) possiede uno o più di questi schemi mentali, le 3P: pensa che le situazioni positive siano permanenti e quelle negative temporanee, che gli eventi positivi  si estendano ad ogni altro aspetto della propria vita (“se ho successo sul lavoro, avrò successo in altri campi”) e che quelli negativi siano isolati ad un solo settore.

Infine si assume il merito dei risultati positivi o lo attribuisce alla propria buona stella. Egli ritiene anche che in ogni circostanza ci sia qualcosa che può fare per controllare o migliorare la situazione, anche quando essa è grigia e incontrollabile/imprevedibile.

Il grande psicologo Martin Seligman, affettuosamente detto “Marty”, elaborò il metodo ACCDE, acronimo per Avversità, Convinzione, Conseguenza, Discussione, Energizzazione, (ABCDE in inglese: Adversity, Belief, Consequence, Discussion, Energization) per apprendere l’ottimismo. Esso consiste come prima cosa nell’individuare un’Avversità, esempio reale: “vivendo da poco all’estero una persona nativa mi ignora o è scortese con me quando interagisco amichevolmente”.

Si individua la Convinzione in proposito, ciò che si crede in relazione all’Avversità: “questa persona si comporta così con me perché sono straniero e gli stranieri sono malvisti dai nativi”, di Conseguenza “provo sfiducia e mi sento intimidito: se anche le altre persone locali saranno così con me avrò grandi difficoltà ad integrarmi”.

A questo punto si Discute quanto evidenziato: “non è detto che tutte le persone si comporteranno nella stessa maniera in futuro, oppure modificando alcuni miei comportamenti potrei guadagnare la loro approvazione. In secondo luogo si può mettere in dubbio che il motivo della fredda accoglienza sia la mia origine, addirittura che il motivo sia legato a me. Ipoteticamente potrei tentare la sorte in un altro posto, se qui dovesse malauguratamente andare tutto storto.”

L’ultima parte, l’Energizzazione è quella divertente, non meno importante: si celebra la buona riuscita della Discussione, la si accoglie con entusiasmo ed eventualmente si celebrano i buoni risultati della propria “contromossa” nei confronti dell’Avversità e della Convinzione.

Quando NON applicare l’ottimismo: essere ottimisti ed interpretare il mondo in maniera positiva e costruttiva porta senza dubbio dei benefici, ma può riservare alcuni rischi quando è irragionevole. Alcune persone ottimiste tendono ad ignorare le prime avvisaglie di alcune malattie o pericoli per poi subirne le conseguenze in modo peggiore rispetto a chi vi presta anche troppa attenzione. Un ottimista efficace prende comunque atto dei fatti e delle possibili conseguenze, si concentra però su cosa prova a livello emotivo, controlla le proprie convinzioni ed eventualmente agisce per prevenire o risolvere il problema, o migliorare la situazione.

 

Per approfondire

Ted Speech di Tali Sharot (2011) – L’inclinazione all’ottimismo (The Optimism Bias)
https://www.ted.com/talks/tali_sharot_the_optimism_bias

Seligman, M.;  Imparare l’ottimismo. (1996-2013). Giunti Edizioni.

Luca Mazzucchelli – Ottimismo, felicità e psicologia positiva. Intervista a Martin Seligman
https://youtu.be/Rk_E7K8_Aocb

CONDIVIDI
Articolo precedentePer cambiare bisogna essere in due – Il cambiamento come condivisione
Articolo successivoConsumatori 2.0: il desiderio di essere protagonisti
Davide Mansi
Studente di Psicologia alla University of East London. Milanese nel cuore, prima di approdare a Londra ho passato un anno girando l’Australia e New York vivendo diverse realtà, finendo per innamorarmi della vita da backpacker e di Sydney. Oltre a macinare dati per ricerche scientifiche in università, i miei principali interessi in psicologia riguardano la comunicazione interpersonale e intrapersonale, la teoria della mente, le meccaniche delle relazioni sociali e lo studio di tecniche per abilitare e riabilitare in questi ambiti. Sul versante professionale intendo usare la psicologia per migliorare la vita delle persone e non metto limiti ai settori che possono beneficiare del supporto di uno psicologo e di una buona dose di creatività. Contatti: davide.mansi94@gmail.com

ADESSO COSA PENSI?