È stato l’ultimo film che ho visto alla 34° edizione del Torino film festival, l’ultima sorpresa di questo magico evento nel quale non mi ero mai addentrato prima.

È stato molto avvincente percorrere le strade di Torino passando da un cinema all’altro, da una storia all’altra, da un mondo ad un altro. A differenza delle maratone monotematiche che si fanno a casa, il festival offre una varietà di film di qualità veramente interessante.

Fatta questa piccola premessa, il film di cui voglio scrivere è Porto, opera prima del regista brasiliano Gabe Klinger. Le vicende narrate riguardano l’incontro e l’innamoramento breve (perdurerà solo una notte) di due giovani Jake (Anton Yelchin), melanconico americano, e Mati (Lucie Lucas) studentessa francese di archeologia.

La storia è suddivisa in tre parti: la visione di Lui, il punto di vista di Lei, e la prospettiva di entrambi (alcuni direbbero quella onnisciente del regista). Tale suddivisione non è però a compartimenti stagni e non mira a contrapporre visioni opposte; bensì si tratta di una ripartizione nella quale ogni ritaglio a volte ripresenta le stesse scene, ma arricchisce anche di contenuto il precedente.

L’incontro dei due si svela quindi progressivamente, attraverso i dettagli dei loro vissuti e delle loro storie, permettendoci piano piano di cogliere quegli elementi che, una volta ricomposti, daranno senso al finale già svelato all’inizio della narrazione.

La psicologia dei due protagonisti non viene mai approfondita durante la narrazione, scelta che rende il film sicuramente molto più affascinante che emotivamente coinvolgente e che può comunicarci qualcosa su come il regista intenda approcciarsi alla tematica della relazione amorosa: l’impressione è quella di addentraci nella storia d’amore dei due in modo emotivamente distaccato, vivisezionando gli eventi, ripercorrendoli più volte (come testimonia la scelta narrativa del regista di suddividere in tre parti il film, rimostrando a più riprese le stesse scene) alla ricerca di dettagli ed elementi che diano senso all’intera dinamica.

È come se il regista cercasse delle risposte, delle rivelazioni logiche in forma di pensieri, a una dinamica che è invece prettamente colorata di pigmenti sentimentali. Si ha un po’ l’impressione che Klinger abbia voluto mettere in scena la propria visione rimuginata dell’amore, esprimendo così tutta la propria incomprensione e incertezza sui moti emotivi che pregnano la vicenda e mostrandoci quel lato lievemente ossessivo del suo carattere.

Ed è proprio tipico degli ansiosi un po’ ossessivi rivivere in continuazione, nella propria testa, gli eventi del passato, focalizzandosi su aspetti più cognitivi che emotivi, cercando di analizzarli minuziosamente, nella speranza di trovare soluzioni a domande che appaiono senza risposta, al fine di colmare quel vuoto insopportabile dal quale emerge la paura di non essere amati.

Ecco, se dovessi esprimermi sulla regia del lungometraggio, direi che Klinger ha messo in scena, in forma artistica, questa ricerca apprensiva volta ad investigare le origini e le cause del mancato lieto fine, così tanto anelato da rendere la sua mancanza insopportabile.

Dal punto di vista tecnico ho trovato la fotografia splendida, con inquadrature incantevoli, che mi hanno permesso di immergermi nella città portoghese come se fosse un luogo d’altri tempi, accompagnata sempre da un sottofondo jazz e blues; ma soprattutto ho trovato molto interessante la scelta del regista di affrontare le tre prospettive, su un continuum tra passato e presente, facendosi supportare da due pellicole differenti: la 35mm, con un rapporto a 16:9 che rende il campo colto dalla cinepresa più ampio, si occupa solo del passato e della visione del regista; mentre la pellicola super 8, con un rapporto di 4:3, dipinge in modo più sgranato il presente dei protagonisti.

Questa sperimentazione cinematografica mira a esprimere un messaggio preciso: il passato è meglio definito del presente, più chiaro e, visto il paradosso, direi idilliaco.

Il regista vuole affrontare la tematica dell’amore sviscerando un concetto che è familiare alla psicologia: sembra suggerirci che il passato è quella dimensione che muove un presente vissuto con maggior incertezza e con minor lucidità.

Egli vuole anche rammentarci che il presente è frutto del passato, e che pur essendo certo, in quanto gli avvenimenti non possono esser modificati, può venir ricordato in modo distorto a tal punto da sembrare perfetto. Quando cessa una relazione, i momenti migliori vengono rivissuti annettendovi un’aura magica che genera l’idillio.

Klinger sembra quindi rifiutare il presente, ove le buone speranze sono ormai infrante, mentre anela al passato dove queste sembravano ancora possibili. Ma ancora ci tiene a sottolineare che il presente genera incertezza, che non è facile da cogliere in quanto si apre per sua stessa natura a continue e costanti possibilità, prive di quell’aura di sicurezza tipica del passato, e che per tale motivo è sgranato, come appare sulla pellicola.

Un ulteriore significato che può celarsi dietro questa scelta registica riguarda il tema del libero arbitrio: qual è il grado di libertà che abbiamo sulle nostre conclusioni? Quante sono le scelte che compiamo nel pieno della nostra consapevolezza, e quante sono le decisioni che sono mosse dal passato? Passato che o è contenitore di salute ed esperienze positive di crescita, oppure, come nel caso dei due protagonisti, si abbatte sui mal capitati facendo emergere in loro visioni sfocate della vita.

Gli errori dei loro genitori li hanno marchiati di una sofferenza che appare quasi come una maledizione, poiché ne sono diventanti loro stessi i promulgatori.

In psicologia ormai da un po’ di tempo si è superata l’antica concezione freudiana secondo la quale è l’inesorabile passato a determinare il comportamento presente dei soggetti, ed è stata sostituita da una concezione che vorrebbe invece responsabilizzare le persone, rendendole parti attive del processo.

Questo modo di concepire le dinamiche causali però, più che significare che il passato non ha più effetto sul presente dell’individuo, vuole evidenziare che è nel presente che l’individuo sta vivendo che egli rievoca il suo passato.

Ed essendo stato questi interiorizzato, ad esempio sotto forma di MOI (Modelli operativi interni secondo la teoria dell’attaccamento, ovvero quegli schemi di comportamento che apprendiamo durante l’infanzia e che usiamo come base per le nostre condotte future), l’individuo è portato a rimettere in atto tutta una serie di comportamenti con lo scopo di ripetere sempre le stesse dinamiche in modo da rendere gli esiti prevedibili.

È per questo motivo che i due protagonisti si incontrano e si piacciono, come testimoniano le parole di Jake: “Io sapevo esattamente cosa avresti detto, e sapevo esattamente cosa rispondere, e sentivo che nulla poteva andare male. E la cosa più assurda sai qual è? Che è come se non avessimo scelta.”

Ad entrambi è offerta la possibilità di rimettere in moto un vecchio schema di sé e della relazione: Jake può essere di nuovo abbandonato come fecero con lui i suoi genitori, imponendogli di scegliere tra loro e sua sorella, in un tipico caso di attaccamento evitante, nel quale viene dato poco spazio ai bisogni delle persone vicine, poca importanza alle loro esigenze ed emozioni, attribuendo invece maggior peso ai propri valori a discapito della relazione, alla quale si può rinunciare piuttosto che cedere sui primi.

Mati invece può rievocare il proprio bisogno di essere amata, amata alla follia, perché un amore sereno lei non lo conosce e non lo saprebbe gestire; lei, coi sui tratti un po’ borderline, che ha vissuto con una madre forse un po’ troppo promiscua e poco attenta ai bisogni di calore e sicurezza della figlia, e che alla fine le enuncerà il proprio verdetto: resterai sola come me.

Il padre di Mati non è nemmeno citato nella storia e potrei asserire che la scelta di un compagno molto più grande di lei (il suo professore dell’università) sembra concederle l’illusione di ritrovare quella figura persa nella sua infanzia.

La decisione di relazionarsi con un compagno più maturo sembra quindi sia un tentativo per cercare di fuggire dai fallimenti del passato, ma anche dal futuro prefigurato dalla madre.

Ma poiché, tristemente, le dinamiche interne della giovane che motivano nel presente i suoi comportamenti, sono poco chiare alla stessa Mati, e quindi non ancora completamente risolte, questo sforzo di liberarsi dal proprio destino crudele si rivelerà inadatto.

Inevitabilmente Mati, alla presenza di Jake, riattiva tutte quelle rappresentazione di sé come donna promiscua, che la spingeranno a incasinare nuovamente la sua vita: tale e quale a sua madre.

In tutta questa vicenda Jake appare come il buono che ci crede, che confida nel romanticismo e nella possibilità di trovare la luce in fondo al tunnel. È onesto e innamorato, e come tale ha tante cose da dire, si lascia andare, si butta, come un uomo innamorato sa fare.

Esprime se stesso, con dialoghi che vorrebbero rivelare le profonde emozioni e le importanti concezioni sul mondo che serba dentro di sè. È spento, ma comunica e comunica, eppure commette l’ingenuo errore di chiedere a una donna che ammette di mentire spesso di non farlo, fidandosi e finendo intrappolato in una fossa nella quale ha deciso lui stesso di gettarsi.

Jake brama con tutta la propria volontà la passione e l’ardore dell’amore romantico, ovvero quell’amore assoluto, titanico ed esotico che, come ci suggerisce l’etimologia stessa del vocabolo, non esiste.

Nell’ultima parte del film, la più chiara, luminosa e passionale, i due si ameranno alla follia, toccando le vette più alte dei loro sentimenti, immergendosi in una notte d’amore perfetto, ripetendo l’atto più e più volte, accarezzandosi l’anima a vicenda. Ma alla fine è tutto troppo per loro, e se quella notte qualche cosa è successo, quella cosa non era amore.

Cosa provate adesso?

 

Sitografia

34 Torino Film Festival: Porto di Gabe Klinger (Torino 34 – Concorso)

http://movieplayer.it/articoli/recensione-di-porto-lultimo-film-interpretato-da-anton-yelchin_16701/

http://www.treccani.it/enciclopedia/romanticismo_(Enciclopedia-Italiana)/

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Vittorio Arrigoni
Laureato in Psicologia Clinica, ho ideato il format di Cultura Emotiva e ne sono il cofondatore. Pratico meditazione Vipassana e conduco gruppi di Mindfulness, anche di stampo relazionale, ambito nel quale ho conseguito un diploma secondo il metodo Core Process del Karuna Institute (UK), sotto la supervisione di Anne Overzee e Deirdre Gordon, e un master in ambito clinico diretto da Fabrizio Didonna. Collaboro inoltre da settembre 2016 come volontario presso l’Associazione Mudita di Milano, all’interno della quale sto approfondendo le mie competenze nel settore della mindfulness contemplativa. Ho vissuto a Cipro per cinque mesi frequentando l’University of Cyprus (UCY). Ad oggi lavoro presso la Fondazione Rosa dei Venti Onlus, CT che si occupa del trattamento di adolescenti con disturbi della personalità. Il mio prossimo obiettivo è quello di diventare uno psicoterapeuta Cognitivo Costruttivista Relazionale. Contatti: v.arrigoni6@campus.unimib.it

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