“È più facile spezzare un atomo che un pregiudizio.”

(A. Einstein)

La diversità fa paura. I pregiudizi intergruppali, definiti come attitudini negative nei confronti di un gruppo di non appartenenza (out-group), sono tra i motivi maggiormente esplicativi di numerose dinamiche sociali, politiche e sanitarie. Il contesto in cui viviamo ci espone continuamente a profili di diversità.

Sebbene l’outgroup sia sempre esistito, forse mai come oggi siamo portati a interfacciarci con una pletora di realtà diverse, soprattutto nelle grandi città. Questo genera paura e alienazione, un sentimento di non appartenenza che crea un vuoto identitario e l’outgroup rappresenta ancor di più una minaccia.

Il sentimento di appartenenza a una rete di persone è necessità fondamentale dell’essere umano, e la tendenza a formare delle distinzioni “noi/loro” nel contesto delle relazioni intergruppo è un processo psicologico istintivo, automatico ed immediato.

La Social Identity Theory, postulata da Tajfel negli anni’70 in seguito a ricerche empiriche, identifica tre processi fondamentali che sottendono la formazione del gruppo: la categorizzazione, l’identificazione ed il confronto sociale.

Essendo noi oggi esposti a molteplici interazioni di natura prevalentemente superficiale, è logico che la nostra categorizzazione avverrà basandosi su fattori facilmente percepibili: il genere, l’età, la razza, l’orientamento sessuale.

Ogni mattina in metropolitana mi rendo conto con un lampo di dolore di come la mia esistenza si intersechi per qualche istante con quella di altre persone, con storie, comprensioni e mondi diversi.

Eppure il tempo non è sufficiente e il numero di individui con i quali questo non-scambio avviene è talmente ampio che, potenzialmente, poter essere vista da uno di loro è quasi impossibile.

Per questioni economiche percepisco che all’interno di troppe micro-interazioni si scorgono aspetti della mia persona che costituiscono esclusivamente la cornice del mio essere. Sono prima di tutto donna, bianca, giovane.

È chiaro che queste categorizzazioni sono necessarie, ma ognuna di esse porta con sé un immaginario e un vissuto che offuscano, almeno in parte, la possibilità di vedere l’individuo nella sua complessità e di ottenere un’interazione sincera e realmente empatica.

La categorizzazione spesso reca con sé un’opinione, e la tendenza a confrontarci con l’altro e avere intimamente la meglio all’interno di questo raffronto, che può generare dei pregiudizi negativi, potenti e pericolosi, soprattutto quando la nostra identità si forgia su questi elementi di confronto.

Maggiore è l’importanza attribuita a questi aspetti identitari, più forte e aggressiva sarà la risposta a tutto ciò che li mette in discussione.

Le teorie maggiormente diffuse descrivono i pregiudizi intergruppali come profondamente radicati nell’infanzia e in larga misura resistenti al cambiamento successivo. La grande maggioranza dei pregiudizi, delle paure e dei bias cognitivi derivano dalla disinformazione, da un’educazione carente e dallo scarso contatto con il diverso oltreché con sé stessi.

I paradigmi psicologici e le tecniche di neuroimmagine ci rivelano che le risposte a ciò che percepiamo come altro da noi tendano ad essere estremamente primitive e radicate. Generano dalle nostre strutture sottocorticali e limbiche (aree cerebrali responsabili della regolazione e dell’esperienza degli affetti) per poi essere, solo in un secondo momento, regolate dalle strutture filo- e onto-geneticamente più recenti, come la corteccia prefrontale: si tratta di un processo di elaborazione, caratterizzato da un movimento che va dal basso verso l’alto (bottom-up).

Mentre la risposta emotiva iniziale è immediata e involontaria, la regolazione esercitata da strutture corticali superiori, quindi dall’alto verso il basso (top-down), è una regolazione appresa, culturalmente e individualmente determinata, che s’impara a esercitare tramite la comprensione delle proprie risposte iniziali e da una loro accettazione.

Possiamo rinvenire esempi concreti di questi meccanismi principalmente in due ambiti di ricerca: il primo riguarda l’Infant Research, il filone di ricerca nel campo nello sviluppo infantile orientato da quesiti clinici.

Nello specifico, in uno studio di Bar-Haim e colleghi (2006), è emerso che solo a partire dai tre mesi di età i bambini iniziano a esibire una predilezione verso immagini raffiguranti volti della propria etnia, mentre prima di tale periodo non dimostrano preferenze tra visi di etnie differenti.

Questo fatto ci conferma innanzitutto come la categorizzazione sia insita nell’essere umano, e come, tramite l’esposizione ripetuta ai volti di una determinata etnia, il cervello sviluppi una preferenza e consideri minaccioso ciò che è altro, ovvero l’outgroup.

L’altro ambito di ricerca che ci permette di comprendere meglio i meccanismi che sottendono il pregiudizio è quello della ricerca psicologica sociale. Da questo campo sono emersi risultati di studi volti a misurare tendenze discriminatorie implicite tramite associazioni, utilizzando l’Implicit Attitude Test (IAT), ovvero un compito che richiede al soggetto di associare rapidamente dei volti a delle parole con connotazioni positive o negative.

In un esperimento pubblicato nel 2001 da Banse e colleghi, le dichiarazioni esplicite riguardo alla propria assenza di discriminazione nei confronti dell’omosessualità discordavano con tendenze implicite misurate tramite lo IAT.

Di conseguenza, per inibire delle risposte primitive così potenti, è fondamentale favorire dei processi educativi che possano fornire gli strumenti per esercitare un controllo top-down della risposta primitiva iniziale, e ottenere in un secondo momento, tramite interazioni ripetute, uno spegnimento di quest’ultima.

In tal senso, è stato recentemente pubblicato uno studio di Broockman e Kalla (2016) nel quale un gruppo di elettori statunitensi è stato incoraggiato ad assumere attivamente la prospettiva di persone appartenenti alla comunità LGBT, cercando prima di ricordare una circostanza nella quale si erano sentiti a loro volta esclusi o vittime di giudizi anticipati per il fatto di essere diversi.

I risultati hanno mostrato come questo tipo di attività mentale proattiva, di controllo razionale e di elaborazione di tipo corticale più elevata abbia prodotto delle riduzioni significative del livello di pregiudizio nei soggetti intervistati.

Perché questo è un argomento così importante? Perché diffidenza e ostilità fanno leva sugli aspetti più irrazionali, primitivi e vulnerabili dell’essere umano, annullando così il potere della cultura, dell’istruzione e dell’educazione, aspetti più faticosi e dispendiosi anche da un punto di vista energetico cerebrale.

Finché continueremo a percepire il diverso come una minaccia alla nostra identità, alle nostre tradizioni e al nostro modo di vivere in società sprecheremo energie per lottare contro di esso, non rendendoci conto che potremmo dispiegarle per lotte ben più costruttive e virtuose.

Per capire i fenomeni culturali del nostro tempo dobbiamo mettere in discussione quelli che oggi sono i nostri valori, sceglierne di nuovi e farlo in modo più libero e più analitico. Condizione imprescindibile per ottenere questo risultato è quella di imparare ad interfacciarci e ad essere aperti al diverso. Solo allora, potremo concentrarci sull’individuazione dei nuclei problematici e dare vita ad una lotta informata contro di essi.

 

Bibliografia

Banse, R., Seise, J., & Zerbes, N. (2001). Implicit attitudes towards homosexuality: Reliability, validity, and controllability of the IAT. Zeitschrift für experimentelle Psychologie, 48(2), 145-160.

Bar-Haim, Y., Ziv, T., Lamy, D., & Hodes, R. M. (2006). Nature and nurture in own-race face processing. Psychological Science, 17(2), 159-163.

Broockman, D., & Kalla, J. (2016). Durably reducing transphobia: A field experiment on door-to-door canvassing. Science, 352(6282), 220-224.

Tajfel, H. (2010). Social identity and intergroup relations. Cambridge University Press.

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Olivia Spinola
Sono di Roma ma studio a Milano, in Bicocca, e sono iscritta all’ultimo anno di un corso di Laurea Magistrale in Psicologia Clinica, dello Sviluppo, e Neuropsicologia. Dopo essermi laureata in Inghilterra, all’Università di Reading, tra la laurea triennale e la magistrale sono stata sei mesi a fare una ricerca in India, per indagare le dinamiche di contagio emotivo tramite la voce, e poi a lavorare in un centro diurno per ragazzi a rischio di devianza, a Villa Lorenzi, a Firenze. Ora parallelamente al corso in Bicocca, seguo un Master online per imparare a utilizzare un approccio Trauma-Informato alla comprensione, valutazione e trattamento del bambino traumatizzato: il Neurosequential Model of Therapeutics, di Bruce Perry. Sono affascinata dalla psicodinamica, che trovo essere una romantica metafora, mi piace la ricerca e il mio sogno è lavorare nel campo della tutela dei minori. Contatti: olivia.spinola@gmail.com

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