Molti termini della psicologia, della psicoanalisi e della psichiatria ormai fanno parte del linguaggio comune; molti concetti finiscono per corredare la cultura collettiva, anche quella più pop, fino a diventare quelle che in gergo vengono definite “psicoballe”. Fra i tanti termini psicologici che più spesso ritrovo nei discorsi da bar, sulle bacheche di Facebook e, ahinoi, sulle grinzose braccia di anziani ereditieri c’è la parolina “resilienza”.

Ma cosa si intende quando si parla di resilienza? Si parla di qualcosa di molto complesso, per cui è opportuno procedere con ordine e molta molta attenzione ai reali risvolti pratici di queste definizioni.

Il termine resilienza viene mutuato dalla metallurgia, dove indica la capacità di un materiale di subire deformazioni plastiche. Le prime definizioni di resilienza (siamo negli anni a cavallo della Seconda Guerra Mondiale) sembrano connotare una predisposizione di tratto, connaturata alla nostra personalità, su base temperamentale, quindi genetica. Ovvero: resilienti si nasce. Ovvero: la sofferenza, lo stress, il dolore sono aspetti distintivi dell’esperienza umana, ci sono individui (fin da bambini) più “forti” e altri più “deboli”, che rispondono in maniera diversa alle avversità della vita.

Come il vostro cuginetto Marco, cui è morto il pesce rosso, non ha battuto ciglio e si è fatto comprare la tartarughina, mentre tu sei ancora oggi in analisi per la dipartita del buon vecchio porcellino d’India, Dio l’abbia in gloria. Ecco, tu ora fai psicologia, tuo cugino Marco è un imprenditore di successo. Bene: questa non è resilienza.

Indipendentemente dai motivi per cui tu piangi ancora per il porcellino e tuo cugino Marco si fa i milioni e le stangone, questi due percorsi evolutivi non sono ascrivibili al concetto di resilienza che, per come è stato studiato è connotato, non ha tanto a che vedere con un corredo o uno stato quanto con un processo.

La resilienza, nelle teorie più contemporanee, di fatto rimanda ad un insieme coerente di processi cognitivi, emotivi e comportamentali che permettono di superare le avversità che caratterizzano l’esperienza comune, così come le avversità di natura più grave e che impattano con esiti traumatici sull’esperienza psichica individuale (es: disastri naturali, lutti gravi, incidenti, ecc…).

Infatti, i bambini e le persone resilienti non sono persone che non soffrono. I modelli passati di resilienza rimandano ad una visione eugenetica (di matrice statunitense) per la quale esistono “superbambini” che non provano sofferenza. D’altro canto, riflettono una visione positivistica della psicologia occidentale che muove verso l’ambizione esistenziale dell’eliminazione della sofferenza. In parole povere (perché ce ne sarebbe da parlare) la grande storia del Prozac come panacea di ogni male.

La realtà, che fa capo al senso comune per altro, è che la sofferenza è parte integrante dei processi di crescita: dalla sofferenza impariamo, nella sofferenza ci forgiamo e, nella necessità del cambiamento, evolviamo, arricchendoci di un set di competenze cognitive, emotive e comportamentali che, benché ci auguriamo il contrario, ci torneranno utili in situazioni future.

In questa visione della resilienza, si punta non tanto sulla resistenza al dolore, o sulla capacità di farsi scorrere la sofferenza addosso come se fosse acqua calda. Si descrive un processo dinamico in cui l’individuo, con tenacia, prosegue il suo cammino nonostante l’apporsi sul suo sentiero di ostacoli più o meno vistosi.

In pratica vostro cugino Marco non avrà mostrato sofferenza per la morte del pesce rosso, ma magari non si è concesso di soffrire per la perdita del suo amico squamoso. Questo non vuol dire che non abbia sofferto, potrebbe pur essere che un giorno, abbandonato dalla sua stangona di turno, si ritrovi sprovvisto delle risorse per superare la tristezza della perdita, avendo per tutta la vita negato la sofferenza. Allora verrà da te a chiedere un consiglio, te che sei psicologo. Tu, che da poco esci dal percorso di analisi per il porcellino, riposi in pace, magari gli puoi davvero dire qualcosa, perché il dolore lo hai elaborato, ti ha lasciato qualcosa dentro, ti ha arricchito di skills che fanno di te una persona matura.

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Davide Parlato
Studio Psicologia Clinica, dello Sviluppo e Neuropsicologia presso l'Università di Milano-Bicocca (secondo anno) e nel frattempo mi sto formando in psicodiagnostica in un master presso lo Studio Associato di Psicologia Clinica A.R.P. (Milano). Scrivere mi appassiona, e dal 2013 mi occupo della linea editoriale con la redazione di Revolart, periodico online di informazione culturale (www.Revolart.it). Sono cofondatore del progetto Cultura Emotiva. Oltre alla Psicologia, all'Arte e alla Cultura sono un grande appassionato di musica: la chitarra, che suono da 9 anni, è un'importante parte della mia vita emotiva. Contatti: davide.parlato93@gmail.com

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