Le prime istruzioni d’amore vengono insegnate ai bambini dalle favole tramandate dalla tradizione, raccontate dai genitori prima di andare a letto, proiettate sugli schermi dai cartoni animati, prese in prestito dalla gente per abbellire le proprie vicende altrimenti traballanti. Principe e principessa un giorno si incontrano, capiscono immediatamente di amarsi -lo capiscono con uno sguardo-, passano mille peripezie per potersi avere, e poi quando finalmente ci riescono la torta è fatta: staranno insieme per sempre, avranno dei bambini e si ameranno fino alla fine dei loro giorni.

Le favole però sono ingiuste perché si fermano a narrare i fatti prima che il tutto della vita debba ancora accadere. La scena si chiude con la promessa di un domani, con la prospettiva di infinite possibilità e altrettante gioie; ma la restante intera vita insieme che segue l’innamoramento viene liquidata con un mero “e vissero per sempre felici e contenti”.

Anche nella vita reale, principe e principessa, arrivano a vedere un  giorno di fronte a sé le infinite possibilità che la vita mette loro davanti; ma poi arriva la realtà, che chiede all’ideale di scendere a compromessi. La perfezione del tutto possibile si riduce ad un uno esistente e necessariamente imperfetto.

Forse i bambini piangeranno tutte le notti, forse non si avranno più così tante parole da scambiare, non ci sarà più così tanta voglia di fare l’amore, e magari neanche quella di scopare; magari arriveranno altre persone, magari i litigi per la gestione della casa, magari ancora saranno proprio i figli a far nascere una distanza. Una cosa è certa: la parte difficile delle relazioni non è l’inizio, quella è la pacchia. I tormenti amorosi, la scelta dell’altro, la conquista dell’altro sono le parti facili. Il difficile viene dopo.

C’è una dimensione di follia nella promessa di amarsi per sempre. E’ ciò che già nella prima metà dell’800 il filosofo danese Kirkegaard aveva evidenziato in uno dei sui scritti più famosi: Aut-aut. Tra le diverse modalità esistenziali che l’uomo può assumere, Kirkergaard avevo proposto l’immagine del marito come stereotipo della cosiddetta  vita etica. La scelta del matrimonio, rappresenta, secondo l’autore, una forma di adesione alla legge universale del dovere etico.

Ed è proprio questo dovere che porta il marito a riaffermare ciclicamente la promessa di fedeltà, ad uscire dalla dimensione dell’instantaneità per affermare invece quella della continuità temporale. D’altronde, promettere amore e fedeltà eterni comporta un’ingiustizia logica di fondo, e quindi una componente di follia. Come si può promettere di essere impassibile al passare del tempo? A mantenere invariato il proprio sentire nonostante i cambiamenti delle influenze ambientali? Promettere di amare la versione futura di una persona che ancora non si conosce?

Scegliere una persona per tutta la vita è una cosa molto diversa dallo scegliere una persona ogni giorno della propria vita. La generazione dei nostri nonni, cresciuta sotto l’insegnamento della supremazia della coppia, aveva ben in mente la disparità fra questi due concetti. La sopravvivenza della promessa del matrimonio veniva posta al di sopra delle libertà individuali, inseguita con sforzo e fatica coscienti, sopportando possibili insoddisfazioni e rinunce.

Amare era allora considerato un’arte da imparare, al pari della musica, della pittura, della medicina e dell’ingegneria (Fromm, 1957). Niente a che vedere che l’esperienza, altrettanto importante, ma comunque distinta, dell’innamoramento iniziale: mentre le emozioni passano, i sentimenti vanno coltivati (Bauman, 2003).

Oggi in amore sembra valere invece la stessa logica che governa il mondo dei consumi e del mercato, ciò che Massimo Recalcati (2014) ha denominato la menzogna del nuovo. Nella dimensione consumistica del mercato iper-moderno, la felicità insegue il miraggio dell’oggetto nuovo. Gli oggetti, al pari di feticci, vengono quasi divinizzati e utilizzati come tappi per saturare possibili insoddisfazioni e mancanze.

D’altronde ogni oggetto finisce poi per mostrare l’infondatezza del suo valore, lasciando un retrogusto di delusione, e promuovendo la ricerca di un ulteriore nuovo oggetto, in un circolo vizioso che alimenta il cattivo infinito del consumo. Ci sarà sempre sul mercato una lavatrice più nuova, un computer più efficiente e una macchina più veloce… Il modello che hai appena comprato ahimè è già vecchio! D’altronde non sarà neanche il modello che comprai domani ad esaurire quel prurito, quel bisogno, che ti ha spinto a comprarlo.

Ed è in sintonia con questa logica che le relazioni amorose somigliano sempre più alle stesse merci che si possono comprare al supermercato. Nascono con una data di scadenza. Raggiunta quella, -Il prossimo, prego-. Ciclicamente si aprono, ciclicamente si chiudono, in vista di un amore nuovo. Ogni volta però i prati più verdi che venivano millantati all’inizio della nuova storia, finiscono per collassare nella “cara vecchia storia”.

Anche in questo caso, così come per la lavatrice nuova, nell’inseguimento della novità si ripete l’uguale del noto: -non era quello per me-, – non era quella per me-. “La novità -in fondo- è la cosa più vecchia che ci sia” (Benigni, 2005).

Stiamo quindi assistendo ad un mutamento del legame amoroso che cambia forma stereotipica  plasmandosi attorno al discorso del mercato, così che l’arte dell’amore che la generazione dei nostri nonni doveva sforzarsi di affinare è stata sempre più sostituita dal mercato dell’amore.

E’ in questo contesto che nasce e dilaga il fenomeno di Tinder. Si tratta di una applicazione per cellulari per la ricerca di potenziali partner. L’applicazione è basata su un sistema di localizzazione che permette di individuare gli altri utenti che si trovano nelle vicinanze. Ogni utente è provvisto di un profilo con foto e qualche frase di descrizione.

Una volta aperta la pagina principale, è possibile sfogliare i possibili partner  che si trovano nelle vicinanze e che rispecchiano i requisiti richiesti in termine di sesso ed età. Se si è interessati ad un profilo in particolare si mette un like o, in casi speciali, un super-like. Se la persona selezionata ricambia l’interesse, Tinder provvede poi a mettere i due in contatto tramite una chat. L’applicazione è stata lanciata sul mercato nel 2012 ed in poco tempo ha avuto un successo internazionale, tanto che oggi è presente in 196 paesi al mondo con più di 26 milioni di match al giorno.

La logica sottostante Tinder è appunto quella di trasformare l’ambito relazionale in una merce di scambio che segua la stessa logica del mondo del mercato. L’item di interesse (o persona) viene selezionato da un catalogo, come verrebbe scelto un pezzo di carne sul banco del macellaio. Segue poi l’incontro fra le due parti per decidere sulle modalità della transazione: ci sarà o no del sesso? Da te o da me? No, non cerco niente di serio. No, non mi fermerò a dormire.

Un modo per facilitare l’incontro fra domanda e offerta di mercato, ma anche un modo per rendere l’incontro umano disumano, per trasformare in asettico e sterile l’ambito relazionale, cancellandone, ancora prima di vederla, la possibilità di una progettualità futura. Così questi scambi si concludano con quella stessa sensazione di vuoto che aveva fatto nascere il desiderio di incontro e che poi spingerà alla ricerca dell’incontro successivo: –Il prossimo, prego-.

 

Referenze

Bauman, Z. (2003). Amore liquido. Sulla fragilità dei legami affettivi. (tr. di Minucci S.). Editori Laterza. Roma.

Benigni, (2005). La tigre e la neve. Regia di Roberto Benigni. Italia.

Fromm, E. (1957).L’arte di amare. (tr. Damiani M.). Milano. Il saggiatore

Kirkeggard, S. (1843). Aut-Aut. Mondadori. Milano (ed. 2002)

Recalcati, M. (2014) Non è più come prima. Elogio del perdono nella vita amorosa. Cortina Raffaello Editore. Milano.

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Sofia Sacchetti
Sono laureata in Psicologia Clinica presso l’Università di Pavia e laureata in Research applied to Psychopathology presso l’Università di Maastricht. Ho unito nella mia formazione l’amore per la pratica clinica e la spinta verso l’investigazione sistematica della ricerca, frequentando contemporaneamente due percorsi magistrali in questi ambiti. La mia principale area di studio sono i disordini alimentari, tematica che ho avuto modo di approfondire in sede di tesi, collaborando con il professor Massimo Recalcati, e durante diversi tirocini di ricerca: in Olanda, in collaborazione con il team di Anita Jansen, e a Londra presso l’unità psicoanalitica di UCL e sotto supervisione di Peter Fonagy. Attualmente sto portando avanti un dottorato di ricerca all’Università di Liverpool approfondendo il tema della percezione del corpo nei disordini alimentari. Nel frattempo, ho iniziato una scuola di specializzazione per diventare psicoterapeuta.

3 COMMENTI

  1. Riportiamo di seguito il testo scritto da uno dei nostri lettori. Era stato scritto circa un mese prima dell’uscita dell’articolo pur essendo in straordinaria sintonia, nonché molto ben scritto. Grazie Andrea Siniscalchi Montereale per aver condiviso con noi “un modo diverso per affrontare tematiche assolutamente attuali”.

    TINDER SORPRESA – AMORE LIQUIDO – ABBIAMO PERSO TUTTO
    -Andrea Siniscalchi Montereale-

    è la prima volta che sono un prodotto di un supermercato

    prima di scegliere
    leggo gli ingredienti del prodotto
    leggo l’eggo l’ego
    EGO in vetrina

    “io non sono qui per uscire con qualcuno
    ma per conoscere persone interessanti”

    dice una scatola di fagioli in salamoia

    vedo se ci sono nitrati nitriti
    solfiti edulcoranti

    aromi naturali

    scarto piglio riposo

    mi dice le parole più belle della settimana

    “lo sai che quando scrivi sembra che tu mi stia raccontando una fiaba
    tutta la tua vita sembra una storia da come ne parli
    anche una semplice partita di calcetto sembra un fantasy”

    le dico

    “questo è il giorno in cui ho lavorato più dell’anno e sei riuscita a farmi stare in piedi fino alle 3.07. In più mi hai costretto ad aumentare di una stellina la valutazione di Tinder che me lo chiede sempre
    Quindi per stasera ti dico

    che sei il regalo
    sei la mia Tinder Sorpresa”

    “anche io sono sorpresa comunque
    non mi aspettavo un genio su Tinder”

    mi ci incontro, Piazza Bellini
    ridiamo scherziamo
    tutto un ❤ grosso verde
    anzi una stella blu da superlike
    ma non riesco a togliermi
    l’ultimo cellofan dalle labbra
    sono un prodotto nuovo
    per questo non ci baciamo
    i nostri fiati creano gli aloni
    sul packaging dei nostri stati

    eravamo lì con la scusa di Bauman
    della presentazione di un post-mortem
    su Tinder invece
    chiacchieravamo l’Amore Liquido
    e già sapevamo
    di essere fradici
    che non v’era bisogno di piangere
    per evocare la metafora della pioggia
    che eravamo squagliati
    circoncisi, sviscerati
    surgelati
    per ritrovarci sul bancone di
    Tinder

    ma uscendo dal supermercato
    buttate le buste della spesa
    ci siamo buttati
    nel mare di strade

    IO HO PERSO TUTTO
    ripetevi con me ridendo
    IO HO PERSO TUTTO
    è la frase di un’intera generazione
    dicevi felice
    di aver trovato qualcuno
    che non avesse più niente
    oltre noi

    poi sentivo blaterare dagli scaffali
    del bancofrigo

    “e sono una troia”
    “ma questo è Tinder gioia”
    “oh come farò a dirgli che dal vivo non mi piace”
    “ti ho preso l’ovetto kinder alla fermata Museo
    e ho disegnato la T sulla K”
    “ non si fanno queste cose per conquistare le ragazze”
    “ma poi la K l’ho riscritta sotto in grande, perché non so se lo sai, ma io sono Kenji”
    “guarda ti stimo, sei diverso, sei unico, non voglio friendzonarti, mi piaci come parli cosa dici come pensi, ma uffa non so proprio come dirlo”
    “cara mia, è Bauman, non dire più niente”

    Ma infatti non dire più niente
    che se lo dici finisci di scioglierti
    non dovevamo uscire in un giorno così caldo
    che poi sto caldo ci scivola nelle mani
    ci fa perdere presa
    mi scivoli addosso,
    credo scivolerai
    non oggi
    spero domani
    più prima possibile

    CHEPPOI TI GIURO DOVEVAMO SAPERLO
    CHE TOGLIERE LA MASCHERA A V
    AVREBBE FATTO SOLO DEL MALE ALLA NOSTRA VENDETTA IN GRAPHIC NOVEL
    CHE GLI EROI SONO BELLI SOLO SE NON LI CONOSCI
    SE NON LI VIVI SE NON CI ARRIVI
    SE NON SAI DA DOVE VENGONO
    SE NON SAI DA CHI TORNANO
    CON CHI HANNO CHIAVATO PRIMA DI TE
    CON CHI HANNO GUARDATO LE STELLE COMETE CADERE
    DI CHI SPARLANO COSA STUDIANO
    GLI EROI DEVONO AVERE LA MASCHERA
    PER ESSERE GENI
    PER CAMBIARE IL MONDO
    PER NON CHIAVARE MA ALMENO NON PASSARE
    DAI PARADISI ARTIFICIALI DELL’IPHONE
    ALL’OLTRETOMBA SENZA FINE
    DELLA FRIENDZONE
    GLI EROI NON DEVI AVERLI COME AMICI SU FACEBOOK
    SU INSTA SU TINDER
    DEVONO RESTARE CHIUSI
    NELL’OVETTO KINDER

    ma non è facile
    neanche per voi
    soffermarsi più di tanto
    ed impossibile per me
    spremere la mia vita
    in una frase
    vorrei emozionarti
    come il rosso della notifica

    non ho niente di bello
    non sono bio
    non sono dio
    qui
    sono un pacco di pan di stelle
    sono difettato come gli altri

    li ho mangiati per 15 anni filati
    io sono brutto e vecchio
    io sono di quando si portava l’amianto
    e si massaggiava la salma
    con l’estrema unzione all’olio di palma

    dico sul serio
    sono la coscienza intrisa di demenza
    sono l’intingolo maledetto
    sono il caos
    da scientifica decandenza

    ti giuro credimi
    non è facile sfiorare i trent’anni
    e chiedere a mamma i soldi
    per fondare un’associazione
    la cui ragione è
    venirti a trovare

    “guarda è molto triste che voi belle ragazze
    siete pieni di amici spasimanti piccati
    che sperano in un goccio d’alcol
    che vi faccia tornare indietro
    e sbagliare
    ma io non sono questo.”

    “E tu che cosa sei?”

    “Niente
    una X su Tinder”

    sono solo tre giorni che il whatsapp
    non urla il tuo nome
    ma io
    il genio, il matto, l’amico dei sogni
    il “io non riuscirei a stare senza te”
    io che “mi piace come parli, come pensi, come scrivi”
    so già che moriremo
    senza scrivermi
    senza pensarmi
    senza amarmi
    senza verdermi
    senza conoscermi
    +

  2. Salve,
    sono una giovane psicologa che ha incontrato il proprio compagno proprio utilizzando l’app di Tinder e come me esistono numerose coppie che hanno creato legami stabili conoscendosi tramite piattaforme online (che esistono da molto prima di Tinder).
    L’articolo è molto carino ma credo operi semplificazioni superficiali. Ad esempio una delle differenze più evidenti, a mio avviso, nel concetto di amore che ci distingue dai nostri nonni – io ho tra i 25 e i 30 anni – è probabilmente il numero altissimo di miei coetanei cresciuti da coppie divorziate, di cui alcune in costante lite. Ciò provoca indubbiamente una tendenza a non volersi impegnare eccessivamente nel mantenimento di una storia d’amore, a vedere il tradimento come una evasione comune e a credere poco nel matrimonio, avendo avuto modelli disfunzionali, e sapendo che mediamente non ha una lunga durata.
    Ritengo inoltre che l’articolo non analizzi affatto la liberalizzazione del sesso avvenuta negli ultimi 40 anni che però ha portato profonde modificazioni nelle relazioni. Se infatti Tinder può essere utilizzato anche come strumento per trovare compagni per il sesso occasionale o da coppie per sperimentale ménage à trois o fantasie, è anche vero che avranno un approccio profondamente diverso da chi è alla ricerca di un partner stabile ed ormai, vista la rivoluzione tecnologica, evita l’approccio al bar. Oltretutto il discorso della mercificazione del corpo dell’altro sesso meriterebbe approfondimenti culturali a parte.
    Spero di aver fatto delle critiche costruttive.
    Cordiali saluti,
    Eleonora

    • Ciao Eleonora,
      sono commenti molto costruttivi e ben pensati. Grazie per il tuo contributo.

      Crediamo infatti ci sia una tendenza di questo tipo: non volersi impegnare eccessivamente nel mantenimento di una storia d’amore, vedere il tradimento come un’evasione comune e credere poco nel matrimonio avendo avuto modelli disfunzionali. Come hai sottolineato tu, in ogni caso, bisogna ricordare che si tratta di una tendenza e non della totalità dei casi.

      La definizione che ha dato Bauman delle relazioni contemporanee come di relazioni liquide riassume bene questo concetto: un amore “lacerato fra la necessità di stabilità e la ricerca di libertà”. Un amore (o più propriamente uno stile relazionale) in ultima analisi combattuto, incerto, spaventato, che non sa bene cosa vuole, che ha sfiducia nella tradizione (tradita dai nostri genitori), ma che fatica a trovare alternative relazionali, e cade spesso nell’eccesso di negare le relazioni in toto.

      Da questa confusione nascono poi molte relazioni che sono non-relazioni. Relazioni cioè che nascono già morte per scelta volontaria. In questo senso, allora, si può affermare che il corpo venga mercificato, o meglio, declassato allo status di oggetto, svuotato di progettualità, assumendo una politica dell'”usa e getta” relazionale. La mercificazione del corpo come oggetto sessuale (per lo più femminile) è poi un altro tema, vicino, ma non coincidente, molto interessante, e che merita uno spazio a parte. Speriamo di avere modo di affrontare anche questo punto negli articoli successivi.

      Intanto vogliamo ringraziarti ancora per il tuo contributo e per i prossimi a venire =)

      Risposta dell’autrice: Sofia Sacchetti

ADESSO COSA PENSI?