Psicodinamica

Recentemente, malgrado la mia scarsa prestanza atletica e la mia personale bassa affinità per tutto ciò che è sportivo, ho iniziato a praticare della ginnastica a corpo libero con un mio amico, fra l’ansia di una prova costume sempre più astratta e il semplice desiderio di smuovere un po’ le giunture ormai indolenzite dalla sedentarietà cui mi relega la vita universitaria.

La ginnastica propostami inerisce alla pratica del Calisthenics, un corpus di esercizi fisici che rimanda alla ginnastica ad anelli (Juri Chechi, per intenderci) e che mira ad uno sviluppo armonico della muscolatura nel rispetto delle leve naturali del corpo e della fisiologia del sistema neuromuscolare e scheletrico.

Tutto ciò si traduce, effettivamente, in esercizi tanto belli ed eleganti a vedersi (fatti dal mio amico) quanto dolorosamente strazianti e ardui a farsi (da me, ovviamente).

Questo principalmente (almeno così mi consola amichevolmente il mio maestro – voglio fidarmi) perché questi esercizi richiedono l’azione sinergica di più blocchi muscolari (cosa troppo spessa tralasciata dall’esercizio fisico da palestra) e l’utilizzo di muscoli tradizionalmente meno sviluppati nell’allenamento “standard”.

In effetti la pratica di questo allenamento mi ha fatto riflettere molto su quanto poco controllo in realtà abbiamo sul nostro corpo.

Quotidianamente utilizziamo il nostro corpo nelle più svariate e comuni azioni, ma scarsamente consideriamo quanta parte del nostro corpo viene ingaggiata nei movimenti, quanti e quali muscoli o blocchi muscolari, ancor più raramente badiamo all’assetto posturale, anch’esso dipendente dalla sinergia esistente fra muscoli e scheletro, e di come esso influisca sull’esecuzione motoria o sulla qualità della respirazione.

L’attenzione posta da questo tipo di allenamento su questi aspetti mi ha ricordato la pratica dello yoga, con la sua attenzione al mantenimento della tensione di blocchi muscolari nel raggiungimento di certe posizioni ma soprattutto con la sua attenzione agli assetti posturali che più inducono una respirazione piena e profonda – tradizionalmente e scientificamente legata ad una migliore qualità della vita e dell’esperienza della fisicità (si pensi all’attenzione dedicata al respiro da parte di pratiche di rilassamento culturalmente e storicamente traversali, dalla meditazione buddistica Samatha-Vipassana al training autogeno di Schultz).

Come è possibile dare per scontato il corpo? Come è possibile avere una così relativamente scarsa consapevolezza corporea e muscolare? Come ci si può dimenticare di un qualcosa con cui conviviamo per tutta la vita – la fonte stessa della nostra vita?

Nel panorama della psicologia, negli ultimi anni si sono sviluppate notevoli correnti che pongono una maggiore attenzione al corpo e alla sua relazione con la psiche, dalle terapie cognitive di terza ondata – che incorporano sempre di più aspetti inerenti alle pratiche meditative orientali – per ciò che concerne aspetti terapeutici alla psicomotricità e neuropsicomotricità in riferimento ad aspetti di carattere più diagnostico e valutativo.

Ma c’è nella psicodinamica contemporanea chi affronta di petto il problema della relazione psiche-soma, ascrivendolo ad una dinamica scissionale tipicamente occidentale a capo di molti fenomeni di sofferenza mentale come la patologia depressiva. Mi riferisco al pensiero di Alexander Lowen, padre della disciplina bioenergetica.

La bioenergetica, pratica terapeutica che deve le sue origini alle prime speculazioni sul corpo di stampo psicoanalitico di uno dei primi discepoli di Sigmund Freud, Wilhelm Reich, si pone come peculiari obiettivi la diagnostica della sofferenza psichica sulla base dell’osservazione di particolari assetti posturali o pattern ben localizzati di contratture muscolari  e l’alleviamento di tale sofferenza tramite un’azione combinata di analisi tradizionale e esercizi fisici e posturali con forte valenza catartica.

Sorvolando gli aspetti relativi alla terapia, la cui radicalità e opposizione alla terapia tradizionale possono apparire discutibili (malgrado l’indiscussa esistenza di dati a supporto della validità terapeutica della bioenergetica), mi piacerebbe soffermarmi su alcuni aspetti concettuali del pensiero di Lowen che ritengo interessanti e di ampio respiro.

La mia singolare esperienza incontrata in allenamento di non consapevolezza del corpo (o comunque di sorprendente consapevolezza parziale) è ascrivibile per Lowen ad una dinamica molto comune, che rimanda ad un aspetto tipico della nostra cultura, occidentale e cristiana: il dualismo mente-corpo.

Fra i tanti radicali cambiamenti di pensiero apportati dalla venuta di Cristo (ma soprattutto dall’opera di evangelizzazione di Paolo di Tarso), spicca l’abbattimento dell’unità, di tradizione greca, fra mente e corpo in virtù di una totalizzante negazione della fisicità, relegata ad una posizione di secondo piano rispetto alla purezza e al limpido candore dell’anima.

L’unità inscindibile ellenica di mente e corpo, rinvenibile nel grande valore della grecità classica della Kalokagathia (“bellezza e bontà”, comunione imprescindibile di valori morali e fisici) o nelle speculazioni aristoteliche sull’unità (sinolo) fra sostanza e sostrato, si rompe con la progressiva evangelizzazione dell’occidente: il verbo di Paolo istituisce l’assonanza fonetica e semantica di soma (corpo) e sema (prigione), con sé l’antagonismo fra pneuma (spirito) e sarx (la carne), imperante la cultura occidentale e diretto progenitore del dualismo occidentale moderno par exellence: il dualismo cartesiano.

Lo scisma qui esposto, se da un lato determinò una decisiva evoluzione del pensiero intellettuale (qui si scrive il trait-d’union che lega lo sviluppo morale determinato dal cristianesimo con quello intellettuale che portò alla rivoluzione scientifica secentesca, due fra le principali tappe della nostra Storia come Occidente), dall’altro portò inevitabilmente ad una negligenza del corpo e dei suoi valori.

La nostra cultura è in qualche modo dominata da questa segmentazione orizzontale, che pone la mente altrove rispetto all’ambito della physis.

Siamo come sbilanciati verso le funzioni del pensiero, troppo spesso trascurando i valori della fisicità che ci legano alla terra.

Lowen rimprovera questo aspetto al nostro assetto culturale e quindi mentale, confrontandolo con la maggiore attenzione posta dalle discipline orientali alla sinergia fra psiche e soma.

Il tradimento del corpo porta con sé una perdita delle sicurezze, delle certezze, il vagheggiamento fino alla perdita del senso di realtà. Il punto più estremo è toccato dalla schizofrenia, per definizione totale scisma fra la psiche e il reale.

Questo senso di realtà è per Lowen direttamente rintracciabile nel senso della corporeità: è la relazione con il fisico e con la terra sotto i nostri piedi a costruire il nostro senso di grounding, lo stare con i piedi per terra, l’avere una certezza in noi stessi e nella vita che ci spinga a raggiungere i nostri obiettivi e a ritrovare il piacere.

La patologia depressiva, per Lowen, rappresenta proprio un livello intermedio di scissione, non grave come nella schizofrenia, ma sufficientemente pernicioso da minare il senso di sicurezza individuale.

Come si può d’altronde essere felici se ci si estrania dalla dimensione in cui viviamo, se il senso del reale abdica in favore della fantasia, se si perde il contatto con la mondanità?

Molti fenomeni patologici del tutto contemporanei rimandano a questo tipo di speculazione: dalla depressione stessa all’anoressia (come negazione del valore della fisicità), dall’ansia da prestazione sessuale alle neosindromi da dimorfismo (come il body bulding compulsivo per compensare ad un’immagine impoverita e ansiosa del proprio fisico) fino al suicidio, atto finale del tragico rapporto fra una mente ipertrofica ed una fisicità sempre più spesso trascurata.

Tutti questi spunti non vogliono essere un invito a praticare più attività fisica (a quello ci pensano già i medici, e siamo tutti d’accordo sul valore aggiunto del “tenersi in forma” a più livelli di funzionamento) o a pensare di meno.

L’argomentazione di Lowen d’altro canto mi pare molto fruttuosa nel riportarci l’attenzione quaggiù, alle cose basilari, all’intimo e profondo legame che ci trattiene a questo mondo, la fonte stessa della vitalità e dell’energia.

Dedicare più attenzione al fisico, alla respirazione, alla postura, al nostro peculiare modo di essere nel mondo come presenze fisiche, lo spostamento dell’assetto di pensiero da una posizione dualistica ad una monistica che, serenamente, moderatamente ma fuori dalle pastoie di ogni rigore morale, ci riporti ad una maggiore armonia con la nostra dimensione corporale: questi sono solo alcuni degli aspetti che ci possono essere utili nella vita di tutti i giorni.

Un ritorno a questo tipo di pensiero, peraltro, ci aiuterebbe a non farci fuorviare da un modello intellettuale purtroppo molto attuale (in parte favorito dallo sviluppo della scienza medica e delle neuroscienze) che tende ad operare una differenza qualitativa fra ciò che è biologico e ciò che è psichico, spesso dimenticando che questi due aspetti non solo coesistono, ma sono ontologicamente sovrapponibili.

Dalla posizione cartesiana, potrebbe essere utile un ripiegamento sulla posizione, meno influente in occidente, di Spinoza che, primo fra i filosofi moderni, portò la nostra attenzione sulla natura illusoria e puramente prospettica della dualità: psiche e soma non sono di fatto che l’Uno osservato da due punti di vista differenti, uno interno e uno esterno.

È davvero decisivo contemplare e accogliere questa prospettiva, per non perdere degli aspetti vitali della nostra esistenza. E magari anche per riuscire a fare una flessione in più – almeno spero.

 

Per approfondire:

Lowen A., La depressione e il corpo. La base biologica della fede e della realtà, Astrolabio, Roma, 1980

Lowen A., Bioenergetica, Feltrinelli, Milano, 2004

Lowen A., Il tradimento del corpo, Edizioni Mediterranee, Roma, 1982

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Davide Parlato
Laureato con Lode in Psicologia Clinica, dello Sviluppo e Neuropsicologia presso l'Università di Milano-Bicocca e attualmente in formazione come psicodiagnosta presso lo Studio Associato di Psicologia Clinica A.R.P. (Milano). Lavoro al momento nell'educativa scolastica. Scrivere mi appassiona, e dal 2013 mi occupo della linea editoriale con la redazione di Revolart, periodico online di informazione culturale (www.Revolart.it). Sono cofondatore del progetto Cultura Emotiva. Oltre alla Psicologia, all'Arte e alla Cultura sono un grande appassionato di musica: la chitarra, che suono da 9 anni, è un'importante parte della mia vita emotiva. Contatto: davide.parlato93@gmail.com

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