“Quando andiamo a casa?”

“Devo andare da mia mamma..sarà preoccupata per me”

Quanti di coloro che si occupano di un malato d’Alzheimer avranno sentito queste frasi e quanti si saranno sentiti inermi, in difficoltà; probabilmente molti avranno pensato “E adesso che cosa gli rispondo?”.

Che fare in questi casi? Ma soprattutto cosa si nasconde dietro queste richieste?

Molti anziani superati gli 80 anni e non per forza affetti da demenza entrano in quella fase in cui il tempo presente diventa offuscato, troppo doloroso ed in parte lontano dalla loro comprensione e perciò decidono di tornare al loro passato, quello in cui si sono sentiti accolti, capiti e soprattutto quello in cui avevano un ruolo!

Da un punto di vista medico siamo abituati a ricevere come risposta che ad una certa età (specie se si è affetti da demenza di tipo Alzheimer) viene a mancare la Memoria a Breve Termine e così ci si dimentica fatti recenti o nomi di persone conosciute da poco o con cui si entra poco in relazione; rimane preservata (almeno nelle fasi iniziali) la Memoria a Lungo Termine e nello specifico la Memoria Episodica (memoria relativa agli eventi passati).

In molti anziani è conservata, almeno in parte, la Memoria Procedurale, grazie alla quale ricordiamo i procedimenti per svolgere un’azione o per l’uso che dobbiamo fare di un oggetto; quando anche questa memoria viene intaccata è comune trovare anziani che mostrano difficoltà nel vestirsi, nel lavarsi, nel cucinare, ecc.

Da un punto di vista medico tutto questo è vero e lo si riscontra, si può dire, nel 100% degli anziani affetti da demenza ma guardando queste dimenticanze da un’altra prospettiva, quella emotiva, è possibile trovare una diversa chiave di lettura.

Un anziano fragile, che si rende conto con fatica e dolore di stare perdendo alcune delle sue abilità, che viene magari trasferito in una casa di riposo o viene affidato ad una badante, comincia lentamente a rendersi conto che il mondo attorno a lui sta cambiando e lui non ha più le forze per stargli dietro. C’è però un luogo, lontano nel tempo ma vicino al suo cuore e alle sue emozioni in cui si è sentito bene, in forze, amato, un mondo in cui lui o lei avevano un ruolo, erano qualcuno!

Un figlio, una nipote, un bravo contadino, una ragazza a cui piaceva tanto andare a ballare nelle feste di Paese.

Questi anziani desiderano sentirsi ancora così ma come farlo in un mondo in cui la memoria sfugge, in cui non ci si ricorda nemmeno più quanti figli si hanno, in cui si è costretti a vivere in una casa che non è la loro?

La casa….

È un posto dove ci si sente al sicuro, dove si viene accolti dopo una giornata di lavoro o di scuola; spesso ad accoglierci c’è la mamma, quella figura amorevole che si è sempre presa cura di noi.

Se però non si riconosce più la casa del presente e si ha in mente solo la casa del passato diventa scontato che presto i nostri anziani chiederanno di tornarci, domanderanno della loro mamma.

A questo punto si aprono tre strade possibili:

1) Possiamo dare una risposta cognitiva, sbattergli in faccia la realtà: “hai 85 anni, come è possibile che tua mamma sia viva?” oppure “sei sposato da più di 50 anni, ormai è questa la tua casa”. Bè che dire, come reagiranno al sentire queste parole? Spesso l’unico risultato è purtroppo quello di aumentare il disturbo comportamentale in atto e ovviamente la sua frustrazione.

2)Restare indifferenti, non dire nulla pensando che magari passerà, che si dimenticheranno persino di averlo chiesto. Questo porterà però ad un maggiore isolamento e non ci esimerà dal ricevere dopo pochi minuti la medesima domanda.

3) La terza possibilità è quella dell’empatia! Qui ci viene in aiuto una tecnica comunicativa definita Validation(1), un metodo o meglio un atteggiamento, basato appunto sull’empatia. Validation afferma che questi anziani, trovandosi in una fase definibile come “confusione temporale”, non necessitano di essere ri-orientati, obbligati al “qui ed ora” ma di essere accolti.

Durante il mio corso di 1° Livello Validation, l’insegnate Cinzia Siviero(2) ci invitò a riflettere su questo: a lui o lei la mamma manca davvero, profondamente ed intimamente e noi davvero, la mamma non gliela possiamo dare; è un bisogno a cui non possiamo trovare soluzione.

Possiamo però fare qualcos’altro, arrivando così al concetto di accoglienza; possiamo ascoltare e dare voce alla sua emozione, condividendola e dandole valore.

Non è importante in quel momento pensare alla mamma che non c’è più, alla casa di quando era bambino che è stata venduta ma è importante stare con lui o lei in quell’emozione.

“Le manca molto la sua mamma vero?”, “Quanto le manca la sua mamma?”, “Cosa le piaceva fare con la sua mamma?” o ancora “Com’era la sua mamma?”…

Queste sono solo alcune delle domande o frasi che possiamo porre in queste situazioni e che ci aiutano a porci assieme a lui o lei nell’emozione che sta vivendo, senza avere la pretesa di risolvere o ri-orientarlo al presente, perché non è questo che ci stanno chiedendo; ciò che desiderano è il sentirsi accolti, sostenuti in un contesto a loro sempre più difficile e sconosciuto.

I primi chiamati a fare questo duro lavoro di accettazione prima e accoglienza poi, sono i familiari;  a loro e al peso di cui si fanno carico vorrei dedicare il prossimo articolo “Caregiver Burden: verso una definizione del termine”.

(1) Il metodo Validation vuole ristabilire il senso di dignità e ridurre lo stress convalidando i legami con il passato e agendo sulle funzioni cognitive, sul funzionamento e legittimando le emozioni con una ricaduta positiva frequente sulla qualità di vita, sull’umore, sulla relazione; non ha alcuna pretesa di migliorare le prestazioni cognitive dell’anziano, ha però la capacità di agire su questi comportamenti disfunzionali e disturbanti, permettendo agli anziani di vivere meglio e di “convivere” più serenamente con il loro problema. (http://www.validation.it/)

 (2) Master Validation ®, promuove e insegna il metodo dal 2005 ed è responsabile dell’organizzazione AGAPE AVO – Organizzazione Validation Autorizzata (http://www.metodovalidation.it)

Bibliografia e sitografia:

http://www.metodovalidation.it/

D’Alfonso R., La Barbera G., Siviero C. e Cerri A. (2012), Reazioni emotive e demenza: analisi di efficacia dell’approccio Validation, «Giornale di Gerontologia», 57° Congresso Nazionale della Società Italiana di Gerontologia e Geriatria, Milano, vol. LX, n. 6.

Feil N. (2003), Validation: il Metodo Feil, Bologna, Minerva.

D’Alfonso R., La Barbera G. e Siviero C. (2014), Il supporto del Metodo Validation. Le emozioni negli anziani con demenza, «Lavoro Sociale», vol. 14, suppl. al n. 6, pp. 59-68, doi: 10.14605/LS12.

 

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Ilaria Giardini
Sono la Dott.ssa Ilaria Giardini, nata a Cattolica e cresciuta a Pesaro; laureata in Psicologia presso l’Università degli studi di Urbino. Sono psicologa, abilitata all’esercizio della professione e iscritta all’Ordine degli Psicologi delle Marche (n° 2675). Durante la specializzazione in Psicologia Clinica mi sono sempre più interessata all’approfondimento della Psicogeriatria, campo in cui lavoro tutt’ora, facendo parte dell’equipe del Centro Diurno Margherita di Fano (specializzato nelle demenze in particolar modo di tipo Alzheimer) e in cui mi sto ulteriormente perfezionando; ho ottenuto da poco la certificazione come Operatore Validation e ho partecipato al Premio Gentlecare Sicurhouse, “Studi sull’applicazione del metodo Gentlecare in ambito geriatrico. L’attualità del modello”, vincendo nel dicembre 2016 il primo premio con un elaborato dal titolo “Giorno dopo giorno dobbiamo vivere; se possibile bene”. Fa da cornice un mio sempre maggiore interesse verso l’area del benessere psicologico, al fine di promuovere e gestire le risorse personali di ogni individuo. Contatti: giardini.ilaria@libero.it

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