Se il primo dei grossi problemi dell’università italiana è quello di perseverare una didattica troppo orientata all’apprendimento teorico non-critico, a discapito dell’acquisizione di competenze pratiche (come esplicato in questo articolo), il secondo, forse non in ordine di importanza, è identificabile nella figura del corpo docente.

Infatti, l’enorme problema del modo in cui oggi nel nostro paese viene formulata e condotta la didattica, deriva anche dalla diffusa difficoltà di trasmettere interesse per il sapere. In primis ciò è dovuto a una mancata educazione del corpo docente che non è completamente formato per svolgere il proprio ruolo:

ai professori viene richiesto solo di sapere ma non di saper spiegare.

Difatti i docenti non hanno l’obbligo di svolgere alcun tipo di corso formativo che li aggiorni sulle metodologie di apprendimento e sulle modalità migliori per condurre le lezioni (questo vale ahimè anche per i professori della scuola primaria).

C’è da dire però che questi corsi non esistono, o meglio parliamo di master non elaborati su misura per i docenti universitari (master in educational leadreship e in creative pedagogy per esempio); ma è anche vero che si è sviluppata negli ultimi anni una corrente di pensiero sorretta da diversi studiosi, pedagogisti ed educatori, che hanno dimostrato che una didattica diversa da quella a cui siamo abituati non è solo possibile ma è addirittura auspicabile, visti i migliori risultati ottenuti.

Di conseguenza è possibile fornirsi di tutti i materiali necessari per ampliare le proprie capacità di insegnamento (allegherò alcune fonti nella bibliografia).

Un’altra osservazione che spesso si fa tra noi studenti, è che la didattica perde le sue potenzialità qualitative anche a causa della sovrapposizione dei ruoli di professore, ricercatore e libero professionista/impiegato (di per sè questa problematica non sussisterebbe se la si gestisse con maggior equilibrio).

La percezione infatti è quella che una parte dei professori svolgano il loro ruolo in aula poiché obbligati, pena l’impossibilità di portare avanti i loro progetti di ricerca.

Seduti in cattedra, sovente, non ci sono professionisti che ad un certo punto della loro vita hanno sperimentato la vocazione, ovvero il desiderio di trasmettere il loro sapere e la loro esperienza, ma uomini e donne che hanno intrapreso la carriera universitaria. La ricerca, poiché li impegna nella stragrande maggioranza del tempo, viene al primo posto.

Si noti infatti che le lezioni impegnano i docenti anche per un solo semestre all’anno (le lezioni durano però solo tre mesi per semestre), con una media di 6/8 ore a settimana. Basta raddoppiare il numero per coloro che seguono due corsi (12/16 ore che possono essere distribuite anche in due semestri). Di solito un professore non tiene più di due corsi all’anno. Andrebbero però per correttezza sommate anche le ore da loro dedicate ai tesisti.

Questo disinteresse nei confronti degli studenti è intuibile dall’atteggiamento non sempre disponibile e a volte scostante e scocciato che assumono nei loro confronti, restando molto accorti ai propri bisogni e noncuranti delle esigenze degli universitari: potrei solo a titolo esemplificativo citare la rinomata difficoltà a instaurare un contatto via e-mail, la poca attenzione verso gli studenti fuori sede che si vedono costretti a presentarsi in aula d’esame salvo poi essere rispediti a casa perché il professore, pur sapendo di interrogare solo 20 studenti per volta, li vuole comunque tutti e 200 in aula.

Anche la presa di posizione di alcuni di effettuare i cosiddetti salti d’appello, o di non instaurare parziali o preappelli d’esame che ben faciliterebbero la vita degli studenti, o persino di vincolare a due sole date la possibilità di sostenere esami nell’arco dell’anno, o ancora la pretesa di imporre quantità di materiale didattico eccessivo che non rispetta il numero di crediti sanciti, sono tutti atteggiamenti che noi studenti percepiamo come ostacoli in un percorso che potrebbe essere reso meno frenante.

Questa categoria di professori comunica la sensazione di voler svolgere il proprio compito in modo sbrigativo e senza alcun interesse nel comunicare entusiasmo per la materia insegnata.

Essi di conseguenza trasmettono agli studenti una sensazione a mio parere alienante: quella di non contare nulla, di essere solo un peso, solo un altro volto di passaggio che dovrebbe aver il buon garbo di adeguarsi ai loro ritmi e volatilizzarsi al più presto.

Ciò accade soprattutto durante il triennio, periodo particolarmente sensibile nel quale, difatti, si registrano il maggior numero di abbandoni e di fuori corso (perché diciamocela tutta: la laurea triennale non conta nulla!).

Nella mia esperienza di universitario ad un certo punto ho sperimentato un tale livello di esasperazione per questo clima piatto e apatico che ho cominciato a sentire il bisogno impellente di avere a che fare con qualcuno che ci tenesse a contagiarmi col suo entusiasmo e che mi insegnasse qualcosa di concreto.

Sebbene vi siano anche molti professori disponibili e più volenterosi, sono due gli ulteriori limiti che giocano un ruolo importante nel peggiorare comunque la qualità della loro didattica: il primo l’ho già citato sopra e concerne la ripetizione di patterns di insegnamento inadeguati, di cui loro stessi sono stati “vittime” al loro tempo; reiterazione generata dalla disinformazione sulle più moderne ed efficaci modalità di conduzione delle lezioni e di impostazione del percorso didattico.

Il secondo riguarda invece alcune problematiche concernenti la dimensione delle classi. Oggi parecchi corsi universitari contengono un numero di iscritti che va dai 250 ai 500 individui, il che significa che svolgere il proprio compito in aule così grandi e dispersive rende difficile per i professori organizzare lezioni che siano coinvolgenti e che contemplino la dimensione pratica della materia e un contatto più “umano” con gli alunni.

Per numeri così grandi è obiettivamente difficile organizzare percorsi di immersione nel vivo della materia (programmi di questo tipo infatti possono essere svolti con un numero di partecipanti che non superi le 60 unità).

Inoltre, per i professori stessi è più complesso trasmettere agli studenti la loro disponibilità, la sensazione che sono lì per loro, a disposizione e che apprezzano un certo coinvolgimento della classe, desiderando che gli studenti dopo lezione si portino a casa qualcosa in più oltre alle nozioni esposte in aula. Quindi è vero che vi sono delle oggettive difficoltà, ma è possibile contenerle.

 

E allora come fare per superare questi limiti? Mi tocca fare un’altra premessa: nella mia vita universitaria ho incontrato solo un paio di professori “sufficientemente buoni” (che dal mio punto di vista corrisponde all’eccellenza), ed entrambi avevano delle caratteristiche comuni: in primis furono in grado di far appassionare me e i miei compagni alla materia attraverso il loro entusiasmo e inoltre sapevano strutturare programmi di esame caratterizzati da una giusta quantità di materiale (uno o due libri al massimo, più 2/3 capitoli presi da altri volumi e degli articoli da analizzare, per un totale di 8 crediti d’esame), fornendo slides chiare e semplificatorie di supporto all’attività di studio a casa e, infine, dando indicazioni precise e puntuali sulle parti salienti su cui concentrarsi per l’esame.

Alla teoria poi affiancavano esperienze, anche semplici, per entrare nel vivo della materia (ricordo un corso di “psicologia sociale dei gruppi” in cui il professore ci diede il compito di realizzare dei progetti di ricerca che poi avrebbe valutato come parte integrante dell’esame).

Ho poi incontrato qualche professore in grado di trasmettere tanta passione e che spendeva gran parte delle sue lezioni parlandoci della sua esperienza sul campo, mostrandoci alcune tecniche operative e analizzando le nostre stesse esperienze per introdurre alcuni concetti applicativi, ma che era poco attento a tutto il resto della didattica: non trattava a lezione gli argomenti d’esame, imponeva una quantità di materiale di studio enorme e totalmente astratto, non forniva le slide ecc.

Contemporaneamente mi sono confrontato con qualche buon professore che pur dovendo trattare argomenti molto teorici di per sé (neuroscienze per esempio) e magari meno appassionanti (ammetto non fosse la mia materia preferita), era però in grado di semplificare il materiale, di fornire degli ottimi schemi e perfette indicazioni per sostenere al meglio la prova scritta.

Queste tre categorie di docenti hanno rappresentato, tutte assieme, direi una buona percentuale dei professionisti che occupano le aule universitarie.

Infine, ahimè, ho conosciuto professori che né erano in grado di trasmettere interesse per la materia, né sapevano organizzare il materiale didattico in maniera intelligente e neanche rispettosa per gli studenti.

Sia chiaro che a tale visione non aderiscono tutti gli studenti e che il mio è un tentativo di abbozzare un modello esemplificativo della situazione. Escludendo però la variabile personale, che tiene conto dei diversi interessi individuali e dei diversi modi che ognuno ha di confrontarsi con gli stessi professori, penso che molti confermino un’elevata qualità di insegnamento per via del fatto che non hanno mai fatto esperienza di buoni insegnanti.

Ricordo di aver chiesto più e più volte ad alcuni miei compagni se reputassero soddisfacente la qualità degli insegnamenti che ci stavano proponendo e molti mi rispondevano affermativamente; ma gli stessi alla più specifica domanda: “quanti sono stati i corsi e i professori che ti hanno veramente interessato e colpito?”, ribattevano con uno o due.

Due professori su 20 di media (per la triennale) rappresentano il 10% del corpo docente, e per quanto ci siamo abituati, e io direi purtroppo assopiti, all’idea che le lezioni siano poco interessanti e noiose, ritengo che un’educazione didattica che fa leva su soli due individui per considerarsi “di qualità” non possa che esser considerata fallimentare.

(Ci tengo a sottolineare che non è stato eseguita alcuna indagine approfondita che possa rientrare nei parametri di scientificità. Per cui le risposte da me ottenute le uso più come spunto di riflessione piuttosto che come dato statisticamente affidabile).

Purtroppo al fine di adattarsi al nostro sistema scolastico molto duro (si consideri, per esempio, il fatto che gli studenti italiani delle scuole di primo e secondo grado sono ai primi posti nelle classifiche mondiali in termini di ore di studio a casa e per livelli di stress, pur non essendo ai primi posti per qualità e quantità di conoscenze apprese; paradossalmente in paesi come la Finlandia e la Corea del Sud che formano gli studenti più preparati del mondo, le ore di studio a casa sono molto ridotte) e troppo poco incentrato sullo studente, ci si convince che più di così non si possa pretendere e che questo sia il metodo migliore.

La cosa è parecchio sponsorizzata dalle alte cariche governative del nostro paese, che millantano i migliori ricercatori del mondo, ma che sottacciono l’elevatissimo numero di abbandoni, fuori corso e la bassissima quantità di studenti che si iscrivono all’università e la portano a termine.

Difatti, come detto già sopra, la critica inerente alla qualità degli insegnamenti è mossa soprattutto da quegli studenti che hanno avuto la possibilità di frequentare un certo tipo di ambienti scolastici e universitari esteri o autoctoni, in quest’ultimo caso molto lungimiranti, che hanno fornito loro una prospettiva molto differente da quella comune.

Cosa provate adesso?

 

Bibliografia

http://espresso.repubblica.it/visioni/cultura/2015/01/29/news/ma-quant-e-bella-la-vita-dei-docenti-univer HYPERLINK “http://espresso.repubblica.it/visioni/cultura/2015/01/29/news/ma-quant-e-bella-la-vita-dei-docenti-universitari-1.196738″sitari-1.196738

http://www.corriere.it/scuola/universita/15_aprile_23/buona-universita-deve-puntare-didattica-non-solo-ricerca-3f197e2e-e9c1-11e4-8a77-30fcce419003.shtml

http://www.huffingtonpost.com/2014/12/17/oecd-teens-homework-_n_6334502.html

Pivato Stefano, 2015. Al limite della docenza. Piccola antropologia del professore universitario. Edizioni Saggine.

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Vittorio Arrigoni
Psicologo, Psicoterapeuta Cognitivo Costruttivista Relazionale in formazione e cofondatore di Cultura Emotiva. Lavoro all'interno di una Comunità Terapeutica per adolescenti con disturbi psichiatrici. Sono insegnante di Mindfulness e insegnante di MBCT (Mindfulness Based Cognitive Therapy) per la depressione, titoli che ho acquisito, dopo anni di pratica meditativa, attraverso il Master di Mindfulness in ambito clinico diretto dal Prof. Fabrizio Didonna. La mia passione rimane tuttavia la Mindfulness in relazione, ambito nel quale ho conseguito un diploma sotto la supervisione di Anne Overzee e Deirdre Gordon, docenti senior del Karuna Institute (UK). Sono anche insegnante in formazione di Mindful Self-Compassion (MSC), avendo frequentato il primo teacher training organizzato in Italia in collaborazione con il Center for Mindful Self-Compassion. Tra le esperienze più significative della mia vita ho vissuto a Cipro per cinque mesi frequentando l’University of Cyprus (UCY) durante il mio Erasumus. Le persone che ho incontrato mi hanno infuso un profondo senso di abbondanza, condivisione e comunità del quale desidero rendere tutti compartecipi. Contatti: v.arrigoni6@campus.unimib.it

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