Il 21 marzo 2016 si svolse presso l’Università degli Studi di Milano Bicocca un’iniziativa intitolata: Per una nuova primavera delle Università.

A tale incontro parteciparono i Rettori delle università milanesi che intervennero assieme a diversi ricercatori, assegnisti, rappresentati degli studenti e delle associazioni dei dottorandi e dei dottori.

Lo scopo di questo evento fu di raccogliere e discutere idee e proposte da consegnare al Governo al fine di operare delle modifiche nel sistema universitario nazionale, considerate le difficoltà che sta affrontando.

I dati esposti portarono alla luce la condizione non particolarmente fiorente che vivono gli atenei italiani da ormai una decina d’anni. Secondo un’inchiesta di Repubblica il numero di studenti che continuano gli studi dopo il liceo è calato del 20% (circa 65 mila iscritti in meno), e sono solo il 22,3% i ragazzi di età compresa tra i 25 e 34 anni che hanno conseguito la laurea, contro una media europea del 44%.

Il Fondo di finanziamento ordinario delle università (FFO) ha subito una riduzione del 22,5%, e secondo il rapporto biennale Anvur stiamo assistendo ad un aumento del numero di studenti fuori corso, che impiegano in media 5 anni per terminare il primo step di laurea triennale e 2,8 anni per la laurea magistrale. Infine il 40% degli studenti che si iscrivono ad un corso di laurea abbandona l’ateneo prima del tempo.

Tutti questi dati rappresentano una media italiana, che però mostra un divario enorme tra nord e sud: al nord i dati evidenzierebbero una situazione migliore di quella appena esposta, mentre sarebbe addirittura peggiore nel centro-sud.

Durante il Consiglio dei Rettori, notai come tutte le problematiche e le proposte riportate vertessero sul tema della ricerca e dei ricercatori, sulla questione delle tasse e degli scarsi fondi investiti sull’università e sulla difficoltà di creare un legame tra atenei e aziende: tutti temi urgenti, ma nessuna delle persone dotate di carica in quell’aula sembrò essersi accorta di un altro problema a mio parere molto molto impellente, anzi direi fondante del sistema universitario: la didattica. Solo il sottoscritto e un altro ragazzo del ramo di economia, fummo gli unici ad intervenire sulla questione durante il dibattito.

Prima di addentrarci nel vivo dell’argomento vorrei fare una premessa: sono un laureato in psicologia, per cui le osservazioni che riporto si basano prevalentemente sull’esperienza che ho avuto in questo specifico ambito.

Nonostante questo, poiché mi sono confrontato con i pareri riportati da studenti provenienti da diversi atenei, diverse facoltà e da diverse aree geografiche nazionali e internazionali, e poiché sono ormai diversi anni che mi tengo aggiornato sull’ambino dell’innovazione dei sistemi educativi, mi concedo di poter ampliare un po’ il discorso, sicuro che le mie osservazioni possano venir contestualizzate, parzialmente o totalmente, anche in altre facoltà.

Quali sono quindi i problemi della didattica? Innanzitutto la didattica italiana si basa sull’apprendimento di un sapere teorico vasto e generalizzato, ovvero i piani di studi non si pongono l’obiettivo, come avviene in altre parti in Europa, di formare gli studenti sulla parte applicativa delle materie studiate, consentendogli di poter spendere quasi immediatamente il loro sapere nel mondo del lavoro.

La didattica italiana ha bensì lo scopo di fornire allo studente una visione d’insieme del sapere che si limita ad un livello puramente teorico. Ora questa scelta è sicuramente funzionale al fine di comprendere tutti i possibili sbocchi di specializzazione e per crearsi un background sufficientemente ampio, ma è un’opzione assolutamente svantaggiosa se l’obiettivo è quello di acquisire competenze applicabili ad una mansione.

Facendo riferimento al mio corso di laurea, oggi tutti i laureati in psicologia fuoriescono da cinque anni di corsi (quasi 8 secondo la media nazionale) sprovvisti di competenze pratiche.

Questo si traduce nel prolungamento dei tempi di formazione che vengono dilatati di altri 3/4 anni, la difficoltà di trovare stage di qualità, e nella necessità di investire altro ingente denaro per ulteriore formazione. Tutto ciò comporta anche il rinvio all’accesso a una prima stabile occupazione e all’indipendenza abitativa.

Se pensate ai dati citati sopra potete ben capire come sia giustificata la motivazione di molti di non iscriversi alle università: la laurea è un traguardo che richiede un impegno notevole in termini di risorse e tempo, e che potrebbe essere meglio spendibile professionalmente.

Un aspetto che raramente viene preso in considerazione da chi sottolinea l’importanza di un’ampia conoscenza teorica, è che in realtà ai fini formativi la teoria non basta mai. Sarebbe come limitarsi ad imparare a parole come si va in bicicletta.

La pratica, l’immergersi nel vivo della materia, permette un confronto più diretto con la realtà applicativa e paradossalmente una migliore comprensione della teoria studiata, in quanto la memorizzazione dei concetti è parecchio facilitata e resa più duratura e solida, e ciò perché si attiva un processo di contestualizzazione delle informazioni e di attribuzione di significati basati sull’esperienza.

Personalmente ho imparato a riconoscere molto meglio pazienti affetti da personalità borderline dopo aver discusso in aula numerosi casi clinici e dopo aver osservato a occhio nudo il loro comportamento. Diversamente, se mi fossi fermato a imparare a memoria i criteri del DSM oggi mi saprei orientare in misura minore nella diagnosi di tale disturbo.

È quindi di gran lunga meno importante sapere a parole come si stia su una bicicletta rispetto ad aver capito motocineticamente come pedalare e stare in equilibrio. Questo è un aspetto sul quale la didattica universitaria si è arenata da tempo, prediligendo eccessivamente l’insegnamento di teorie spesso ridondanti.

Riprendendo come esempio le facoltà di psicologia, la pratica è tralasciata con la giustificazione che è ancora troppo presto e che gli studenti non hanno le competenze per mettere in pratica nulla, ma in realtà la pratica può essere inserita in modo graduale in diversi modi.

L’idea, sia chiaro, non è quella di cancellare la teoria dalla didattica, ma di assottigliarla, renderla più gestibile e di affiancarla a workshops, conferenze, esperienze pratiche sul campo e discussioni in aula e laboratori (questi ultimi ci sono già, ma quasi sempre, nella mia esperienza, soffrono gli stessi limiti delle comuni lezioni frontali).

Introdurre la componente applicativa renderebbe le lezioni più stimolanti e interessanti sia per gli studenti che per i professori e consentirebbe ai primi di formarsi un pensiero e una comprensione sugli argomenti più critica, più intelligente e meno puramente mnemonica.

Altra considerazione da fare sull’approccio teorico vigente è che risulta noioso e pesante e non stimola la riflessione.

Seguire 5 anni di lezioni e dover studiare tre/quattro libri per esame più slide e appunti, è controproducente perché nella stragrande maggioranza dei casi ci si limita ad imparare a memoria senza capire, senza sentirsi stimolati all’apprendimento, nella certezza che le nozioni apprese essendo troppo astratte e troppe, decadranno nel giro di breve tempo.

Anneghiamo nel mare di informazioni senza poter trasformare il nostro sapere in saper fare!

Le stesse lezioni troppo spesso diventano noiosi monologhi di due ore e gli esami non contemplano un contributo critico alla materia. In un articolo scritto da un giovane blogger lessi che per andare bene in università è necessario diventare un mulo: testa basa, non fare domande e impara tutto a memoria.

Si badi al fatto che questa è un’osservazione che viene mossa di frequente dagli studenti Erasmus, che dopo essersi confrontati con altri modelli di didattica hanno riscontrato tale gap nel nostro paese (cosa che confermo data la mia recente esperienza all’estero).

Cosa provate adesso?

 

Bibliografia

http://www.youinvest.org/ws_section_item.php?itemId=391&sectionId=6&lng=1

http://inchieste.repubblica.it/it/repubblica/rep-it/2016/01/14/news/la_grande_fuga_dall_universita_-130049854/?refresh_ce

http://www.universita.it/emergenza-abbandono-studi-u HYPERLINK “http://www.universita.it/emergenza-abbandono-studi-universitari/”niversitari/

http://www.corriere.it/scuola/universita/15_aprile_23/buona-universita-deve-puntare-didattica-non-solo-ricerca-3f197e2e-e9c1-11e4-8a77-30fcce419003.shtml

Mettere in pratica: le regole per trasformare il sapere in saper fare

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Vittorio Arrigoni
Laureato in Psicologia Clinica presso l’Università di Milano Biccocca, ho ideato il format di Cultura Emotiva e ne sono il cofondatore. Ho scritto e pubblicato una tesi sul tema delle relazioni poliamorose, pratico meditazione Vipassana e ho conseguito un diploma sulla “Mindfulness in Relazione” secondo il metodo del Karuna Institute (UK) sotto la supervisione di Anne Overzee e Deirdre Gordon. Collaboro inoltre da settembre 2016 come volontario presso l’Associazione Mudita di Milano, all’interno della quale sto approfondendo le mie competenze nel settore della mindfulness contemplativa. Dopo aver svolto a Nicosia (Cipro) il mio programma Erasmus+ presso l’University of Cyprus (UCY), ho svolto il tirocinio pre-laurea presso la Casa Circondariale di Monza nell'ambito della prevenzione del suicidio e dell'autolesionismo, e su quest'ultimo argomento ho sviluppato la mia tesi magistrale. Ad oggi lavoro come tirocinante presso la Fondazione Rosa dei Venti Onlus, CT che si occupa del trattamento di adolescenti con disturbi della personalità. Il mio prossimo obiettivo è quello di diventare uno psicoterapeuta Cognitivo Costruttivista Relazionale. Contatti: v.arrigoni6@campus.unimib.it

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