Il 21 marzo dell’anno scorso si svolse presso l’Università degli Studi di Milano Bicocca un’iniziativa intitolata: Per una nuova primavera delle Università.

A tale incontro parteciparono i Rettori delle università milanesi che intervennero assieme a diversi ricercatori, assegnisti, rappresentati degli studenti e delle associazioni dei dottorandi e dei dottori. Lo scopo di questo evento fu di raccogliere e discutere idee e proposte da consegnare al Governo al fine di operare delle modifiche nel sistema universitario nazionale, considerate le difficoltà che sta affrontando.

I dati esposti portarono alla luce la condizione non particolarmente fiorente che vivono gli atenei italiani da ormai una decina d’anni. Secondo un’inchiesta di Repubblica il numero di studenti che continuano gli studi dopo il liceo è calato del 20% (circa 65 mila iscritti in meno), e sono solo il 22,3% i ragazzi di età compresa tra i 25 e 34 anni che hanno conseguito la laurea, contro una media europea del 44%. Il Fondo di finanziamento ordinario delle università (FFO) ha subito una riduzione del 22,5%, e secondo il rapporto biennale Anvur stiamo assistendo ad un aumento del numero di studenti fuori corso, che impiegano in media 5 anni per terminare il primo step di laurea triennale e 2,8 anni per la laurea magistrale. Infine il 40% degli studenti che si iscrivono ad un corso di laurea abbandona l’ateneo prima del tempo.

Tutti questi dati rappresentano una media italiana, che però mostra un divario enorme tra nord e sud: al nord i dati evidenzierebbero una situazione migliore di quella appena esposta, mentre sarebbe addirittura peggiore nel centro-sud.

Durante il Consiglio dei Rettori, notai come tutte le problematiche e le proposte riportate vertessero sul tema della ricerca e dei ricercatori, sulla questione delle tasse e degli scarsi fondi investiti sull’università e sulla difficoltà di creare un legame tra atenei e aziende: tutti temi urgenti, ma nessuna delle persone dotate di carica in quell’aula sembrò essersi accorta di un altro problema a mio parere molto molto impellente, anzi direi fondante del sistema universitario: la didattica. Solo il sottoscritto e un altro ragazzo del ramo di economia fummo gli unici ad essere intervenuti sulla questione durante il dibattito.

Prima di addentrarci nel vivo dell’argomento vorrei fare una premessa. Sono uno studente universitario che ha scelto come area di studio psicologia, per cui le osservazioni che riporto si basano prevalentemente sull’esperienza che ho avuto in questo specifico ambito.

Nonostante questo, poiché mi sono confrontato con i pareri riportati da studenti provenienti da diversi atenei, diverse facoltà e da diverse aree geografiche nazionali e internazionali, e poiché sono ormai due anni che mi tengo aggiornato sull’ambino dell’innovazione dei sistemi educativi, mi concedo di poter ampliare un po’ il discorso, sicuro che le mie osservazioni possano venir contestualizzate, parzialmente o totalmente, anche in altre facoltà.

Quali sono quindi i problemi della didattica? Innanzitutto la didattica italiana si basa sull’apprendimento di un sapere teorico vasto e generalizzato, ovvero i piani di studi non si pongono l’obiettivo, come avviene in altre parti in Europa, di formare gli studenti sulla parte applicativa delle materie studiate, consentendogli di poter spendere quasi immediatamente il loro sapere nel mondo del lavoro.

La didattica italiana ha bensì lo scopo di fornire allo studente una visione d’insieme del sapere che si limita ad un livello puramente teorico. Ora questa scelta è sicuramente funzionale al fine di comprendere tutti i possibili sbocchi di specializzazione e per crearsi un background sufficientemente ampio, ma è un’opzione assolutamente svantaggiosa se l’obiettivo è quello di acquisire competenze applicabili ad una mansione.

ADESSO COSA PENSI?