Quando Hollywood decide di scardinare tutti i finti buonismi sulla famiglia, mettendo in scena la folle drammaticità di una famiglia normale.

Basato sulla pièce teatrale premio Pulitzer 2008 “August: Osage County” di Tracy Letts, John Wells porta sul grande schermo le vicende della famiglia Weston, una famiglia come tante: disgraziata, ironica, cupa ed a tratti esilarante nella sua drammaticità, una famiglia normale, di cui istintivamente non si vorrebbe farne parte.

Il film è ambientato in un’isolata casa colonica nelle campagne dell’Oklahoma e inizia facendoci conoscere da subito uno dei suoi protagonisti principali: l’anziano poeta e scrittore Beverly.

Usando il pretesto delle istruzioni alla governante, il regista mostra un uomo al tramonto della propria vita, sensibile e colto, ma dilaniato dal dramma della sua stessa esistenza. Il protagonista è intento a raccontare, ad un’estranea, la neoassunta Johnna, in maniera a tratti maniacale, la sua situazione familiare: lui è un forte bevitore ma questo suo vizio è tollerato dalla moglie Violet, la quale fa invece un uso smodato di pillole.

Abbandonata fin dalle prime battute, l’idea che si tratti di un film rasserenante e farcito dei buoni sentimenti della buona famiglia americana alto borghese, Wells ci conferma in maniera quasi spiazzante, quello che scriveva Lev Tolstoj nella sua Anna Karenina:

“Tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro. Ogni famiglia infelice è infelice a modo suo.”

Il film prosegue permettendoci di entrare in punta di piedi, nelle stanze fisiche e mentali di quest’ anziana coppia: la casa luogo elettivo dell’ unione famigliare, è claustrofobica, cupa, buia, sporca e caotica in maniera a tratti esasperata, rispecchiando il mondo interiore dei due, un mondo fatto di cupa tristezza, rassegnazione ed isolamento.

Al contrario, l’ ambientazione esterna ci viene descritta dal regista attraverso i panorami caldi e a perdifiato dell’Oklahoma e dei terreni desertici circostanti la casa che trasmettono la sensazione di una libertà negata ai due protagonisti.

Tale “armonia”, fatta di continue provocazioni e rivendicazioni di Violet nei confronti di Beverly e di momenti dove ricerca l’ affetto e la complicità del marito, viene interrotta dal colpo di scena: un evento inatteso che farà sì che Violet, ammalata di cancro alla lingua, il cui umore oscilla tra momenti di grande euforia irrealistica ed altri di profonda disperazione, debba rincontrare tutte insieme le proprie figlie con i loro compagni.

Che Violet soffra, tra gli altri disturbi, anche di disturbo bipolare è evidente; lo dimostrano le continue oscillazioni tra la fase maniacale e quella depressa.

Nonostante la drammaticità del suo quadro sintomatologico, esso negli Usa è attualmente considerato la “malattia dei vip”, per quanto è diffusa tra i personaggi del mondo dello spettacolo (Ben Stiller, Robbin Williams, Sinéad O’Conner, Jim Carrey, Peter Gabriel).

E se ne possono seguire le “tracce” anche in passato, nella storia personale di importanti artisti, scrittori, personaggi politici e creativi (Marilyn Monroe, Ernest Hemingway, Victor Hugo, Winston Churchill, Vincent van Gogh).

A tutt’oggi il disturbo bipolare è una malattia che riguarda almeno 30 milioni di persone nel mondo, ed è in realtà un problema molto serio – e molto poco “cool” – che pesa sulla qualità di vita sociale e lavorativa dei malati e delle persone che sono loro vicine.

All’origine del disturbo bipolare si riconoscono fattori genetici predisponenti e specifiche alterazioni nei circuiti cerebrali che controllano il tono dell’umore, l’affettività, gli impulsi e alcune funzioni biologiche fondamentali (appetito, sonno, sessualità ecc.).

Queste alterazioni sono legate principalmente a modificazioni dei livelli di alcuni neurotrasmettitori della classe delle “amine biogene”: in particolare, serotonina, noradrenalina e dopamina.

Come viene magistralmente raccontato nel film, anche l’ambiente riveste un ruolo chiave, potendo favorire lo scatenamento dei sintomi (in particolare, in corrispondenza di situazioni critiche quali difficoltà relazionali, insuccessi, esperienze traumatiche, lutto ecc.) o, al contrario, prevenendo le manifestazioni (buon supporto familiare, relazioni interpersonali serene, assenza di stress sociale o professionale ecc., elementi che mancano nella vita di Violet, per sua scelta o per un colpa di un destino crudele).

Tra i fattori di rischio per lo scatenamento di stati maniacali vanno ricordate alcune terapie farmacologiche (anfetamine, sedativi, ipnotici…), alcol e sostanze d’abuso con attività eccitante/neurostimolante (cocaina ecc.), allucinogena (fenciclidina e altri allucinogeni) o comunque in grado di influenzare in modo diretto o indiretto i circuiti cerebrali coinvolti nell’insorgenza del disturbo bipolare, come ci viene mostrato tramite Violet, ormai totalmente schiava e dipendente delle sue pillole.

Il disturbo è difficile da gestire (per i professionisti e per chi ne soffre) e accade abbastanza frequentemente che i rapporti di questi pazienti con i propri famigliari siano deteriorati proprio a causa della sintomatologia del disturbo.

Forse questa è la ragione per cui la reunion messa in scena nel film, non sarà una pacifica riunione di famiglia, dove i commensali si riuniscono attorno ad una tavola imbandita a sciorinare gli uni agli altri complimenti e felicitazioni circa traguardi e successi; sarà bensì il pretesto per svelare segreti, riesumare ricordi e vecchie incomprensioni, confermare alleanze e coalizioni, rinfacciarsi episodi del passato che il tempo non ha ancora messo a tacere , creare nuove motivazioni per litigare, gli uni con gli altri, in una battaglia dove non esistono né vincitori né vinti.

 
Attorno a Violet, matriarca dispotica, cinica e come detto in precedenza, gravemente malata, conosciamo così le tre figlie Barb, Ivy e Karen, diversissime tra loro, e la bonaria zia Mattie Fae, insieme alle relative famiglie.

Complice la convivenza forzata e una comune propensione all’abuso di alcool, marijuana o pillole, i vecchi rancori mai sopiti prenderanno il sopravvento perfino sui protagonisti in una maniera talmente violenta e autenticamente sgradevole, tra accuse, rimorsi, timori e dolorose recriminazioni, che la nostra famiglia ci sembrerà quella del Mulino Bianco, o quasi.

È arduo tentare di definire la magmatica personalità di Violet, ma può essere delineata come la nemesi della madre sufficientemente buona di Winnicot, la quale pur avendo “molte buone ragioni per detestare il figlio”, come diceva l’ autore, è una madre in grado di rispondere adeguatamente ai suoi bisogni.

Al contrario la protagonista da vittima può trasformarsi in carnefice con un battito di ciglia, da donna tenera e arguta può divenire la più verbalmente violenta commensale ad un pranzo di famiglia.

A farle, anche suo malgrado, da specchio è la figlia Barbara, tesa come una corda di violino sul punto di spezzarsi, anche a causa della forte crisi coniugale che sta vivendo ma che non vuole rivelare ai suoi famigliari.

Tale segreto, è solo uno dei tanti taciuti della famiglia Weston, che al contrario della presenza quasi impercettibile ma costante della governate Johanna, rassicurante, soprattutto per i suoi silenzi; ci scaraventa in un secondo livello della storia:

nel dramma trigenerazionale di Barbara, una donna cresciuta da Violet e madre a sua volta di una figlia adolescente, con cui ripropone in maniera nevrotica gli stessi scambi comunicativi, crudeli ed anaffettivi, di sé e della propria madre, fino al culmine della relazione dove la ragazza decide di abbandonare la madre, andando via con il padre.

 
La fuga come via di salvezza, la stessa fuga che cerca anche Violet, che cercano tutti i protagonisti del film e che cerchiamo tutti noi; taluni trovandola, con un po’ di fortuna in una famiglia accogliente, un lavoro gratificante, amici benevoli e nell’ essere padroni della propria vita; altri, più sfortunati nella dipendenza, nella solitudine, nella violenza, sia essa fisica che verbale e nella “follia”.

“Non si va da nessuna parte” urla a squarciagola Violet di ritorno dal medico dopo l’ennesima overdose di pillole, facendo fermare la macchina sulla quale stava viaggiando con le tre figlie, iniziando a correre verso un campo aperto, metafora di una fuga che però, in questo caso ha il retrogusto iperbolico, ma reale, della resa di una donna davanti alla sua umanità, della resa di noi spettatori davanti ad un film così drammaticamente reale da lasciarci attoniti e smarriti davanti ai soli titoli di coda: cala il sipario, lo spettacolo è finito.

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Valentina Fei
Il mio nome è Valentina e “lentina” lo sono sempre stata: in matematica prima e nelle materie scientifiche in generale. Mentre i miei geniali compagni risolvevano i problemi aritmetici ricevendo feedback entusiastici dell’ insegnante, io i problemi me li facevo, forse perfino troppi! Simone che mangiava tre fette di torta al cioccolato e due fette di torta alla crema, diventava una persona: sovrappeso, una tuta informe e a me non fregava un caiser di sapere quante fette di torta avesse mangiato in tutto, mi piaceva immaginare di Simone: se la mamma lo avesse sgridato perché aveva mangiato troppi dolci, e “cose così”. E quelle “cose così” di me bambina, sono diventate il motivo per cui, scelsi di fare la psicologa. Ad oggi, dopo una laurea in psicologia presso l’ Università degli studi di Parma e un master in psicologia del lavoro, mi sono occupata di risorse (dis)umane e formazione aziendale, fino alla decisione di abilitarmi e diventare una psicologa “vera”. Contatti: valentinaa.fei@gmail.com

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