Alcune persone, ad un certo punto della loro vita, si trovano di fronte ad un problema, un disturbo, un qualcosa che turba: il Sintomo. Ho deciso di scrivere il Sintomo con la S maiuscola per sottolinearne il travolgimento, esso infatti trascina verso di sé a tal punto da essere percepito come un’”entità con vita propria”, elemento vissuto come “diverso da sé”, “estraneo” e “da eliminare”.

Ci si rivolge allora ad un terapeuta perché da soli non riesce ad andare avanti come si vorrebbe.  Ne si diventa piano piano consapevoli e ci si apre ad un aiuto esterno. Lo psicologo è quella figura che ha il compito di aiutare la persona a ritrovare il filo che lo conduca alla matassa, alla sua matassa.

Il Sintomo, essendo la leva che spinge a chiedere aiuto, è ciò che finalmente evidenzia il disagio, lo rende esprimibile. Dico finalmente perché il Sintomo evidenzia spesso un tema che è stato silente per molto tempo, ma presente ed è molto importante per il soggetto.

Il Sintomo grida perché vuole essere ascoltato, al fine di riportare la persona in equilibrio, ovviamente “a modo suo”. Il Sintomo ovviamente non è un “modo che ci piace” ma è quello che abbiamo e bisogna lavorare con quello che c’è. La costruzione del Sintomo rispetta determinate regole, facendoci capire come ciò che è apparentemente scartato dalla razionalità umana, quello che ci appare “insolito e da eliminare” in realtà mostra un pensiero sofisticato, una struttura precisa (Lacan).

Il Sintomo è come una medaglia a due facce: ha in sé qualcosa di estremamente benefico (è il filo per tornare alla matassa), ma è anche qualcosa di apparentemente letale (è sofferenza pura).

Il Sintomo è un grande nemico del soggetto, perché lo costringe in una gabbia di sofferenza, taglia le ali alla libertà e stringe nell’immobilità. Anche solo rileggendo il caso del piccolo Hans si capisce come insieme al Sintomo, anche le cose più banali (andare al parco, uscire di casa) assumono una nuova difficoltà, inaspettata (rilettura tratta dal libro “Il taglio del sintomo”). C’è qualcosa che brama alle spalle consce del soggetto che non lo lascia in pace.

Allo stesso tempo, dietro tutto questo dolore e questa estrema sofferenza che porta con sé, il Sintomo è da considerarsi come “benedetto”, un grande amico del soggetto. Come accennato precedentemente, è un modo forzato di metterci di fronte ad una questione importante della nostra vita, che altrimenti non avremmo mai affrontato. Il Sintomo è come un bambino che pesta i piedi facendo i capricci e vuole essere ascoltato, a tutti i costi.

 Sottolineo questi aspetti del Sintomo per evidenziare l’importanza di osservarlo da più punti di vista. E’ importante cercarne l’aspetto costruttivo, considerandolo come una torcia che può illuminare il cammino dentro se stessi. Un Sintomo è sofferenza, certo, ma è anche una chiave per una guarigione importante.

Ma come si forma questo Sintomo?

Ho già accennato come il Sintomo sia più razionale di quanto sembra. La costruzione del Sintomo è la via soggettiva per affacciarsi sulla questione latente, il cui carico emotivo rende difficile la sua elaborazione diretta. Ci si appoggia al Sintomo, inconsapevolmente, creando una soluzione troppo precaria, che infatti si manifesta con sofferenza e disturbo.

C’è una frase lacaniana che mi ha particolarmente colpita ed è “Il sintomo fiorisce in viso come un herpes nei giorni di festa”. Questa spontaneità inaspettata si può spiegare con la multi fattorialità delle cause del Sintomo. Spesso il Sintomo non appare per una sola causa; certo c’è un evento traumatico scatenante che impone drasticamente il soggetto davanti alla sua questione, però c’è sempre una quantità di motivi per cui il soggetto è arrivato lì, con quel Sintomo preciso, motivi intrecciati ed incatenati. La costruzione inconsapevole del Sintomo è un percorso lungo che parte da lontano.

Il terapeuta aiuta il soggetto a tornare sulla sua questione principale per allentare il Sintomo. Anche vero è che, come il Sintomo si è formato in un certo periodo di tempo, questo non potrà scomparire da un momento all’altro, anche se nella terapia ci si avvicina alla questione (o alle questioni) principali del soggetto. Ci sono sempre dei residuanti, dove si situa la coazione a ripetere.

Il Sintomo è dunque un qualcosa che è costruito nel tempo, una modalità di adattamento che la persona ha costruito, seppur dolorosa o disfunzionale. E’ come se la questione alla base del Sintomo fosse stata talmente carica emotivamente che non sia stato possibile risolverla, o meglio elaborarla. Ne consegue che la persona per continuare a vivere la sua quotidianità, ha trovato inconsciamente questo “modo particolare” di strutturarsi, facendo scivolare via da sé la questione, lasciandola andare lontana, quasi nel “dimenticatoio”. Ma questo non basta ed il Sintomo ce lo ricorda!

E’ fondamentale quindi prendere consapevolezza del lato della medaglia che rappresenta il Sintomo come possibilità per tornare a contatto con il proprio tema. Anche se doloroso, riporta dentro di sé.

Bibliografia:

Maiocchi, M. T. (2010). Il taglio del sintomo. Clinica ed etica dell’opzione lacaniana (pp. 5-309). Franco Angeli.

 

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Arianna Coglio
Dott.ssa in Scienze e tecniche psicologiche con 110/110 presso l’Università Cattolica di Milano, proseguo gli studi con la Laurea Magistrale in Psicologia per le Organizzazioni. Nel 2016 ho frequentato un semestre accademico negli Stati Uniti (Wilmington-NC), durante il quale ho partecipato ad un tirocinio presso la clinica neuropsicologica “Cape Fear Clinic” con il Dr. Puente (presidente in carica dell’APA) e sono entrata nella Honors Society universitaria. Per passione ho completato un diploma in Naturopatia con specializzazione in Reflessologia Plantare, presso il centro Accademia Sol di Gallarate (VA), iscrivendomi al registro SIAF per gli operatori olistici. Nel 2015 ho avuto la fortuna di seguire un progetto di volontariato in Etiopia in una scuola primaria, dove mi sono occupata del doposcuola. Un caloroso abbraccio a tutti i lettori di Cultura Emotiva! Contatti: ariannacoglio@libero.it

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