Fin troppe volte ci si alza da tavola con un fastidioso senso di pesantezza o si evitano aperitivi e cene tra amici per paura di cedere alle tentazioni. La vita di ogni individuo che lo si voglia credere o meno, ruota intorno all’alimentazione.

Siamo nati in un Paese che dà molta importanza a questo aspetto, pensate per un momento alla convenzione del “pranzo domenicale”, della cena in famiglia, come unico momento della giornata in cui i membri della stessa si riuniscono  o ancora degli aperitivi e delle cene fuori nei weekend.

A questo si aggiungono pensieri tipicamente italiani: “se non mangi è perché stai poco bene”, “quanto sei deperito!!” (ognuno ha una nonna che glielo avrà detto almeno una volta), “se non finisci quello che hai nel piatto non avrai il dolce” e potremmo continuare così a lungo.

Tutti questi pensieri e modi di fare ci hanno legato in modo spesso controverso al cibo e al modo in cui lo assumiamo.

Siete pronti a mettervi in discussione? Benissimo, proviamo ad analizzare alcune tra le più comuni situazioni…

Se dico divano e TV a cosa pensate? Molto probabilmente alle noccioline o al pacco di patatine…

E se dico cinema? Sicuramente ai pop-corn ancora fumanti…

Quando pensiamo invece a incontro con amici? Non c’è dubbio: aperitivo e snack o perché no, pizza e birra!!

Non a caso la maggior parte delle situazioni in cui ci troviamo portano con sé modi di fare, tipi di abbigliamento caratteristici: la stessa cosa succede con il cibo!

Pensiamo ora a quando torniamo a casa dopo una giornata di lavoro massacrante, un esame andato male o una lite burrascosa con il partner, la maggior parte di noi si rifugerà nel mangiare e spesso e volentieri si tratta di cibo dolce, come la cioccolata, il gelato o nutella (quanti, pensando a momenti simili non si sono immaginati col cucchiaino immerso nel barattolo di nutella?).

Tutto questo fa parte di noi, del nostro vivere di corsa e del nostro essere totalmente “assenti” quando facciamo le cose; siamo costantemente proiettati al futuro (devo preparare la cena, il mio amico mi ha chiesto di passare da lui, domani ho la riunione di lavoro, e così via) o ancorati al passato, rimuginando su ciò che ci ha offeso, fatti arrabbiare, ecc. Questo vuol dire  vivere con il pilota automatico inserito.

Vi è però una verità incontrovertibile che può venirci in aiuto: tutti noi siamo dotati della capacità di regolare la quantità di cibo da assumere in base alla stima del valore energetico di ciò che mangiamo, grazie alla funzione svolta dai 5 sensi; è infatti possibile conoscere l’apporto energetico e nutritivo di ogni alimento grazie agli odori e ai sapori.

In maniera del tutto innata e spesso inconsapevole (purtroppo) percepiamo i carboidrati semplici come dolci, il glutammato come salato, gli acidi come aspri e alcuni composti tossici come amari (Breslin, 2013). Ancor prima di mangiare nel vero senso della parola sappiamo già di quanto cibo abbiamo realmente bisogno.

Perché però ciò non accade mai? Cos’è che blocca questo nostro istinto naturale?

Succede infatti che non solo non siamo in grado di capire di quanto cibo abbiamo bisogno ma spesso non siamo neppure in grado di “fermarci” quando siamo sazi; accade molto più spesso di continuare a mangiare fino a quando non avvertiamo un senso di pesantezza allo stomaco o persino nausea al solo pensiero di continuare a mangiare.

Questo tipo di alimentazione rientra in uno stile di vita alimentare che possiamo definire “Mindlessly”!

Mangiare Mindlessly significa letteralmente mangiare in modo meccanico, col pilota automatico appunto; lo si può immaginare come una linea continua che va dal mangiare in modo del tutto inconsapevole, senza prestare attenzione né a ciò che si mangia né a quanto si mangia, all’essere continuamente ossessionati dal cibo o dall’atto di mangiare in sé.

In quest’ultimo caso il pensiero dominante è quello del “tutto o nulla”: ho davanti un pacchetto di patatine e quello che penso è “non inizio, altrimenti non mi fermo più”.

Mangiare in modo non consapevole porta con sé stati emotivi come la depressione, l’ansia o il desiderio incontrollabile per un alimento; ciò accade soprattutto quando costringiamo il nostro corpo ad un regime alimentare restrittivo e proibitivo. Ci vietiamo totalmente un alimento come ad esempio la pasta e i dolci ma facendo così non facciamo altro che aumentare il desiderio verso quel dato alimento.

Inoltre, tornando ad uno degli esempi che facevo all’inizio, spesso si utilizza il cibo come regolazione affettiva per cui in seguito ad un’emozione negativa utilizzo il cibo (abbuffandomi) come consolazione (Baumeister, 1991); o ancora, è possibile pensare che il cibo, un’assunzione smoderata e incontrollata, venga intesa come rinforzo positivo o appunto fuga dalle esperienze negative (Fairburn, 2003).

Accennavo però ad una capacità innata di percepire già dagli odori e sapori di quanto cibo abbiamo bisogno, o almeno così dovrebbe essere; in questo ci viene in aiuto Jan Chozen-Bays (2009), il quale ha individuato 9 tipi di fame:

  1. Fame degli occhi
  2. Fame del naso
  3. Fame delle orecchie
  4. Fame del tatto
  5. Fame della bocca
  6. Fame cellulare
  7. Fame dello stomaco
  8. Fame della mente
  9. Fame del cuore

Mentre nel prossimo articolo, vedremo più nello specifico, cosa significa e cosa si prova a mangiare usando i 5 sensi, grazie anche ad un simpatico esercizio, ora capiremo cosa sono gli ultimi 4 tipi di fame e cosa succede quando non si ascoltano o ne si è completamente assuefatti.

Avendo del tutto, o quasi, perduto la capacità di cogliere i segnali di fame e sazietà, non si è più in grado di ascoltare i segnali che il nostro organismo ci manda; sto parlando dei segnali fisiologici inviatici da stomaco, intestino e fegato (fame cellulare) che, insieme ai segnali inerenti l’esperienza sensoriale, contribuiscono a darci la sezione di essere sazi o al contrario affamati.

Spesso e volentieri invece siamo abituati a dare più ascolto alla fame dello stomaco, il cui unico metro di giudizio è “stomaco vuoto vs stomaco pieno”. È però doveroso sapere, che il nostro stomaco è altamente connesso con le nostre emozioni: pensate a quante volte vi capita di dire “mi si è chiuso lo stomaco dal nervoso” o a quante volte un evento stressante può darci la sensazione di continua fame definendoci “un pozzo senza fondo”.

Dando ascolto alla fame dello stomaco continueremo a mangiare in modo del tutto inconsapevole, andando incontro nella maggior parte dei casi ad un aumento di peso.

Ricordate l’esempio che facevo circa gli alimenti che ci vietiamo? Facciamo insieme questo piccolo esercizio: chiudete gli occhi e ripetete nella vostra mente l’imperativo “non devo pensare alle patatine fritte…non devo pensare alle patatine fritte”!

Cos’è successo nella tua mente? Molto probabilmente questo, o qualcosa di molto simile:

Questo, altro non è che la fame della mente!

Quando ci neghiamo qualcosa la nostra mente è chiamata inconsciamente a tenerlo sotto controllo, diventando così un “sorvegliato esclusivo”; il solo odore ci fa andare fuori di testa e si cerca in tutti i modi di evitarlo per evitare scorpacciate. Quell’alimento diventa così una vera e propria ossessione che a lungo o a breve (in base alla resistenza di ognuno) può portare al fenomeno delle abbuffate.

E la fame del cuore invece? Questo tipo di fame è presente in chi avverte dentro di sé un, apparentemente incolmabile senso di vuoto; questo porta con sé il bisogno di essere amati, accuditi, protetti e molto spesso si tenta di colmare quel vuoto attraverso il cibo. Tentativi che però si rivelano vani, inutili!

Esiste però un modo per imparare a gestire al meglio il proprio rapporto con il cibo e parallelamente con le proprie emozioni. Questo nuovo modo di mangiare ci insegna a non giudicare il nostro cibo, etichettandolo come giusto o sbagliato ma di prestare attenzione ad altri aspetti dell’atto alimentare; ci insegna ad osservare l’emozione con genuina curiosità, accogliendola e “studiandola”, imparando così a gestire il fenomeno delle abbuffate o episodi di alimentazione incontrollata ed inconsapevole.

Questa pratica nasce dall’incontro con la Mindfulness e prende il nome di Mindful Eating.

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Ilaria Giardini
Sono la Dott.ssa Ilaria Giardini, nata a Cattolica e cresciuta a Pesaro; laureata in Psicologia presso l’Università degli studi di Urbino. Sono psicologa, abilitata all’esercizio della professione e iscritta all’Ordine degli Psicologi delle Marche (n° 2675). Durante la specializzazione in Psicologia Clinica mi sono sempre più interessata all’approfondimento della Psicogeriatria, campo in cui lavoro tutt’ora, facendo parte dell’equipe del Centro Diurno Margherita di Fano (specializzato nelle demenze in particolar modo di tipo Alzheimer) e in cui mi sto ulteriormente perfezionando; ho ottenuto da poco la certificazione come Operatore Validation e ho partecipato al Premio Gentlecare Sicurhouse, “Studi sull’applicazione del metodo Gentlecare in ambito geriatrico. L’attualità del modello”, vincendo nel dicembre 2016 il primo premio con un elaborato dal titolo “Giorno dopo giorno dobbiamo vivere; se possibile bene”. Fa da cornice un mio sempre maggiore interesse verso l’area del benessere psicologico, al fine di promuovere e gestire le risorse personali di ogni individuo. Contatti: giardini.ilaria@libero.it

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