“Se la morte fosse un vivere quieto,
un bel lasciarsi andare,
un’acqua purissima e delicata o deliberazione di un ventre,
io mi sarei già uccisa”.

 

Con queste parole esordisce la poetessa Alda Merini nel suo Elogio alla morte, lasciando trapelare quanto difficile, pur nella disperazione, sia mettere fine alla propria vita, alla vita conosciuta, familiare.

Per quali motivi, allora, molte persone scelgono il suicidio, abbandonandosi all’oblio, all’ignoto e affrontando volontariamente il dolore della morte?

La letteratura ci riporta numerose motivazioni al riguardo (Minz, 1968): aggressività verso di sé, tentativo di indurre senso di colpa nei propri cari, desiderio di riparare a colpe che si sente di aver commesso, tentativo di liberarsi da sentimenti ed emozioni incontenibili o inaccettabili, desiderio di ricongiungersi ad una persona amata, bisogno di sfuggire ad un vuoto o ad un dolore profondo.

I dati ci riportano che negli stati depressivi o nelle condizioni psicotiche o bipolari il rischio di commettere suicidio sia maggiore, ma nessuno può considerarsi immune.

Ma se riflettiamo attentamente sulle parole intense della poetessa milanese i dati sembrano accessori superflui rispetto al bisogno di capire quanto l’atto di privare sé stessi della vita risulti naturalmente contrario all’istinto di sopravvivenza connaturato nella specie umana e sia quindi, in ultima analisi, estremamente difficile da comprendere.

“Ma poiché la morte è una muraglia,
dolore, ostinazione violenta, io magicamente resisto”.

Cosi continua Alda Merini ponendoci ancora di più di fronte all’evidenza che il dolore che conduce al suicidio non può che risultare da una tragica alternanza tra lasciarsi andare e resistere.

Risulta quindi assolutamente riduttiva la scarsa profondità e delicatezza con cui i notiziari, i mass media e i giornali enfatizzano notizie relative a temi così delicati.

“Il suicidio di Chester Bennington: depressione, droga e abusi per sei anni”, “Robin Willliams che da tempo soffriva di depressione è stato trovato impiccato con una cintura in casa”, “Kurt Cobain: la polizia di Seattle diffonde sul suo sito foto inedite dell’arma del suicidio”; questo riportano i titoli di famosi giornali letti da tutti i membri della popolazione italiana, riconducendo a motivazioni pratiche e tangibili un dolore inafferrabile, così da smuovere, in chi non è consapevole, domande del tipo “Aveva successo, soldi, famiglia, per quale motivo avrà deciso di farla finita?”

Molti autori hanno indagato sugli effetti della comunicazione di massa di tali notizie con risultati controversi.

Alcuni lavori indicano che il comportamento suicidario aumenti quando una certa notizia viene divulgata e diffusa (Phillips, 1974; 1979; 1980; 1986; Bollen e Phillips, 1981; 1982 Ganzeboom e Haan, 1982), ma le numerose ricerche compiute negli anni non possono confermare certamente una correlazione positiva significativa tra queste due variabili. Durkehim sosteneva infatti che i cosiddetti “suicidi imitatori” non costituivano una percentuale tale da poter parlare di influenza sulla popolazione generale.

Ma ciò che, al di là dei dati statistici, mi piacerebbe sottolineare, riguarda il difetto di comunicazione su un tema che invece dovrebbe riguardarci tutti: la sofferenza umana che talvolta, in casi estremi, conduce alla fine della vita.

Nel suo saggio “Caducità”, Freud affermava che il lutto, il dolore, si riducono spontaneamente lasciando allora che la nostra libido (forza vitale) possa rivolgersi a qualcosa di diverso.

Cosa accade allora a chi non riesce a compiere questo passaggio? Semplicistico risulta quindi affermare con un breve titolo che è stata colpa di qualche evento traumatico, o di un abuso, di cui quasi nessuno conosce gli effetti.

Tutto questo non aiuta la cultura della comprensione, della vicinanza, dell’accettazione, ma contribuisce ad alimentare il senso di vuoto delle famiglie coinvolte e lo sbigottimento di coloro che ascoltano.

Il Centro risorse per la prevenzione dei suicidi (Suicide Prevention Resource Centre-2011) e la Fondazione Americana per la prevenzione dei suicidi (American Foundation for Suicide Prevention) suggeriscono alcune linee guida per trattare il tema del suicidio ai ragazzi che risultano utili nella riflessione che riguarda la delicatezza e profondità dell’affrontare questo argomento.

Fondamentale, secondo queste linee-guida, sarebbe sottolineare, innanzitutto, la complessità dell’atto del togliersi la vita, aiutando a comprendere come spesso sia causato da una molteplicità di fattori.

Rimarcare, inoltre, che spesso coloro che si tolgono la vita sono affetti da malattia mentale al momento della morte potrebbe fornire la spinta verso una eventuale richiesta di aiuto di coloro che soffrono.

In relazione a questo aspetto, risulta inoltre di fondamentale importanza evitare di attribuire colpe, ricercando un capro espiatorio in qualcuno o in un singolo evento.

Come abbiamo visto dai titoli sopra riportati inoltre spesso si tende a citare nella notizia almeno un accenno al metodo del suicidio mentre questo, secondo gli studi, potrebbe risultare estremamente pericoloso per eventuali emulazioni in soggetti a rischio.

Il fatto che notiziari, giornali e mass media riportino queste notizie in un certo modo, così lontano da quello potenzialmente meno rischioso e più utile, ci spinge verso ulteriori domande.

Perché le notizie relative ai suicidi sono sempre in prima pagina? Perché sottolineare il metodo e l’arma utilizzata non solo nel titolo ma anche nel corpo dell’articolo? Perché trattare brevemente le cause, accennando a infanzie travagliate o abuso di sostanze senza spiegazioni più articolate ed esaustive lasciando il lettore allibito?

Uno studio canadese di Marc Trussler e Stuart Soroka ha dimostrato come, in effetti, le persone siano attratte dalle notizie truci che susciterebbero una maggiore curiosità rispetto ad altre neutre o anche positive.

Dunque questo modo, che potremmo definire macabro e sensazionalistico, più che delicato e accorto, di descrivere gli scenari di suicidio risponderebbe ad un gusto o, come direbbe Punter (1997) al bisogno dell’essere umano di aggressività, violenza, di qualcosa che gli mostri e gli renda forse più accettabili le sue parti più oscure, capacità che lo scrittore attribuisce anche a tutto il genere Gotico e poi giallo, thriller e via dicendo.

La ricerca sopra citata inoltre lascia spazio ad un ulteriore aspetto, dimostrando come la preferenza per titoli funebri sia dovuta anche ad una curiosità che nasce dalla convinzione delle persone di vivere in un mondo migliore rispetto a quello reale.

Questo potrebbe connettersi con la necessità da parte degli scrittori di non addentrarsi in spiegazioni complesse relative alle cause e all’andamento degli eventi che portano ad una morte per suicidio nel tentativo di proteggere, in qualche modo, il bisogno di razionalizzare e proteggere un senso di illusione di onnipotenza collettiva.

La morte è la curva della strada,
morire è solo non essere visto”.

Queste le parole del poeta Ferdinando Pessoa che ci illumina lasciandoci riflettere su quanto ognuno di noi cammini accanto alla morte, che costituisce l’ombra della vita stessa, quell’ombra che cerchiamo di non vedere, di non considerare.

Questo forse spinge i giornali a liquidare con brevi spiegazioni episodi tragici di morti premature, che ci spingerebbero a confrontarci con paure recondite e nascoste ma, forse, anche ad una maggiore vicinanza verso il dolore e la sofferenza di chi si abbandona a questi gesti.

Possiamo concludere con una semplice riflessione: privilegiando i bisogni di razionalizzazione e di onnipotenza, i mass media non propongono un approccio più profondo di comprensione al suicidio, comprensione che potrebbe guidarci verso una maggiore consapevolezza del sentire umano.

 

BIBLIOGRAFIA

Freud, S. (1915). Saggi sull’arte, la letteratura, il linguaggio. Torino: Bollati Boringhieri 1990.

Punter, D. (1997). Storia della letteratura del terrore. Il “gotico” dal Settecento ad oggi. Roma: Editori Riuniti 2006.

Soroka S. & Trussler M. (2014) Consumer Demand for Cynical and Negative News Frames. International Journal of Press/Politics 19(3), 360-379.

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Silvia Cipolli
Dott.ssa in Psicologia con la votazione di 110 e Lode/ 110 presso l'Università degli Studi di Firenze, ho iniziato, con la stesura della tesi, uno studio relativo agli effetti della cultura Gotica e del terrore nel mondo infantile. Parallelamente mi sono occupata, nel ruolo di educatrice, di ragazzi con varie forme di disturbi e disabilità. Nel 2016 ho frequentato un tirocinio presso l'Università di Firenze che porterà a breve alla pubblicazione di un articolo su una importante rivista. Nel 2017 ho frequentato un tirocinio presso la ASL Toscana-Centro approfondendo le mie conoscenze soprattutto nel campo del trattamento dei disturbi depressivi e dell'abuso sessuale infantile. La scrittura è una parte importante della mia vita e per passione frequento dal 2015 corsi di scrittura creativa che hanno portato alla pubblicazione di alcuni racconti. Contatti: silvia,cipolli@gmail.com

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