Si chiama Ismael Bartleboom, professor Ismael Bartleboom, è uno dei personaggi protagonisti del libro “Oceano Mare” di Baricco (1993). Probabilmente non ha mai avuto una cattedra universitaria, né si è mai avvicinato al mondo accademico, ma poco importa: lui dice di essere un professore e tanto basta perché tutti gli altri lo ritengano tale. Bartleboom nella vita fa il ricercatore: gira per il mondo, studiando ed indagando con scrupolosa diligenza la perfezione della natura, ed, in particolare, i limiti che la compongono. Sì, perché a guardarla bene la natura non è niente altro che una somma di tanti limiti. E allora per capirla, per coglierne veramente il senso, la cosa indispensabile è individuare ciò che la delimita.

Se uno capisce i limiti, capisce come funziona il meccanismo. Tutto sta nel capire i limiti. Prendete i fiumi, per esempio. Un fiume può essere lungo, lunghissimo, ma non può essere infinito. Perché il sistema funzioni, deve finire. E io studio quanto può essere lungo prima di finire. 864 chilometri. È una delle voci che ho già scritto: Fiumi. Mi ha preso un bel po’ di tempo, lo potete ben capire”.                                                                                         (“Oceano mare”, Baricco, 1993)

Sono studi faticosi, e anche difficili, non si può negare, ma per Bartleboom è importante capire. Descrivere l’essenza ultima delle cose: il loro limite. Ogni cosa, in fondo deve potere essere riassunta in una breve ed esaustiva spiegazione che non lasci spazio ad ulteriori domande, che raccolga tutto. Ogni cosa. Non solo la lunghezza estrema dei fiumi, il diametro massimo di una ciliegia, la profondità più profonda di un suono; ma anche cose come un tramonto o, perché no, il mare. Anche loro devono poter essere definiti. Anche loro devono avere un’essenza individuabile, isolabile e descrivibile.

Così adesso sono arrivato al mare. Il mare. Finisce, anche lui, come tutto il resto, ma vedete, anche qui è un po’ come per i tramonti, il difficile è isolare l’idea, voglio dire, riassumere chilometri e chilometri di scogliere, rive, spiagge, in un’unica immagine, in un concetto che sia la fine del mare, qualcosa che si possa scrivere in poche righe, che possa stare in un’enciclopedia, perché poi la gente, leggendola, possa capire che il mare finisce”(“Oceano mare”, Baricco, 1993)

I ricercatori in psicologia non sono altro che tanti piccoli (o grandi) professori Bartlebloom. Cercano di capire il fine ultimo dell’uomo, il limite che ne determina l’essenza. Cercano, in altri termini, di trovare delle definizioni. In fondo la parola “definizione” (derivata dal latino “finis”, cioè limite) significa proprio questo: rendere espliciti i limiti o confini che circoscrivono un concetto. La ricetta che viene usata è abbastanza semplice: si prende l’uomo, lo si scompone in tante piccole parti, che vengono a loro volta divise in ulteriori, ancora più piccoli, tasselli.

Poi si prendono i ricercatori e si applica la stessa procedura fino ad avere un certo numero di squadre composte da un adeguato numero di piccoli (o grandi) Bartlebloom. Ogni squadra si fa carico di uno di questi tasselli e lo osserva scrupolosamente fino a conoscerne ogni più piccolo dettaglio. Alcune squadre prendono con sé più di un tassello e cominciano a giocare con dello spago per trovare un modo di legarli insieme. Ogni tanto, le varie squadre si riuniscono e cercano di rimettere insieme tutti i tasselli e i pezzi di spago esaminati, carichi ora di un nuovo significato. La cognizione ne racconta un pezzo, l’attivazione delle aree cerebrali un altro. Poi si aggiungono le relazioni umane, il pensiero, la comunicazione, le rappresentazioni mentali, i processi dinamici, la biologia, la vulnerabilità genetica, i fattori sociali, contestuali, familiari. E poi ancora le emozioni, le risposte fisiologiche, quelle comportamenti, i neurotrasmettitori, le modificazioni strutturali e funzionali dell’attività cerebrale.

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Sofia Sacchetti
Sono laureata in Psicologia Clinica presso l’Università di Pavia e laureata in Research applied to Psychopathology presso l’Università di Maastricht. Ho unito nella mia formazione l’amore per la pratica clinica e la spinta verso l’investigazione sistematica della ricerca, frequentando contemporaneamente due percorsi magistrali in questi ambiti. La mia principale area di studio sono i disordini alimentari, tematica che ho avuto modo di approfondire in sede di tesi, collaborando con il professor Massimo Recalcati, e durante diversi tirocini di ricerca: in Olanda, in collaborazione con il team di Anita Jansen, e a Londra presso l’unità psicoanalitica di UCL e sotto supervisione di Peter Fonagy. Attualmente sto portando avanti un dottorato di ricerca all’Università di Liverpool approfondendo il tema della percezione del corpo nei disordini alimentari. Nel frattempo, ho iniziato una scuola di specializzazione per diventare psicoterapeuta.

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