29 luglio

Era il 27 luglio 1980 quando, immerso tra i tormenti di uno dei suoi campi di grano ad Auvers-sur-Oise, Vincent van Gogh decise di premere il grilletto di una rivoltella premuta contro il suo petto. Più tardi tornò al caffè-locanda Ravoux, dove alloggiava, e, a sguardo basso e petto coperto, si rifugiò in camera sua. Durante il pranzo, però, la sua assenza non riuscì a passare inosservata, e fu così che i coniugi Ravoux, proprietari della locanda, lo ritrovarono disteso a letto sanguinante.

Venne chiamato d’urgenza il dottor Gachet -omeopata, medico, socialista, libero pensatore, appassionato di psichiatria e artista lui stesso amatoriale-, il quale, non potendo estrarre il proiettile, si limitò ad applicargli una fasciatura. Vincent morì due giorni più tardi, il 29 luglio 1980, dopo aver trascorso la giornata precedente, fumando la pipa e chiacchierando seduto sul letto con il fratello Théo.

Nelle ultime ore di vita, Vincent si rifiutò di dare spiegazioni del suo gesto ai gendarmi, ma al fratello Théo avrebbe confidato che la sua tristezza non avrebbe mai avuto fine e che quindi il suo unico desiderio era quello “di ritornare”. Dove non lo specificò, ma tanto bastò per farlo seppellire da suicida.

Secondo una lettura più recente, e forse più arabescata, della vicenda, l’artista sarebbe stato ferito in realtà da un colpo partito accidentalmente dalla pistola di un ragazzino. Ma, non troppo lontano dalla prima versione, durante le ore di agonia, avrebbe deciso di non denunciare il giovane, accogliendo la morte come una liberazione dalla sua depressione. Un suicidio per inerzia (Cescon, 2013).

Uccidersi o lasciarsi morire. La linea di confine è sottile e tutto sommato poco rilevante. Ciò che importa è che l’autore aveva preferito la morte alla vita, o, forse meglio, la morte al dolore.

Sono passati ormai 127 anni dalla notte in cui Vincent van Gogh esaudì il suo desiderio “di ritornare”, eppure il suo nome -van Gogh- continua a rimbombare nelle nostre orecchie. Non solo come icona artistica, ma anche come esempio di malattia mentale: di come espressione e follia, creazione e tormento, possano legarsi diventando vita.

“Senza paura e malattia la mia vita sarebbe una barca senza remi” affermava Munch (Cricco & Di Teodoro, 2007). E infatti il gesto creativo diventa, per molti artisti, ciò che permette di saturare la mancanza di senso della vita -il non-senso-, di sopravvivere mantenendo il dolore come compagno di viaggio. A volte toccando punte di felicità, a volte perdendosi in esso. “Vorrei scriverti molte cose ma ne sento l’inutilità […] per il mio lavoro io rischio la vita e ho compromesso a metà la mia ragione” aveva scritto van Gogh nell’ultima lettera mai spedita al fratello Théo (Cescon, 2013).

Dopo la morte, la figura di van Gogh è stata dissezione da tutte le parti nel tentativo di fare un’accurata autopsia della sua mente. Oltre centocinquanta psichiatri hanno tentato di classificare i suoi disturbi, con il risultato di circa trenta diagnosi diverse. Esse includono la schizofrenia, il disturbo bipolare, la sifilide, l’avvelenamento da ingestione di vernici, l’epilessia del lobo temporale e la porfiria acuta intermittente, con l’aggravante della malnutrizione, del lavoro eccessivo, dell’insonnia e del consumo di alcool, in particolare di assenzio (Blumer, 2002).

Un vivace dibattito diagnostico, nel tentativo di trovare la parola più giusta per descrivere il dolore dell’artista. Ma, come spesso accade, per raccogliere il senso di una vita o di un dolore, una parola sola non basta.

Mi piacerebbe allora fermarmi su un suo dipinto, non uno dei più famosi, ma uno dei più analizzati. Mi riferisco all’opera “Un paio di scarpe” (Van Gogh Museum, Amsterdam, 1886). Due scarponcini neri su sfondo scuro, consumati, vissuti, incrostati. Il primo a soffermarsi su quest’opera fu il filosofo Heidegger (1950) che, nel tentativo di definire l’essenza dell’arte, aveva identificato queste scarpe come quelle di una contadina usate per lavorare nei campi.

Seguirono però non poche critiche alla sua interpretazione. Schapiro, in particolare, osservò come quelle scarpe non sembrassero un capo femminile bensì era più probabilmente pensare appartenessero all’autore stesso. Eccole sulla tela, le scarpe di van Gogh, le stesse con cui si arrampicava fra i tormenti dei suoi campi di grano. Tormentate anche loro e coperte di fango. Ma perché van Gogh ci mostra le sue scarpe? Cosa vuole dirci tramite esse? Cosa sta oltre all’evidenza della tela?

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Sofia Sacchetti
Sono laureata in Psicologia Clinica presso l’Università di Pavia e laureanda del Research Master in Psychopathology presso l’Università di Maastricht. Ho unito nella mia formazione l’amore per la pratica clinica e la spinta verso l’investigazione sistematica della ricerca, frequentando contemporaneamente due percorsi magistrali nei suddetti settori. La mia principale area di studio sono i disordini alimentari, tematica che ho avuto modo di approfondire in sede di tesi collaborando con il professor Massimo Recalcati. Nel 2015, ho conseguito un tirocinio di ricerca presso il dipartimento di disordini alimentari della Maastricht University sotto la supervisione di Anne Roefs and Anita Jansen. Attualmente, sto portando avanti questa area di investigazione presso l’Unità Psicoanalitica della University College of London, dove insieme a Peter Fonagy, sto analizzando la relazione fra bulimia, comportamento borderline e livello di capacità di mentalizzazione. Contatti: s.sacchetti@student.maastrichtuniversity.nl

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