Il disturbo da deficit di attenzione/iperattività (ADHD) è un disturbo da comportamento dirompente che comprende sintomi di disattenzione, iperattività e impulsività.

È un disturbo evolutivo dell’autocontrollo ed è un problema, per l’individuo stesso, per la famiglia e per la scuola, e spesso rappresenta un ostacolo nel conseguimento degli obiettivi personali.

Infatti, tale situazione determina spesso importanti difficoltà nei processi di apprendimento e socializzazione del bambino, favorendo l’istaurarsi di condizioni problematiche di disagio.

Il disturbo da deficit di attenzione/iperattività è oggi il disturbo neuro-comportamentale più diffuso tra i bambini di tutto il mondo. Ora tutti gli scienziati sono concordi nel considerarlo lifelong, ovvero un disturbo che può durare per tutto il ciclo di vita: quindi un problema importante anche per molti adulti.

La sindrome nei maschi ha una prevalenza significativamente più alta che nelle femmine.

Per la diagnosi, innanzitutto deve essere presente un pattern persistente di disattenzione e/o iperattività-impulsività che interferisce con il funzionamento o lo sviluppo, e che provoca un impatto negativo diretto sulle attività sociali e scolastiche (o lavorative)

I sintomi riscontrati più frequentemente comportano le seguenti difficoltà: non riesce a prestare attenzione ai particolari o commette errori di distrazione nei compiti scolastici, sul lavoro o in altre attività, non sembra ascoltare quando gli si parla direttamente, spesso è facilmente distratto da stimoli esterni, si agita o batte mani e piedi o si dimena sulla sedia, spesso scorrazza e salta in situazioni in cui farlo risulta inappropriato, è incapace di giocare o svolgere attività ricreative tranquillamente, parla troppo, ha spesso difficoltà nell’aspettare il proprio turno, etc.

I sintomi di disattenzione o iperattività-impulsività devono comunque essere stati presenti prima dei 12 anni di età e diversi sintomi di disattenzione o iperattività si devono presentare in almeno due contesti come a casa, scuola o lavoro, con amici o parenti o in altre attività.

Relativamente all’eziologia, l’ipotesi attualmente più accreditata suggerisce che l’ADHD non abbia un’unica causa, ma sia invece il risultato di una qualche predisposizione genetica e uno o più fattori ambientali (approccio multicausale).

Importanti fattori di rischio per questo disturbo sembrano essere: la famigliarità (circa il 75% dei casi), l’abuso di fumo, droghe e alcol durante la gravidanza, l’esposizione a tossine ambientali in età prescolare (per esempio al piombo), l’assunzione di Additivi alimentari, il parto prematuro (prima della trentasettesima gravidanza), danni cerebrali nel grembo materno o nei primi anni di vita, e il basso peso alla nascita.

Altro ruolo importante è quello rivestito dalle interazioni conflittuali che si instaurano tra genitori e bambino, che influirebbero aumentando notevolmente la probabilità che il disturbo si manifesti a pieno, in tutta la sua gravità.

Nel periodo scolare poi, è frequente l’isolamento da parte dei coetanei che rafforza una visione negativa di sé, che mantiene e rinforza le condotte sintomatiche.

Fino a non molti anni fa si riteneva che il deficit attentivo e l’iperattività si risolvessero con l’età. In realtà, per molti bambini l’ADHD costituisce una sorta di “ritardo semplice” nello sviluppo delle funzioni esecutive: all’inizio della vita adulta essi non manifestano più sintomi di inattenzione o di iperattività, indicando che il disturbo era da correlarsi ad un ritardo di sviluppo delle funzioni attentive.

Circa la metà dei bambini con ADHD, però, continuano a mostrare anche da adolescenti, e spesso anche da adulti, i sintomi d’inattenzione ed iperattività, accompagnati talvolta da difficoltà sociali ed emozionali.

Altri soggetti (15-20 %) possono mostrare invece delle “cicatrici” causate dal disturbo: divenuti adolescenti e poi adulti, mostrano oltre che sintomi di inattenzione, impulsività ed iperattività, anche altri disturbi psicopatologici quali alcolismo, tossicodipendenza, disturbo di personalità antisociale.

In particolare, sembra che in chi soffre di ADHD sia aumentato in particolare il rischio di utilizzo di droghe.

Esistono numerose prove cliniche e neurobiologiche a sostegno del fatto che:

• L’ADHD è caratterizzato da un’alterazione strutturale e funzionale dei network neurali deputati al controllo degli impulsi ed alla regolazione dei meccanismi di gratificazione

• Tale alterazione può portare allo sviluppo di tratti personologici patologici e comorbidità psichiatriche in genere

• La “vulnerabilità” della dimensione “regolazione dei processi gratificanti” è un punto di contatto tra ADHD e disturbi da sostanze e rende queste due condizioni morbose profondamente interconnesse.

Il più importante indice predittivo di tale evoluzione è la presenza, già nell’infanzia, di un disturbo della condotta associato all’ADHD: tale associazione presenta una prognosi significativamente peggiore di quella del disturbo di condotta isolato.

Studi più recenti riportano che frequentemente i soggetti che soffrono di ADHD non completano l’obbligo scolastico (32-40%), raramente arrivano all’università (5-10%), hanno pochi amici, sono frequentemente coinvolti in attività antisociali, mostrano maggiore frequenza di gravidanze prima dei 20 anni, di malattie sessualmente trasmesse (16%), di incidenti stradali dovuti a velocità eccessiva e, da adulti, soffrono di depressione (20-30%) e di disturbi di personalità (18-25%).

Sebbene occorra considerare che tali dati fanno riferimento prevalentemente a casistiche nord-americane, per cui dovrebbero essere valutati con cautela, specie riguardo alla evoluzione antisociale, maggiormente influenzata da fattori sociali e culturali, il significativo impatto personale, familiare e sociale del disturbo deve sempre essere considerato.

 

BIBLIOGRAFIA

– Zanobini, M., Usai, M., Psicologia della disabilità e dei disturbi dello sviluppo. Elementi di riabilitazione e d’intervento, Franco Angeli Editore, Milano, 7° ed. 2011

– Hansell, J., Damour, L., Psicologia Clinica, Zanichelli, Bologna, 2007

– Baranello, M., Disturbo da deficit di attenzione e iperattività. Diagnosi con il DSM-5, comprensione e trattamentoSRM Psicologia, Progetto PRS, 2016)

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Alessia Sebastianelli
Sono laureanda in Psicologia Clinica presso l’Università di Roma “La Sapienza”. Nel 2015 ho svolto un tirocinio, e successivamente una collaborazione, presso una Struttura Residenziale Terapeutico-Riabilitativa, entrando per la priva volta in contatto con pazienti affetti da patologie psichiatriche. Nel 2017 ho intrapreso un’esperienza di formazione presso il “Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura” (SPDC) dell’“Azienda Ospedaliera Sant'Andrea” di Roma. Attualmente svolgo il lavoro di AEC (Assistenza Educativa Culturale) nelle scuole. Grazie a questo lavoro, sta crescendo il mio interesse nei confronti delle terapie per bambini con disturbi dello spettro autistico. In questo periodo sto ultimando la mia tesi di laurea magistrale, presso una “Residenza per l'esecuzione delle misure di sicurezza” (R.E.M.S.). Nutro da sempre anche un vivo interesse nei confronti della criminologia. Contatti: alessia1292@gmail.com

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