Un tempo si credeva che il bambino alla nascita fosse una tabula rasa, senza coscienza, né conoscenza e che le basilari capacità cognitive venissero gradualmente a costituirsi nel corso dello sviluppo. Beata ingenuità!

Le ricerche condotte a partire dagli anni ’60 del ‘900 iniziarono a delineare un ritratto diverso del neonato, ossia quello di un bambino che possiede già delle competenze, delle preferenze e delle conoscenze acquisite mentre era ancora un feto.

Nell’utero materno, infatti, l’embrione prima e il feto poi inizia a sviluppare gli organi di senso, attraverso cui può apprendere le informazioni che gli arrivano: sapori, rumori, la voce materna e così via. Preferenze innate, inoltre, lo guidano verso certi tipi di stimoli, in particolare provenienti da altri esseri umani, predisponendolo ad interagirvi (Berti & Bombi, 2005).

Quello con la madre diventa quindi il primo legame sociale che il feto sviluppi e l’utero materno il primo ambiente di cui abbia esperienza. L’utero costituisce un ambiente particolare, che lo mette a riparo e in contatto con gli stimoli esterni, ne media l’effetto e li carica di senso.

Un esempio di ciò è costituito dal cibo. Già intorno alla 14esima settimana di gravidanza il feto sviluppa il senso del gusto. I sapori dei cibi che la madre ingerisce impregnano il liquido amniotico, che il feto beve in continuazione.

Quando il bambino nasce mostra una preferenza per i cibi consumati dalla madre durante la gravidanza e ciò ha un’importante funzione adattiva: nutrendosi la madre gli sta fornendo informazioni su quali cibi sono sicuri da mangiare, perché non lo avveleneranno, sta quindi dando un significato alla sua esperienza sensoriale.

In questo modo il piccolo sta anche venendo in contatto con elementi della propria cultura perché il cibo è di solito uno degli elementi più rappresentativi della stessa. Un altro importante elemento culturale con cui questi viene in contatto nel periodo prenatale è il linguaggio, la voce della madre infatti riverbera attraverso il suo stesso corpo e gli giunge con minore difficoltà rispetto alle altre, quindi il piccolo inizia a conoscere la lingua materna e degli interessanti esperimenti hanno messo in luce che alla nascita questi tenda a piangere con l’inflessione tipica della lingua parlata dalla madre.

Ciò riveste palesemente un’importanza fondamentale nell’inserimento del piccolo all’interno dell’ambiente con cui verrà in contatto dopo la nascita, ma ha un’importanza ancora più grande nell’instaurazione del rapporto madre/figlio.

Sentir piangere il figlio con un’inflessione simile a quella della propria lingua renderà la madre più sensibile e recettiva rispetto ai bisogni dello stesso. In sostanza quindi i neonati hanno una competenza fondamentale: sanno come farsi amare e come comunicare.

Il legame che si crea, comunque, non è unidirezionale, questi meccanismi non consentono solo alla madre di sintonizzarsi con il figlio, ma anche al figlio di sintonizzarsi con la madre. Siccome la sua voce gli giungerà più chiara di tutte le altre, il piccolo mostrerà una preferenza per la stessa rispetto a quella di chiunque altro e lo stesso vale per il battito del suo cuore a cui nel periodo prenatale era costantemente esposto.

Anche i rudimenti della personalità del neonato iniziano a formarsi prima della sua nascita attraverso una complessa interazione tra genetica e ambiente. Le disposizioni comportamentali presenti sin dalla nascita prendono il nome di temperamento (Lingiardi, 1996) e costituiscono la base per la formazione della personalità. Sebbene il termine sia utilizzato per indicare la variabilità biologica della stessa, esso non è completamente frutto della spinta genetica proprio per il fatto che l’utero stesso costituisce un ambiente.

Nell’ambiente intra-uterino lo stesso DNA subisce delle modificazioni che prendono il nome di modificazioni epigenetiche. Con modificazione epigenetica si intende una modificazione chimica a carico del DNA che influenza l’espressione genetica senza alterare la sequenza nucleotidica e che può essere ereditata dalle cellule figlie quando una cellula si divide (Plomin et al, 2014).

Papale papale (chiedo umilmente scusa ai genetisti per quello che sto per fare), il DNA con cui nasciamo ce lo teniamo, la sequenza di basi che lo compone rimane sempre quella, però può cambiare la sua espressione.

Ci sono, per esempio, geni il cui funzionamento può essere silenziato o attivato e di solito questi cambiamenti avvengono per mezzo dell’interazione con l’ambiente, in questo caso con quello intra-uterino. Ciò comporta un cambiamento stabile nella sintesi delle proteine, che sono responsabili della struttura e del funzionamento dell’intero organismo.

Tali modificazioni avvengono in base alle informazioni ricevute tramite il corpo materno e possono avere anch’esse una funzione adattiva rispetto all’ambiente in cui il bambino si verrà a trovare una volta fuori dal corpo della madre.

Tramite lei, infatti, il bambino è in contatto con l’ambiente più prossimale: costituito dalle sue esperienze quotidiane con le persone che frequenta, ma anche con quello più distale come potrebbero essere addirittura i fattori socio-economici in cui la donna è immersa, nella peggiore delle ipotesi guerre o carestie, che possono essere fattori di rischio, per esempio, per una propensione a sviluppare un disturbo da stress post traumatico. Tale disturbo è caratterizzato tra le varie cose da un eccessivo stato di allerta che, sebbene in condizioni normali sia disadattivo, in situazioni di questo tipo potrebbe essere estremamente utile alla sopravvivenza.

Siamo da sempre animali sociali, da ancora prima della nostra nascita. Iniziamo ad esistere in una relazione e siamo da sempre in contatto con un ambiente che inizialmente viene elaborato e digerito per noi, e da sempre sappiamo fare uso di queste informazioni per poter sopravvivere.

Nessun bambino è una tabula rasa e nessun bambino nasce in un vuoto relazionale o culturale. E forse la nostra forza è tutta qui, nel fatto che iniziamo ad imparare, interagire, amare e a diventare noi stessi ancora prima di nascere.

Da un punto di vista clinico ciò può voler dire che quando viene fatta un’anamnesi della storia personale del paziente può essere importante considerare anche ciò che è avvenuto prima della sua nascita: se ci sono state minacce di aborto, che cosa sia accaduto da un punto di vista storico mentre il paziente era un feto, se la madre fosse sottoposta a qualche tipo di stress o fosse invece serena, se durante la gravidanza si trovasse in un certo tipo di ambiente e sia poi emigrata altrove o le condizioni siano cambiate.

Tutti questi elementi, infatti, potrebbero aiutarci ad elaborare un’ipotesi diagnostica e a trovare il modo migliore di aiutare una persona che abbia avanzato una richiesta di aiuto.

L’appunto riguardante le migrazioni può avere un’importante rilevanza dal punto di vista dell’attualità, anche in virtù delle condizioni in cui il fenomeno avviene, ma non solo: trovarsi in un posto nuovo, di cui magari non si conosce bene la lingua e dover ricominciare da capo può essere un importante fattore di stress materno, quindi in un’ottica preventiva, in un mondo ideale, potrebbe essere un bene prevedere delle agevolazioni per le donne incinte e mettere a disposizione dei servizi che aiutino i bambini nati dopo aver vissuto un evento del genere.

Sebbene ciò possa comportare dei costi a livello economico credo sia un bene considerare che qualora questo tipo di servizi fossero del tutto assenti tali costi sarebbero da pagarsi successivamente, poiché qualora venissero sviluppati dei disturbi psichici conclamati i costi sanitari potrebbero essere più elevati rispetto a quelli di una prevenzione.

Ciò non riguarda soltanto il fenomeno di migrazione e immigrazione, ma anche le altre situazioni a rischio a cui può essere esposta una donna in stato di gravidanza, in questo modo verrebbe favorito il benessere di due persone allo stesso tempo.

Un altro elemento di attualità sul quale potremmo riflettere avendo alla mano queste informazioni riguarda l’utero in affitto, o gestazione per altri (gpa). Con la gpa una donna fertile porta avanti una gravidanza per una coppia infertile, che può essere sia etero che omosessuale.

Tale pratica, ancora oggi oggetto di dibattito politico e non solo, è stata definita dal Parlamento europeo come una violazione dei diritti umani perché “prevede lo sfruttamento riproduttivo e l’uso del corpo umano per un ritorno economico o di altro genere, in particolare nel caso delle donne vulnerabili nei paesi in via di sviluppo”.

Quello che sappiamo sullo sviluppo prenatale complica ulteriormente il quadro, anche per quanto riguarda il bambino, giacché la finestra temporale che va dal concepimento alla gestazione viene riconosciuta come un periodo fortemente costruttivo dal punto di vista biologico, ma anche affettivo e relazionale.

Ciò non vuol dire in senso assoluto che ogni bambino nato in questo modo svilupperà qualche tipo di patologia, ma che questo potrebbe essere un fattore di rischio da tenere in considerazione quando si decide se appoggiare o meno tale pratica.

Oltre a questi casi “limite”, per gli stessi motivi, sarebbe bene incentivare i programmi di monitoraggio e sostegno anche di quei bambini che per le più svariate ragioni alla nascita vengano separati dalla madre, come può essere il caso di un bambino adottabile o di uno che abbia perso la madre durante il travaglio, o ancora di un bambino nato prematuro che debba passare del tempo nell’incubatrice anziché nell’utero materno.

Un’incubatrice, infatti, per quanto necessaria alla sopravvivenza, non è la stessa cosa di un utero da nessun punto di vista, a partire da quello sensoriale fino ad arrivare a quello affettivo e ciò può comportare nel piccolo delle “ferite” che hanno bisogno di essere rimarginate. Oltre che essere una cosa, a mio avviso, necessaria da un punto di vista umano, come abbiamo già detto, sarebbe utile in un’ottica preventiva.

Lo sviluppo prenatale ci dice tanto di noi come specie e può essere un terreno fertile nel quale inquadrare programmi di prevenzione, sostegno e comprensione di fenomeni di attualità.

 

Riferimenti:

Berti, A.E. & Bombi, A.S. (2008). Corso di Psicologia dello Sviluppo. Il Mulino

Lingiardi (1996) I disturbi della personalità, Il Saggiatore

Plomin R, DeFries J.C, Knopik V.S, Neiderhiser j.M (2014). Genetica del comportamento. Cortina

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Federica Molteni
Piacere, Federica! Mi sono laureata in psicologia clinica presso l’Università di Milano Bicocca con una tesi riguardante la relazione tra varie forme di cyberbullismo sessuale, come lo slut shaming, e la cultura dello stupro sui social network. Nel 2016 ho trascorso sei mesi presso l’ISPA di Lisbona, periodo nel quale ho appreso la metodologia di stesura di un progetto di ricerca in ambito psicologico, scoprendo che la cosa mi interessa e mi motiva. Nel corso dell’ultimo anno, nel tempo libero, ho seguito un corso di improvvisazione teatrale ed ho scoperto che anche questa cosa mi piace e mi diverte. La quasi totalità delle esperienze di stage/volontariato ecc. che ho svolto sono state con i bambini. Lavorare con i bambini è sempre un piacere, ma in futuro vorrei operare (anche) con gli adulti. Ad oggi, mi piacerebbe poter mettere in piedi/partecipare a dei progetti che mirino ad ottenere un cambiamento sociale e migliorare le condizioni di vita dei partecipanti; in un futuro più lontano, invece, mi piacerebbe diventare una psicoterapeuta cognitivo comportamentale ed essere abilitata alla schema therapy. Contatti: f.molteni13@gmail.com

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