Giudicato troppo intellettuale per la grande distribuzione, Annientamento di Alex Garland è stato diffuso, con una grande campagna promozionale, su Netflix, riscuotendo fin da subito un notevole successo di critica.

Se è vero che non siamo di fronte al solito fantascientifico di azione, è anche vero che non siamo proprio di fronte ad un film astruso e intellettuale, motivo per cui alcuni critici hanno avanzato un paragone con la speculazione esistenziale sulla natura umana portata avanti da Kubrick con la sua Odissea nello Spazio.

Nient’affatto.

Siamo di fronte ad un film carico di richiami simbolici, questo è vero, ma al contempo dalla enorme carica emotiva, in grado di mettere in scena, con il pretesto della fantascienza, il doloroso dramma del dolore umano e del cambiamento.

Lena (Natalie Portman) è una biologa. Suo marito Kane (Oscar Isaacs), militare dell’esercito americano, ritorna dalla sua ultima missione, ma ritorna completamente cambiato. Kane è stato per un anno in Florida presso l’Area X, una zona presso cui, a partire dall’impatto di un misterioso meteorite, aleggia una nube iridescente chiamata il Bagliore.

Sembra che le persone che entrano nel Bagliore, in breve tempo, finiscano per impazzire, tanto che non sono chiare al Governo americano le origini di questo bizzarro fenomeno. Un fenomeno che sta radicalmente cambiando l’intero ecosistema, producendo delle alterazioni genetiche sulla flora e sulla fauna del luogo.

Si producono nuove specie, gli animali si trasformano, tutto sembra andare in contro ad una magnificazione che assume le caratteristiche di una metastasi. Questo perché la strana iridescenza sembra riuscire in qualche modo a rifrangere anche il codice genetico delle forme di vita, alterandole e frattalizzandole.

Ciò capita anche agli esseri umani e alla loro mente. Scoprire come questo sia possibile sarà oggetto della spedizione che prenderà piede di lì a poco, guidata dalla dottoressa Ventress (Jennifer Jason Leigh), psicologa affetta da un cancro in stato avanzato, e che vede la partecipazione, oltre a Lena, di altre tre donne. Tutte accomunate dal tema della perdita o della morte.

Già dai presupposti è facile comprendere come il viaggio che il gruppo intraprenderà nulla avrà a che vedere con l’avventura, ma si tratterà di un viaggio interiore. Un viaggio che esplora una serie di temi esistenziali a partire da una specularità di fondo: quella fra biologia e psicologia, fra il corpo e la nostra mente.

Le rapide trasformazioni biologiche cui gli esseri viventi vanno in contro all’interno del Bagliore procedono sempre di pari passo con alterazioni di natura comportamentale e mentale, che muovono tutte verso il tema dell’autodistruzione.

La forza che innesca l’intero fenomeno sembra essere mossa da questo motivo, che dà il nome all’opera e che, di fatto, porterà l’intera comitiva a scompaginarsi. Solo Lena sembra avere la forza, come suo marito prima di lei, di andare fino in fondo.

Il tema psicoanalitico classico delle pulsioni di vita e di morte è qui affrontato con grande potenza espressiva in due successive fasi. Ad un primo impatto con il Bagliore, ciò cui le donne si trovano davanti è il cieco manifestarsi di una tendenza biologica all’autodistruzione, portato però ai massimi livelli.

L’apoptosi, come fenomeno biologico di morte programmata, è di fatto un fenomeno fisiologico volto a mantenere l’omeostasi (equilibrio) degli esseri viventi. E questo Freud lo aveva bene in mente quando ipotizzò la presenza, a stretto contatto delle pulsioni vitalistiche, di pulsioni di morte (Freud, 1920).

Quello che accade nel film è che entrando nel Bagliore, queste pulsioni, nelle protagoniste che non hanno più nulla da perdere, divengono un irresistibile richiamo. Verso l’autodistruzione, l’annientamento.

Siamo di fronte ad una viscerale disamina sul tema del dolore, della disperazione. Il dolore cambia, nel Bagliore le piante, le bestie, le protagoniste, tutto cambia radicalmente, trasformandosi in un qualcosa che va in contro a naturale estinzione, ad un qualcosa che fa fatica quasi a riconoscersi.

Il dolore, la mancanza, il vuoto dentro alle donne si rifrange prismaticamente nella aurorale luce che aleggia nell’Area X, restituendole la loro sofferenza amplificata, estremizzata.

C’è via di fuga? A quanto pare sì, almeno per la protagonista.

+++ SPOILER ALERT +++

Quanto segue rappresenta l’esito di un processo, il culmine di un viaggio che per Lena vuol dire comprendere le ragioni del suo dolore (la perdita del marito) e tuffarvici dentro, entrando in quel vuoto che si porta dentro e tenendoselo stretto, vicino, troppo vicino.

Raggiungendo il luogo dell’impatto del meteorite Lena trova, dentro ad un faro, un cadavere carbonizzato con una telecamera davanti. La apre. Guarda l’ultimo filmato memorizzato. Kane, suo marito, le dà un ultimo saluto prima di bruciarsi vivo con una granata al fosforo. Quel cadavere carbonizzato è proprio Kane.

E allora chi è suo marito, quello che ha visto prima di accedere all’Area X, quella creatura così familiare ma al contempo così estranea?

In una sequenza di imponente forza evocativa, Lena viene dunque a conoscenza di un essere da cui, molto probabilmente, tutto il Bagliore ha avuto origine: un alieno. Un alieno che prima si manifesta come un qualcosa di ignoto, di sconosciuto e disturbante, come una nebulosa fitta e impenetrabile e poi si sostanzia in una copia iridescente della donna stessa.

Quello che accade ora è pura potenza emotiva: sulle note ossessive di sintetizzatori sfiatati, Lena e la sua copia intraprendono una danza, una danza mortale. La copia emula ogni movimento di Lena, che tenta la fuga ma non può scappare alla coreografia coartante del suo doppio.

Lena non può scappare da se stessa, da quella visione distorta e dolorosa di se stessa, da quel demone che la opprime. Perché quel suo doppio, quell’alterazione di se stessa ora non è solo parte di lei: è qualcosa di più, di più forte, di più impellente.

Non è Lena che può scappare, non è lei che può salvarsi: la sua fine è già scritta, il suo racconto è già scritto e manchevole unicamente di un punto. Un’esplosione, la morte, da cui poter ricominciare, in una nuova, luminosa, forma, visceralmente diversa anche se, esteriormente, proprio uguale a prima.

Il tema del Doppelganger, del doppio, che psicoanaliticamente rimanda al tema dell’inconscio e del riconoscimento di parti di sé spiacevoli e pulsionali, emerge qui nella scena della danza.

Lena, danzando con il suo doppio, portandoselo molto vicino, è come se danzasse con il suo dolore, con i suoi fardelli, arrivando infine a fare l’unica cosa possibile: uccidersi per ridarsi la vita, abbandonare la vecchia forma per dare luce ad un nuovo Sé, più integro, più completo, che non ha bisogno di quel corpo astratto, metastatizzato, morente che, simbolicamente, è rappresentato dall’Area X, paesaggio interiore.

Con la morte della vecchia Lena, il Bagliore recede, così come le mutazioni, portando tutto alla normalità.

Normalità però non è il termine giusto, perché nulla è come prima. Tutto è diverso, Lina è diversa, Kane è diverso. Sono due persone nuove, rinnovate nel loro percorso di sofferenza personale, che ora si conoscono per la prima volta.

Perché il loro percorso di morte e rinascita non è che l’inizio di un nuovo percorso, nella costante dialettica del cambiamento, fra ciò che è stato e ciò che sarà.

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