Correva l’anno 2002, era estate ed io ero poco più che adolescente: un’ enorme e scomposta  matassa di capelli biondi, brufoli e paranoie esistenziali.

Ma c’è una cosa legata a quell’estate marchiata nella mia testa a fuoco, scolpita nel granito del mio subconscio e suggellata con un patto di sangue e si chiama: Aserejé, altrimenti detto il tormentone estivo, l’abominio musicale a cui, anche a distanza di anni, 16 per la precisione, il tuo cervello, la tua anima e il tuo corpo non sanno dire di no.

“Aserejè ja de jè de jebe tu de jebere  sebiunouva majabi an de bugui an de buididipi.” e relativo stacchetto! 

Qualcuno un po’ più agèe di me avrà avuto il Ballo Del Mattone, altri La Macarena, io ho avuto Aserejè e ancora oggi non mi riesco a capacitare di come possa una canzoncina così essere diventata una hit internazionale al pari di canzoni come Show Must Go On dell’ immenso Freddy Mercury.

Ci sono volute tre ore buone del mio tempo, una buona seduta di autoanalisi (che in quanto psicologa dovrei fare regolarmente, ma questo è un altro discorso!) e due chiacchiere con una vecchia amica d’infanzia e sono riuscita a trovare una risposta, che voglio condividere con voi.

Il tormentone nasce nel momento in cui una canzone viene letteralmente spammata su tutti i canali in cui è possibile trasmetterla; accendi la radio e te lo ritrovi lì, anche cambiando stazione è ancora lì, accendi la tv e lui è lì ad aspettarti in una pubblicità, al telegiornale, in una fiction e non puoi sfuggirgli.

Vai al centro commerciale? Lui è ancora, inevitabilmente lì. Insomma per un relativamente breve lasso di tempo il tormentone ti dà il tormento e tu sei solo un inerme spettatore e non puoi fare nulla per scampare ad un simile condizionamento, neppure Pavlov e Huxley potrebbero venire in tuo soccorso!

Sostanzialmente è l’industria discografica (o presunta tale!) che identifica il nuovo potenziale successo: esperti del settore selezionano le tracce che hanno le potenzialità per diventare virali in un determinato contesto, poi la diffusione del brano su tutti i canali fa in modo che arrivi ovunque e che riesca a fare breccia nella nostra mente.

“Aserejè ja de jè de jebe tu de jebere  sebiunouva majabi an de bugui an de buididipi” 

La cosa davvero straordinaria di tutto questo è che a noi i tormentoni piacciono, inutile fare i finti snob e borbottare “io ascolto solo musica di un certo tipo, questa canzone mi fa sanguinare le orecchie!”.

Sono balle signori, enormi gigantesche frottole, quanto è vero che io guadagno con la libera professione 3k al mese e ho una Aston Martin parcheggiata in garage e sapete perché? Per lo stesso motivo per cui ci piace mangiare e fare all’amore: la dopamina, il neurotrasmettitore che quando viene rilasciato proviamo piacere.

Un’altra caratteristica dei tormentoni è legata ai cosiddetti “hook” ossia “delle frasi musicali o liriche che stanno al di fuori ed sono facilmente ricordate”.

Le definizioni includono di solito le seguenti: un hook è ripetitivo, accattivante, indimenticabile, facile da ballare, ha un potenziale commerciale e contiene parole.

Un hook è stato definito come una “parte della canzone, qualche volta il titolo o il motivo lirico chiave e ricorre più volte”; sommate il potenziale degli hook e il potere della dopamina e cominciate a capire perché nel 2002 ero ufficialmente spacciata e rapita da Aserejé e con me tantissimi altri adolescenti nel mondo.

Il potere di Aserejé sulla mia vita è anche legato al fatto che piaceva anche alle persone che gravitavano intorno a me in quel periodo, e per questa riflessione non ringrazierò mai abbastanza la mia amica di cui sopra.

Non ero quindi sola, eravamo almeno in tre ragazzini ad impazzire per questa canzone e se tutto il mondo intorno a noi intona, canticchia e conosce quella canzone, finirà per piacere anche a noi e comporta che finiremo per avere maggiori possibilità di ascoltarla.

Così facendo ci ritroveremo in un loop senza via d’ uscita, trovandoci a canticchiare canzoni improbabili al punto da autodiagnosticarci la cosiddetta: “Stuck Song Syndrome”, il cui unico criterio diagnostico è che il nostro cervello canticchia continuamente una determinata canzone e non c’è verso di mandarla via.

Corre l’anno 2018, è gennaio: le feste natalizie si sono appena concluse ed io sono poco più che una giovane adulta, anche se i ragazzini continuano a chiamarmi signora: un’enorme e scomposta matassa di capelli rossi, occhiaie e paranoie esistenziali.

Sono una psicologa e ho la tendenza a cercare soluzioni ai problemi degli altri e, se rimane il tempo, anche ai miei: come liberarmi dei tormentoni che intasano la mia mente?

Phil Beaman, Professore dell’Università di Reading, ha deciso di far uscire il fenomeno del “disco incantato” dall’aneddotica dedicandogli una ricerca ora pubblicata sul British Journal of Psychology.

Come per ogni pensiero ossessivo – spiega nell’articolo scritto insieme al collega Tim Williams – i tentativi di esercitare il controllo della mente per cancellarli non fanno che rafforzare il pensiero stesso“.

Meglio allora, suggerisce il ricercatore, tenersi il ritornello e aspettare che passi da sé. Un po’ come il raffreddore eh Phil?

Il dotto ricercatore ha inoltre intervistato svariate persone cercando di sondare le credenze ingenue utili a togliersi dalla testa i tormentoni e sono emersi risultati impressionanti e fantasiosi: alcuni hanno riportato delle strategie sui generis: meditare, mettersi a lavorare, andare a dormire, bere alcol.

In uno studio precedente, James Kellaris, Ricercatore di Marketing dell’Università di Cincinnati, citava anche l’annusare cannella (evidentemente una strategia chiodo schiaccia chiodo, in cui una sensazione olfattiva ne cancella un’altra uditiva) o il mettersi a praticare arti marziali

Ogni strategia, probabilmente, risulterà fallimentare. Ma non è questo il punto, visto che i tormentoni spariscono in genere dopo uno o due giorni al massimo e raramente sono vissuti come un problema, tranne nel mio caso in cui Aserejé è ancora parte di me.

Ma lo so: sono un’inguaribile romantica e prima di innamorarmi di nuovo, voglio dimenticare quelle tre ragazzine, credo spagnole, che mi hanno rubato il cuore e bucato il cervello e ho un bel da fare e da dire ai miei pazienti di buttarsi il passato alle spalle, di vivere nel qui e ora ed altre frasi ad effetto, il primo grande amore non si scorda mai, soprattutto se ci hai lasciato tanta dopamina così.

“Mira lo que se avecina a la vuelta de la esquina, viene Diego rumbeando. Con la luna en las pupilas y en su traje agua marina van restos de contrabando” 

Va bene corro a ballare, da sola, a 31 anni compiuti, di cui sette a studiare psicologia e tormentoni.

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Valentina Fei
Il mio nome è Valentina e “lentina” lo sono sempre stata: in matematica prima e nelle materie scientifiche in generale. Mentre i miei geniali compagni risolvevano i problemi aritmetici ricevendo feedback entusiastici dell’ insegnante, io i problemi me li facevo, forse perfino troppi! Simone che mangiava tre fette di torta al cioccolato e due fette di torta alla crema, diventava una persona: sovrappeso, una tuta informe e a me non fregava un caiser di sapere quante fette di torta avesse mangiato in tutto, mi piaceva immaginare di Simone: se la mamma lo avesse sgridato perché aveva mangiato troppi dolci, e “cose così”. E quelle “cose così” di me bambina, sono diventate il motivo per cui, scelsi di fare la psicologa. Ad oggi, dopo una laurea in psicologia presso l’ Università degli studi di Parma e un master in psicologia del lavoro, mi sono occupata di risorse (dis)umane e formazione aziendale, fino alla decisione di abilitarmi e diventare una psicologa “vera”. Contatti: valentinaa.fei@gmail.com

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