Articolo di Francesco Latini

 

Siamo tutti dei teatranti” disse il Dottore guardandoci intensamente negli occhi “tutti noi mettiamo in scena il teatro interno familiare, il copione che abbiamo appreso dalle prime relazioni con mamma e papà: nostro compito è riuscire a leggere, per quanto possibile, quel copione e scompaginarlo in modo da non colludere con il paziente… ma essere trasformativi”.

In una comunità terapeutica, come nella vita, il rischio di vestire i panni di un personaggio altrui o di ripetere continuamente il nostro rassicurante copione è molto alto. Come quelle poesie che si imparano alle elementari radicandosi nella memoria, non potremo mai gettarlo con un gesto di stizza tra le fiamme e continuerà ad influenzare il nostro modo di entrare in relazione con i pari, il partner ed i nostri figli.

Per fortuna, però, possiamo diventare più consapevoli di questo copione interno, ampliarlo con nuovi atti, ruoli e personaggi, così che l’aumento della variabilità ci permetta di fare scelte più coscienti, adattive ed in comunione con il nostro essere.

Ma che cosa sono questi copioni?

Secondo la teoria dell’attaccamento, una prospettiva inaugurata dallo psicanalista britannico John Bowlby (1969) e poi ampliata da autrici come Mary Ainsworth (1973) e Mary Main (1990), i cuccioli di uomo non nascerebbero nell’illusione di un’onnipotenza autarchica frustrata solamente dall’inevitabile necessità di alimentarsi (il narcisismo primario di Freud) ma, al contrario, sarebbero fin da subito motivati a ricercare il contatto e la vicinanza di una figura significativa (caregiver) per riceverne calore, sicurezza e protezione.

L’idea di fondo è quindi che l’uomo non nasca in una dimensione autistica ma sia piuttosto intrinsecamente sociale.

Secondo Bowlby e colleghi lo stabilirsi ed il protrarsi nel tempo di un legame di attaccamento con un caregiver sarebbe essenziale per lo sviluppo umano in quanto, nel corso dei primi due anni di vita, le ripetute esperienze interattive con tale figura (generalmente la madre) porterebbero il bambino ad interiorizzare degli schemi mentali cognitivo-affettivi di Sé e dell’Altro complementari che, in termini tecnici, vengono detti “modelli operativi interni” (Internal Working Models).

Tali schemi sviluppatisi a partire dalle esperienze reali vissute nella prima infanzia – e sta proprio qui la rottura con i modelli transferali psicanalitici che, accanto all’esperienza reale, considerano centrale anche il ruolo giocato dalla fantasia interna (l’aspetto pulsionale) –  costituirebbero delle lenti, delle linee guida relazionali, dei copioni attraverso cui il bambino diventa capace di predire il mondo e mettersi in relazione con esso. Prendendo in prestito le parole di Bowlby (1980-83, vol. III, p. 229):

“Ogni situazione che incontriamo nella vita si costruisce in termini dei modelli rappresentazionali che abbiamo del mondo e su noi stessi. L’informazione che ci raggiunge attraverso i nostri organi di senso viene selezionata ed interpretata in termini di questi modelli, il suo significato per noi e per coloro di cui ci curiamo, viene valutato nei loro termini, e vengono messi in atto piani di azione avendo in mente tali modelli. Inoltre il modo in cui interpretiamo e valutiamo ciascuna situazione influenza quello che proviamo.”

La ricerca ha permesso di identificare diversi pattern di attaccamento, associati a differenti modelli operativi interni.

Immaginate ad esempio un bambino che si trova ad avere un padre alcolista. In assenza di relazioni positive significative alternative, che possano fungere da “ammortizzatore”, è frequente lo svilupparsi di un pattern insicuro-disorganizzato.

Sviluppandosi nei primi anni di vita, un periodo pre-verbale e pre-simbolico dove la conoscenza passa primariamente attraverso il registro corporeo, i modelli operativi interni sono immagazzinati nella memoria implicita o procedurale – un magazzino di informazioni come il pedalare o lo stare in equilibrio su una sella che, pur non essendo consapevoli né verbalizzabili, sono pronte all’uso in caso di necessità – risultando quindi coriacei al cambiamento.

Questo aspetto può essere meglio compreso pensando agli adottati, che costituiscono una quota significativa di coloro che frequentano le comunità terapeutiche. Chi è stato adottato è stato prima di tutto abbandonato da coloro che invece avrebbero dovuto amarlo incondizionatamente. “Ogne scarrafone è bell’a mamma soje”, come si dice a Napoli.

Eppure, qualcuno è stato considerato meno di un insetto e gettato nella monnezza, o per un estremo gesto d’amore è stato lasciato sul sagrato di una Chiesa o nella culla di un ospedale nella speranza di un futuro migliore.

In ogni caso, il vuoto affettivo che si viene a scavare è immenso e, spesso, incolmabile. Per questo molte adozioni falliscono, perché si sono già costituiti dei modelli operativi interni estremamente disfunzionali.

Oltre alla teoria dell’attaccamento, che ci informa su come l’esperienza reale con i nostri genitori ha un impatto radicale sul nostro modo di relazionarci con il mondo, specie con le figure significative, desidero fare ancora qualche altra considerazione. In primo luogo, vorrei citare questo pensiero della Schützenberger (1993), che trovo sempre molto suggestivo:

Come le fate intorno alla culla della bella addormentata nel bosco, i membri del gruppo familiare dicono e predicono cose, ruoli, ingiunzioni, scenari futuri, ma anche tacciono, mostrano con il loro silenzio l’inquietante presenza di non detti, aree della vita familiare a cui il bambino non deve avvicinarsi, pensare. Ed è per questa via, questo gioco di scambi e relazioni del gruppo familiare che il bambino viene formato, gli si assegna un posto nel sistema, vengono orientate le sue scelte, gli interessi, le relazioni, il destino”.

Come dicevano i Latini: “Omen nomen” (“Un nome, un destino”). Perché i nostri genitori ci hanno chiamato così e non in un altro modo? Quali erano le loro speranze, le loro aspettative? Quali eventuali ferite avremmo dovuto rimarginare?

A volte un nome auspica un futuro di grandezza e di successo come può essere “Alessandro”, in memoria del grande condottiero macedone che unificò l’Oriente e l’Occidente, un altro può invece auspicare trascendenza e verticalità come “Giovanni”, l’evangelista più enigmatico.

Altre volte alcuni si fanno carico del nome di un fratello, di una sorella, di un parente morto come se ne dovesse essere l’ideale prosecuzione. Pensiamoci, è frequente che nelle famiglie alcuni nomi siano ricorrenti nelle generazioni come se, in questo modo, la morte non prevalga mai definitivamente: ad esempio, nella mia famiglia io, mio nonno ed il mio bisnonno portiamo lo stesso nome.

Altre volte ancora un nome può rappresentare un forte gesto politico: quando i miei nonni portarono a battezzare mio padre, il prete si rifiutò in quanto il nome scelto per lui era stato quello di “Juri”, come il cosmonauta sovietico che per primo aveva valicato i confini dello spazio.

In piena guerra fredda un nome del genere era impensabile e, alla fine, dovettero optare per un più italico Roberto. Dunque, già la semplice scelta del nome e l’insieme dei significati che gli si sono incrostati nel corso dei millenni definiscono un copione che influenza il nascituro.

Come scrisse Wittgenstein “i limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo”: è solo dando un nome alle cose che possiamo iniziare a conoscerle ed entrarci in relazione. Ciò che non ha un nome, non è pensabile.

Questo era ben chiaro nella cultura antica, come attesta uno dei primi episodi della Genesi in cui Dio, una volta creato il Mondo, conduce all’uomo tutti gli animali dei campi e gli uccelli del cielo affinché li nomini.

Ma, al di là della scelta del nome, perché i nostri genitori e familiari si sono relazionati con noi in un certo modo? Certo, la ricerca ci dice che i modelli operativi interni tendono a trasmettersi da una generazione a quella successiva – per cui una mamma con un pattern di attaccamento insicuro avrà avuto probabilmente una madre insicura e crescerà probabilmente un figlio insicuro – ma questo non esaurisce la questione.

Le modalità relazionali, così come i comportamenti più in generale, non sono quasi mai meri riflessi ma determinati da ricchi significati più o meno consapevoli. In questo senso, recuperando la Schützenberger, il modo in cui genitori e familiari si relazionano con noi è grandemente influenzato sia da aspetti consapevoli che non elaborati ed inconsci, comunque in grado di esercitare pressioni imponenti e trasmettersi da una generazione alla successiva.

Per esempio, nella serie televisiva “Il Trono di Spade” uno dei personaggi principali, Tyrion Lannister, vive un rapporto estremamente conflittuale con il padre, Tywin Lannister, che lo disprezza per essere nato deforme e per aver causato la morte della moglie durante il parto.

In realtà, nel corso della serie, alcuni indizi lasciano intendere che il disprezzo di Tywin abbia un’origine ben diversa: Tyrion non sarebbe suo figlio ma il frutto dello stupro di sua moglie per mano di Re Aerys II Targaryen, del quale Tywin era vassallo e al quale non poteva opporre resistenza.

Tyrion sarebbe quindi odiato perché prova manifesta di quell’offesa subita e pur costituendo un segreto familiare – quindi un non detto – tale evento influenza prepotentemente la loro relazione.

In secondo luogo e per concludere, non posso non fare un breve accenno a Bandura ed al concetto di apprendimento per osservazione.

In particolare, molte cose che mettiamo in scena quasi meccanicamente nella nostra vita adulta non sono altro che comportamenti imitati dai nostri genitori perché percepiti come positivi ed efficaci: prendendo l’adulto come modello ed osservando gli esiti dei suoi comportamenti, i bambini si conformano progressivamente alla realtà sociale e acquisiscono velocemente la capacità di navigarla in sicurezza.

Ovviamente, l’apprendimento per osservazione mediato da meccanismi imitativi è presente in tutte le età, ma appare chiaro l’importante ruolo che svolge in età evolutiva. In questo senso, forse, fumate la vostra sigaretta non soltanto perché il rilascio di nicotina vi fa stare bene e fumarla può svolgere un’interessante funzione sociale ma anche perché, forse, associate al gesto il piacere che vostro padre provava nel fumarla sul balcone, oziosamente e pigramente, in un tiepido sole di Maggio.

BIBLIOGRAFIA RAGIONATA.

– Cionini, L. (Ed.). (2013). Modelli di psicoterapia. Carocci.
– Lingiardi, V. (2004). La personalità ei suoi disturbi: lezioni di psicopatologia dinamica. Il saggiatore.
– Lis, A., Mazzeschi, C., & Salcuni, S. (2005). Modelli di intervento nella relazione familiare. Carocci.
– Schützenberger, La sindrome degli antenati, Di Renzo Editore, Roma. Ed. orig. 1993

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