Sul bel libro “La svolta relazionale” scrive Gerardo Amadei, citando Wallin: “Il fatto è che tutti facciamo esperienza di noi stessi e del mondo attraverso i nostri corpi”.

Dunque è fondamentale recuperare una competenza di quel che il corpo sente in modo “grezzo” prima che tale sensazione venga inglobata in un significato compiuto.

Lo scarso contatto diretto con la realtà del presente fenomenologico e l’eccessiva attenzione ai processi di simbolizzazione hanno distratto molti psicoanalisti dal restare sensorialmente nelle cose così come sono, nella loro evidenza anche sfacciata.

Questo modo parziale di impiegare l’attenzione nella relazione con il paziente esclude quell’importante parte del materiale che è alla base di funzionamenti a pilota automatico, reattivi, riflessi e inconsapevoli proprio perché ciò che viene sentito non è stato ancora formulato nella mente del paziente con un senso compiuto e successivamente colto con consapevolezza.

Poniamoci allora il problema di come stare nella stanza della terapia al fine di educare l’attenzione della coppia terapeutica ad osservare ciò che c’è.

La DBT (Dialectical Behavioral Therapy) l’EMDR e la Mindfulness si incontrano in un crocicchio molto significativo, ai fini terapeutici, che consente di integrare questi diversi strumenti in modo sinergico.

Una delle risorse fondamentali che la DBT ha lo scopo di sviluppare è la capacità di osservare e descrivere.

Sembra l’uovo di Colombo. Il solo semplice annuncio di questo compito sembra avere la capacità di estrarre ed identificare in una massa indefinita di attività mentali questo processo che è la base essenziale di qualunque psicoterapia.

Freud raccomandava di descrivere tutto ciò che si osservava, che passava per la mente “come un viaggiatore che, seduto accanto al finestrino di una carrozza ferroviaria, descrive a coloro che si trovano all’interno il mutare del paesaggio dinanzi ai suoi occhi.” (S. Freud 1913-1914).

Vorrei soffermarmi su questo invito.

I pazienti non sanno cosa fare alla prima seduta, di cosa parlare. Il punto è che non si è ancora costituita una relazione che possa dar vita a qualcosa di osservabile. O meglio, il paziente ancora non sa che quell’imbarazzo, quel senso di spaesamento è già un dato da osservare.

In questo momento sono prevalentemente attivi tutti i sistemi automatici relazionali di fronte al nuovo. La materia è magmatica. Interrogativi fugaci come – “cosa devo fare ora? Cosa succederà?“ si alternano alla sensazione di dover dire qualcosa per “dovere” nei confronti del terapeuta, accanto alla preoccupazione di non essere ben accolti, di non essere un “buon” paziente insieme all’ardente desiderio di essere un “buon” paziente.

Tutto ciò può essere soverchiante e tradursi nel silenzio di chi non sa che fare.

Il primo atto realmente terapeutico è “migliorare il momento” attraverso un intervento che potremmo chiamare anche psicoeducativo ma che in una visione più profonda rappresenta una risposta empatica al paziente nel “qui ed ora”.

Il paziente non è consapevole che tutto quello che gli sta accadendo è l’espressione della messa in atto dei suoi automatismi nei confronti del “nuovo”.

L’indicazione ad osservare e descrivere, solo per il fatto che viene enunciata porta ordine nel disagio del momento fornendo già un primo esempio, nei fatti, che un impiego corretto dell’attenzione si traduce in un miglioramento.

Il paziente prova sollievo perché, da un lato riceve la prescrizione di un compito, che dà ordine alla situazione, dall’altro riceve una spiegazione che è anche l’offerta di un’esperienza che ha conseguenze su come sta nel “qui ed ora”.

Il richiamo a stare nel presente può dare risultati stupefacenti se si riesce a far concentrare il paziente su quello che c’è e non su quello che pensa riguardo al futuro o su ciò che la memoria gli rammenta del passato, occupandogli la mente con qualcosa che non c’è più.

Sullo stesso punto lavora la Mindfulness nella pratica di osservazione del respiro che è contemporaneamente pratica di osservazione dei movimenti dell’attenzione.

Anche qui il paziente viene messo di fronte all’osservazione di un funzionamento che ha sempre avuto, le fluttuazioni dell’attenzione, ma che, non essendosi mai soffermato ad osservarlo non ha nemmeno avuto occasione di riflettervi sopra, riconoscendo il ruolo dell’attenzione sia nel disagio che nella ricerca di un sollievo.

Nel lavoro clinico con pazienti con disturbi di personalità del cluster drammatico, abbiamo notato che la pratica della Mindfulness lì disponeva ad una osservazione di sé più serena ed efficace. Abbiamo osservato che la pratica quotidiana della Mindfulness consentiva ai pazienti di intrattenere un rapporto più elastico ai propri pensieri.

La frase: “non dobbiamo credere ciecamente ai nostri pensieri” è risultata molto illuminante permettendo di creare spazi mentali dove accogliere altri pensieri.

Queste sono le operazioni preliminari che vengono compiute nella prima fase di ricovero presso il nostro reparto, mentre procede la raccolta della storia del paziente con particolare attenzione a quegli eventi che si rivelano tuttora capaci di evocare intense emozioni nel presente, come se stessero accadendo proprio adesso.

Un paziente che è stato preparato con la Mindfulness e la DBT collabora all’applicazione del protocollo EMDR con maggiore efficacia perché quando gli viene richiesto, in corso di stimolazione bilaterale, di osservare quel che nota la sua attenzione e la sua “sensorialità” sono già addestrati a fare questo lavoro.

Si potrebbe dire, da una prospettiva diversa, che impiegare l’EMDR è un modo di lavorare sull’attenzione del paziente a far uso di nuove informazioni che vengono rese disponibili dalla stimolazione bilaterale.

In pratica si invita il paziente a concentrarsi su una constatazione su di sé, una constatazione negativa che è stata individuata a seguito di un lavoro preliminare sugli eventi traumatici e sulle interpretazioni e significati che sono stati generati da quegli eventi.

Sotto stimolazione compaiono nuovi pensieri e nuove immagini, che si associano alla constatazione negativa del paziente, modificandone il carattere lapidario, attenuando la forza di convincimento che ha sul paziente fino a farle perdere efficacia permettendo al paziente di rivedere la sua storia con un’ottica completamente diversa.

La ricerca di neuroscienze Fifa ha dimostrato che sotto la stimolazione bilaterale si attiva l’area temporo-parieto-occipitale che è dotata di una notevole quantità di informazioni tali da consentire di processare un evento alla luce di esse che funzionano come risorse di coping in passato non disponibili.

In altre parole, se la constatazione negativa è un pensiero radicalizzato, la possibilità di mettere la visione di sé che è alla base di questa constatazione a contatto con altre informazioni sullo stesso tema personale ha il potere di attenuare questa radicalizzazione fino ad annullarla.

Per fare questo genere di lavoro è necessario accogliere il paziente con “tutto quel che c’è“, parole, sensazioni e atteggiamenti corporei, al fine di far emergere quei dati che furono registrati senza possibilità di essere concettualizzati e quindi resi raccontabili dalla memoria autobiografica.

Tutto nel paziente parla di sé ed un eccesso di concettualizzazione può corrispondere ad un tacito accordo di negare ciò che è registrato e si esprime ad altri livelli.

 

 

 

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Furio Ravera
Laureato in Medicina e Chirurgia all'Università di Milano, ha conseguito la specializzazione in Neuropsichiatria Infantile. Dal 1980 è psichiatra presso la Casa di Cura Le Betulle dove è direttore dei reparti "Abuso e Dipendenze da Sostanze Stupefacenti e Farmaci" e "Disturbi di Personalità e Disturbi Psicotici". Ha completato il 1° Corso MBSR (Mindfulness Based Stress Reduction) e il Corso di 1° e 2° Livello EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing) per il trattamento dei traumi. Insieme a Roberto Bertolli ha fondato le Comunità Terapeutiche Crest, la Società di Studio per i Disturbi di Personalità (SdP), la Comunità Terapeutica Cima di Milano e il Centro Terapeutico La Ginestra di Milano. Ha prestato numerose consulenze presso Sert, Casa di Cura Villa del Principe, Casa di Cura Villa dei Pini. Già Professore a contratto presso la Scuola di Psicologia Clinica dell'Università di Milano Bicocca, tra le numerose pubblicazioni annovera "Un fiume di cocaina" e "Le regole e la manutenzione della Vespa".

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