Finalmente è iniziato un nuovo anno! E ad accoglierci, all’ingresso di questa nuova avventura, chi troviamo? Gennaio, e non c’è bisogno di essere Paolo Fox per sapere che gennaio per gli studenti, quale che sia la loro stella, significa una cosa sola:

una nuova, entusiasmante sessione di esami, ed esami per molti significa trovare delle ingegnose, efficaci ed ancora inesplorate tecniche di auto-sabotaggio (che al mercato mio padre comprò).

A dire la verità a questo giro io non devo dare esami, ma sono stata ispirata dal fatto che dovrei scrivere la tesi e giuro che non sono mai stata così brava ad auto-sabotarmi, mai nella vita, come ora.

Per esempio, mi viene il dubbio che il profondo ed urgente desiderio di scrivere queste parole, che mi ha colto pochi minuti fa, sia in realtà solo un’altra forma di auto-sabotaggio e che io ci stia cascando ciecamente e con fin troppo entusiasmo.

Bando alle ciance. Questo articolo parla dell’auto-sabotaggio negli studenti, pertanto, se in questo momento dovreste studiare e invece state bighellonando su Facebook, questo è il posto giusto per voi. *Abbraccio virtuale comprensivo di pacca sulla spalla, per chi lo desiderasse *

Che roba è l’auto-sabotaggio? A livello intuitivo lo sappiamo tutti, quindi questa domanda potrebbe lasciarvi un po’ confusi, come se qualcuno vi chiedesse “che cosa vuol dire ciao?”.

Nonostante le ovvie difficoltà che questa condizione implica, cercheremo di trovare una risposta, appellandoci a gente più competente di noi.

Jones e Berglas (1978) definiscono l’auto-sabotaggio come una strategia che consiste nel creare un impedimento reale o fittizio, che abbasserà notevolmente le chance di successo in un compito, solo per avere una scusa convincente in caso di fallimento.

Con questa scusa, gli individui vengono liberati da dubbi circa le proprie abilità personali, giacché ci sono altri elementi da incolpare in caso di basso rendimento, mentre in caso di successo l’autostima ne uscirebbe rinforzata.

Esempio di quello che potrebbe pensare uno studente qualora avesse successo nonostante si sia auto-sabotato in tutti i modi possibili:

Wow, avevo il mondo contro mentre preparavo questo esame: ho distrutto accidentalmente la macchinetta del caffè, ho dovuto consolare il gatto perché mi sembrava triste, ho scoperto il giorno prima che c’era un libro in più da studiare, ma ho preso lo stesso 24. Sono un genio”.

Ok ok, queste strategie me le sono inventate io e possono sembrare un po’ stupide, ma rendono l’idea, perché tra queste rientrano generalmente: mettere deliberatamente meno impegno nello svolgimento di un compito, procrastinare, o dichiarare di sentirsi poco bene o di sperimentare ansia.

*Breve spot progresso: ciò non significa che sistematicamente, ogni volta che qualcuno si dichiara troppo ansioso, anche solo per aprire libro, si stia per forza auto-sabotando. Sostenerlo non sarebbe né realistico, né rispettoso verso chi soffre/ha sofferto di questi problemi*.

Queste strategie hanno la funzione di proteggerci da risultati potenzialmente negativi.

Possono sembrare controproducenti e in un certo senso lo sono, perché non ci proteggono in nessun modo dal fallimento, anzi, ne aumentano la probabilità, però ci proteggono dalle emozioni che proveremmo in caso di fallimento e/o dal giudizio altrui.

A tal proposito vorrei raccontarvi un bellissimo esperimento di psicologia sociale, che mette molto bene in luce questo meccanismo.

Jones e Berglas, gli stessi della definizione, hanno chiesto a studenti universitari di partecipare ad un esperimento relativo ai medicinali e al rendimento intellettuale (che ovviamente non riguardava né i medicinali, né il rendimento intellettuale).

Gli studenti sono stati sottoposti a test attitudinali, dopo di che sono stati convocati e gli è stato detto “Il tuo è stato uno dei punteggi migliori, complimenti! Ora vorremmo farti altre domande, prima però ti chiediamo di scegliere se assumere un medicinale che incrementerà il tuo rendimento intellettuale, oppure uno che lo inibirà”.

Ebbene, la maggior parte degli studenti avrebbe preferito assumere il medicinale che avrebbe inibito il loro rendimento intellettuale, in questo modo avrebbero avuto una scusa in caso di prestazioni poco soddisfacenti, che li avrebbe giustificati sia ai propri occhi, sia a quelli degli esaminatori.

Questo esperimento è molto simpatico, almeno, per me lo è, ma l’auto-sabotaggio, specie se viene messo in atto sistematicamente o ad alti livelli di intensità, può essere un problema fastidioso e invalidante per i risultati accademici.

Alcune persone che tendono ad utilizzare l’auto-sabotaggio, infatti, ritengono di avere poco controllo su questa strategia e questo, da un punto di vista educativo, potrebbe essere un fattore di rischio per l’impotenza appresa (Martin et al., 2003).

Il concetto di impotenza appresa deriva dagli studi di Seligman e Overmier (1967), i quali hanno scoperto che se i cani venivano sottoposti ad inaspettate ed inevitabili scosse elettriche, questi reagivano come se non potessero evitarle, anche quando farlo era possibile.

Allo stesso modo, essere ripetutamente esposti a dei fallimenti, magari anche provocati dall’auto-sabotaggio stesso, potrebbe portare a mettere in atto più spesso l’auto-sabotaggio come strategia difensiva ed esporre lo studente ad ulteriori fallimenti.

Sembrerebbe, a tal proposito, che una visione positiva del sé sia associata ad un minor bisogno di auto-sabotaggio (Schwinger & Stiensmeier-Pelster, 2012) e ciò non dovrebbe essere una sorpresa, visto che esiste un’intima relazione tra autostima ed autoefficacia.

L’autostima, infatti, può essere definita come l’insieme dei giudizi valutativi che l’individuo dà di se stesso (Battistelli, 1994), mentre l’autoefficacia per Bandura è la consapevolezza di poter dominare specifiche attività, situazioni o eventi.

Potremmo cercare di spiegare la differenza tra i due concetti dicendo che l’autostima riguarda un giudizio personale su ciò che si pensa di essere, mentre l’autoefficacia riguarda un giudizio personale ciò che si pensa di saper fare (detta proprio alla buona eh).

Mentre lavorare sull’autostima è difficile, lavorare sull’autoefficacia sembrerebbe più fattibile, come si può apprendere l’impotenza, infatti, per Seligman si può apprendere anche l’ottimismo, per esempio attraverso l’esposizione ad esperienze positive… e anche qui effettivamente è più semplice a dirsi che a farsi.

Non è semplice, non è semplice per niente. Per questo come consiglio personale, se un amico mi venisse a dire di trovarsi in una situazione in cui non può fare a meno di auto-sabotarsi, gli consiglierei di rivolgersi al servizio counselling dell’università, o ad un altro servizio di counselling psicologico.

Non c’è nessuna vergogna ad andarci, esiste anche e soprattutto per casi come questi.

Non solo perché imparare a sentirsi auto-efficaci non è semplice, ma anche perché non è così matematico che questa strategia venga messa in atto per preservarsi da possibili fallimenti.

Per esempio, io ho riflettuto molto sul perché e sul percome io senta il bisogno di sabotare la possibilità di procedere in modo spedito con la mia tesi, e sono arrivata ad una conclusione.

Il motivo principale non è che io abbia paura di fallire (anche), il motivo principale è che essere una studentessa è stata una grande parte della mia identità e non so se sono pronta a lasciarla andare, può sembrare stupido, ma non so quanto io sia pronta a sostituire quel “sono una studentessa” con qualcos’altro.

Non so darvi grandi suggerimenti, consigli o formule magiche per smettere di auto-sabotarvi, non è mai stato questo lo scopo dell’articolo, anche perché le formule magiche non esistono e, ve l’ho detto all’inizio, sono la prima ad auto-sabotarsi… ma vi invito a pensare a quali possano essere le vostre ragioni, trovarle può essere un inizio e a farvi dare una mano, se ne sentiste il bisogno.

E adesso, facciamo che torniamo ognuno alle proprie sudate carte?

 

Riferimenti:

Schwinger, M., Wirthwein, L., Lemmer, G., & Steinmayr, R. (2014). Academic self-handicapping and achievement: A meta-analysis. Journal Of Educational Psychology, 106(3), 744-761.

Ferradás, M., Freire, C., Valle, A., & Núñez, J. (2016). Academic Goals and Self-Handicapping Strategies in University Students. The Spanish Journal Of Psychology, 19.

Martin, A., Marsh, H., Williamson, A., & Debus, R. (2003). Self-handicapping, defensive pessimism, and goal orientation: A qualitative study of university students. Journal Of Educational Psychology, 95(3), 617-628.

Maier, S., & Seligman, M. (1976). Learned helplessness: Theory and evidence. Journal Of Experimental Psychology: General, 105(1), 3-46.

Myers, D., Marta, E., & Lanz, M. (2009). Psicologia sociale. Milano: McGraw-Hill.

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Federica Molteni
Piacere, Federica! Studio psicologia clinica presso l’Università di Milano Bicocca, in cui ho conseguito anche la laurea triennale, con una tesi sulle lingue dei segni. Nel 2016 ho avuto l’opportunità di passare sei mesi a Lisbona e di frequentare l’ISPA come studentessa Erasmus. Ho sempre creduto che la mia passione più grande, insieme alla psicologia, fosse la scrittura, ma la conoscenza di noi stessi passa anche attraverso l’Altro e, parlando con i miei amici, mi sono resa conto di quanto mi piaccia spiegare (e usarli come cavie, ndr). L’amore per la psicologia, la scrittura e gli “spiegoni” mi sembrano tre ottimi motivi per partecipare con entusiasmo al progetto di Cultura Emotiva. In futuro vorrei diventare psicoterapeuta cognitivo comportamentale ed essere abilitata alla schema therapy, ma sono golosa e mi piacerebbe anche assaggiare esperienze diverse da quelle che credo di volere, del resto “ci vuole tutta la vita per imparare a vivere” (Seneca, De brevitate vitae). Contatti: f.molteni13@gmail.com

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