Parlare di Autolesionismo in carcere è importante in quanto si tratta di un argomento molto innovativo e di una certa urgenza, considerando che un detenuto su 10 ha posto in essere un comportamento autolesivo (D.A.P., 2010).

Difatti, è una problematica ad oggi insoluta, ovvero non esistono interventi che si siano dimostrati capaci di ridurre il rischio di autolesionismo e pertanto stanno aumentando sempre più le ricerche in quest’ambito.

L’impellenza di organizzare interventi efficace è anche determinata dalla necessità di fare spesso ricorso a interventi di tipo socio-sanitario che hanno un costo e al rischio di salute psico-fisica che è insito in ogni gesto autolesivo per operatori e detenuti stessi.

Le informazioni in nostro possesso su questo fenomeno sono ancora incomplete e risentono di alcuni limiti. Parlare di autolesionismo in carcere è quindi utile per cercare di fare chiarezza e per supportare gli operatori che spesso si trovano sprovvisti di conoscenze e competenze sufficienti per far fronte in maniera efficace a questa problematica, con il rischio quindi di mettere in atto degli interventi iatrogeni.

Per prima cosa bisognerebbe dare una definizione chiara di autolesionismo, cosa non semplice in quanto in letteratura esistono diversi termini che spesso si sovrappongono e che hanno generato finora una certa confusione.

Avendo già trattato questo argomento in un altro articolo, rimando a quest’ultimo per approfondimenti. Ritengo tuttavia fondamentale fornire una breve panoramica della situazione. Innanzitutto, in Italia abbiamo un unico termine che raggruppa un insieme vastissimo di comportamenti autolesionistici che andrebbero invece differenziati tra loro, che è appunto il termine autolesionismo.

Negli Stati Uniti si parla invece di Self-injury e di Non-suicidal self-injury (NSSI) mentre nel Regno Unito si usano le etichette di self-harm, self-mutilation e self-poisoning. Tutti questi termini hanno significati diversi. Brevemente, per self-injury si intendono principalmente comportamenti come tagliarsi, bruciarsi, graffiarsi, quindi atti che non hanno un intento suicidario. Sono quindi incluse le modalità con cui più comunemente si fa riferimento al termine autolesionismo.

Diversamente, nella categoria self-harm sono compresi anche i comportamenti parasuicidari o quelle condotte che sono autolesionistici solo in senso indiretto come bere e fumare; il self-poisoning immette l’ingestione o l’inalazione di sostanze dal potenziale tossico e i cui effetti sono diversi e meno visibili e gli intenti meno chiari, e il self-mutilation è, invece, associato a disturbi dello spettro psicotico e implica lesioni molto più profonde e gravi come l’enucleazione o l’amputazione di un arto.

Un’altra differenza sulla quale invece mi vorrei soffermare maggiormente è quella tra self-injury e NSSI. Riconoscere le differenze tra le varie diciture sia importante perché in molte ricerche e metanalisi si sta commettendo l’errore di usare la dicitura NSSI come sinonimo anche di self-harm, e ciò sta ulteriormente contribuendo ad alimentare la confusione già esistente.

Ora, a parte qualche lieve differenza la dicitura NSSI e il self-injury sembrerebbero indicare condotte molto simile, ma in realtà il NSSI è un’etichetta diagnostica che è stata introdotta nell’ultima edizione del Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM V) e che descrive, appunto, un disturbo vero e proprio da autolesionismo separato da altre tipologie di disagio mentale.

Di conseguenza, assegnare questa etichetta diagnostica significa categorizzare come malato di mente un autolesionista e pertanto credo che in ambito penitenziario sia più indicato usare il termine self-injury, in quanto è la categoria di atti autolesivi più rappresentata. Tutti gli altri comportamenti di autoferimento necessiterebbero un approfondimento a parte che non opererò in questa sede.

All’interno degli istituti penitenziari è, inoltre, molto imprudente attribuire la causa dei gesti autolesionistici alla mera sofferenza psichica dei detenuti poiché è difficile credere che un così alto numero di reclusi possano soffrire di una stessa psicopatologia. Assumere una prospettiva centrata esclusivamente sul disagio mentale può distogliere l’attenzione da tutta una serie di altri fattori.

Difatti, i tassi di autolesionismo sono di gran lunga più elevati in carcere rispetto a quelli riscontrabili nel mondo esterno (Manconi, 2002, Buffa, 2008; McKee, 1998; Shaw, Baker, Hunt, Moloney & Appleby, 2004) e ciò ha fatto supporre che alla base di questo fenomeno vi siano anche delle problematiche di tipo socio-ambientale e non solo di tipo psichico.

Infatti, molti studiosi ed esperti del settore sostengono che l’elevata presenza di comportamenti autolesionistici all’interno delle carceri non possa essere unicamente spiegata da quei fattori che sono insiti nella persona.

È stato quindi evidenziato il ruolo di altri elementi come:

  • la perdita della libertà, che può essere chiaramente vissuta come un grande trauma. Se ci mettiamo nei panni di un neocarcerato, possiamo facilmente percepire l’angoscia derivante dalla consapevolezza di non poter più essere ciò che si è stato fino a quel momento e di dover rinunciare a tanto di quanto abbiamo avuto.

Saremmo costretti a cambiare radicalmente l’immagine e la rappresentazione di noi stessi, le nostre aspettative sul futuro e le abitudini per adeguarci ad un nuovo modello che non favorisce l’espressione delle diversità individuali ma al contrario le allinea, facendoci entrare in uno stato di anomia. Pensiamo al fatto che tutti i detenuti conducono la stessa vita, seguono le stesse regole e tutto ciò può essere vissuto come soffocante.

  • Il processo di prisonization, ovvero quel percorso in cui i reclusi assumono i costumi e la cultura dell’ambiente carcerario, portandoli ad alienarsi ulteriormente da sé. A conferma dell’impatto enorme che ha l’entrata in carcere sugli individui, bisogna considerare che i tassi più alti di autolesionismo si registrano nell’arco del primo trimestre (36,6%) dal momento dell’accesso e al decorrere dell’anno di prigionia (27,6%) (Manconi & Boraschi, 2006; Buffa, 2008).

Perché dopo un anno? Perché in genere ci si confronta con le sentenze dei processi giudiziari che spesso esprimono giudizi ancora non definitivi e quindi con l’imprevedibilità della propria condizione futura. È un momento in cui quindi si rinnovano speranze e ci si confronta con la delusione.

Questo è un elemento molto importante di cui dovrebbe tenere conto qualsiasi operatore penitenziario al fine di anticipare possibili rischi. Vale la stessa cosa per il suicidio, il quale però si concentrerebbe maggiormente nell’arco della prima settimana dalla data di arrivo.

  • Il gesto imitativo, ovvero io vedo o sento che qualcuno, per affrontare una certa situazione, si è tagliato o ha tentato il suicidio e quindi, ispirato, provo pure io.
  • Il sovraffollamento delle carceri. Sono diversi gli studi (Manconi, 2002; Boraschi & Manconi, 2006, da Manconi & Torrente, 2012) che hanno dimostrato un l’esistenza di una relazione tra sovraffollamento penitenziario e aumento delle condotte suicidarie. Tuttavia, un autore di particolare spessore in ambito italiano, Pietro Buffa (2008), ha evidenziato come questa correlazione non sia così lineare.

Egli ha infatti notato come la distribuzione degli atti autodistruttivi non sia così omogena all’interno delle carceri da lui prese in esame, ma bensì vi sono delle sezioni in cui si concentra maggiormente il tasso di autolesionisti.

Queste sezioni sono quelle popolate da detenuti meno dotati di capacità individuali e sociali e che quindi hanno molte più difficoltà a sfruttare le poche opportunità che il carcere offre. Quindi non sarebbe il sovraffollamento di per sé ad esacerbare i comportamenti autodistruttivi, ma il suo associarsi con le difficoltà dell’individuo singolo di rimediarsi condizioni di vita migliori.

Tutto ciò vale per le condotte suicidarie e sarebbe interessante verificare se ciò accada ugualmente con i comportamenti autolesivi. Il che è probabile, in quanto, altro dato interessante, questi comportamenti sono molto più frequenti negli istituti di grandi dimensioni, cioè contenenti dai 500 ai 700 detenuti e oltre, rispetto ai penitenziari di dimensioni più ridotte (Buffa, 2008).

  • Lo stile di gestione penitenziario. Adottare uno stile autoritario maggiormente focalizzato sul rispetto delle regole e della sicurezza è associato ad un aumento del tasso di suicidi e porterebbe ad un inasprimento della relazione tra detenuti e guardie, accrescendo quindi la spirale di violenza, sia auto che etero diretta (Parker, 2007).

A tal proposito, la teoria del controllo sociale di Black (1983, 2014) afferma che la disparità di status e la distanza sociale favoriscono l’uso di forme di controllo più autoritarie e aggressive. Il che significa che quando un individuo percepisce un’eccessiva distanza tra sé e l’autorità può mettere in atto dei comportamenti criminali nel tentativo di bilanciare nuovamente, sebbene in maniera disfunzionale, la propria gratificazione e cercare di imporre il proprio controllo sulla situazione.

Di conseguenza, secondo il gruppo di ricerca guidato da Doty (2012), è possibile che l’autolesionismo svolga questa esatta funzione: un gesto di sfida nei confronti del personale penitenziario e un tentativo di riprendere il controllo della propria vita in un luogo dove la libertà è stata più o meno temporaneamente sospesa.

  • Le crisi cicliche carcerarie. Manconi e Torrente (2012) sono due sociologi che hanno realizzato uno studio molto ampio che ha coinvolto le carceri di tre regioni italiane. I risultati dei loro studi hanno dimostrato come nel mondo libero le fluttuazioni dei tassi di suicidio rimangono costanti, mentre in carcere queste variano fortemente in termini di quantità di anno in anno.

Ciò confermerebbe l’ipotesi che il carcere è un ambiente autonomo rispetto all’esterno e che le variazioni possono raggiungere picchi fino a 19 volte superiori al mondo libero. Ma non solo; essi hanno notato anche che vi sono istituti maggiormente soggetti rispetto ad altri a queste crisi.

Tali picchi ciclici di tendenze suicidarie rifletterebbero le dinamiche interne all’istituzione penitenziaria, cioè si susseguirebbero momenti in cui vi è tensione tra custodi e custoditi a momenti di maggior serenità tra le parti.

Vi sarebbero, quindi, carceri in cui la vivibilità è maggiore mentre altri istituti sarebbero diversamente caratterizzati da, recuperando le parole degli autori, un “alto indice di tensione e sofferenza. Difatti, in ambito carcerario è possibile fare un distinguo tra gli istituti a vocazione trattamentale e quelli più custodiali e tra penitenziari punitivi e premiali.

Quindi in sostanza, meno attività trattamentali vi sono in un carcere, maggiori sono i trasferimenti di detenuti problematici e più il personale e la magistratura sono meno inclini alla concessione di benefici extracarcerari e maggiore è il rischio che si innalzi il tasso di suicidio in carcere.

Può essere che la stessa cosa valga per l’autolesionismo? Ancora non vi sono studi a confermare questa correlazione, ma è comunque importante notare che le variabili di tipo organizzativo-socio-ambientale hanno un peso decisamente importante, per cui qualsiasi interventi efficace che si voglia proporre dovrà sicuramente mettere mano anche a queste dinamiche.

Sempre a fini preventivi, è altrettanto importante avere un quadro della distribuzione sociodemografica del self-injury in ambito penitenziario: in Italia, la maggior parte dei detenuti autolesionisti sono adulti maschi italiani (Buffa, 2008).

C’è però da dire che questa è anche la categoria maggiormente rappresentata in carcere, per cui, analizzando, invece, il rapporto tra numero di atti di self-injury compiuti e le fasce d’età del campione Buffa (2008) ha identificato come categoria maggiormente a rischio i minorenni maschi stranieri e i giovani adulti (18-30 anni) maschi stranieri.

Sommando quanto detto finora, è fondamentale comprendere che il carcere è un ambiente che, per come è concepito oggi in Italia, ha un’influenza rilevante nell’alimentare ulteriormente il disagio tra le fila dei reclusi. Pertanto, operare a fini preventivi sulla problematica dell’autolesionismo, ma anche del suicidio e di tanti altri malesseri, significa inevitabilmente mettere mano all’organizzazione stessa che sorregge gli istituti penitenziari.

Come fare ciò sarà oggetto di discussione in un prossimo articolo che tratterà la tematica del self-injury in carcere anche da un punto di vista più prettamente psicologico.

 

Bibliografia

American Psychiatric Association. (2013). Diagnostic and statistical manual of mental disorders (DSM-5®). American Psychiatric Pub.

Black, D. (1983). Crime as social control. American sociological review, 34-45.

Black, D. (2014). The social structure of right and wrong. Academic Press.

Buffa, P. (2008). Alcune riflessioni sulle condotte auto aggressive poste in essere negli istituti penali italiani (2006-2007). Rassegna penitenziaria, (3).

D.A.P. (2010) http://www.ristretti.it/commenti/2010/giugno/pdf2/suicidi_confronto.pdf

Doty, S., Smith, H. P., & Rojek, J. (2012). Self-Injurious behaviors in corrections: Informal social control and institutional responses in a state prison system. Victims & Offenders, 7(1), 30-52.

Manconi, L. (2002). Così si muore in galera. Suicidi e atti di autolesionismo nei luoghi di pena. Politica del diritto, 33(2), 315-330.

Manconi, L., & Boraschi, A. (2006). ” Quando hanno aperto la cella era già tardi perché…”. Suicidio e autolesionismo in carcere. 2002-2004. Rassegna italiana di sociologia, 47(1), 117-150.

Manconi, L., & Torrente, G. (2012). La pena del suicidio. Comparazione tra gli atti di autolesionismo nelle carceri di Piemonte, Liguria e Campania. Politica del diritto, 43(1), 141-176.

McKee, G. R. (1998). Lethal vs nonlethal suicide attempts in jail. Psychological Reports, 82(2), 611-614.

Parker, M. (2007). Dynamic security: The democratic therapeutic community in prison (Vol. 17). Jessica Kingsley Publishers.

Shaw, J., Baker, D., Hunt, I. M., Moloney, A., & Appleby, L. (2004). Suicide by prisoners: national clinical survey. The British Journal of Psychiatry, 184(3), 263-267.

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Vittorio Arrigoni
Laureato in Psicologia Clinica presso l’Università di Milano Biccocca, ho ideato il format di Cultura Emotiva e ne sono il cofondatore. Ho scritto e pubblicato una tesi sul tema delle relazioni poliamorose, pratico meditazione Vipassana e ho conseguito un diploma sulla “Mindfulness in Relazione” secondo il metodo del Karuna Institute (UK) sotto la supervisione di Anne Overzee e Deirdre Gordon. Collaboro inoltre da settembre 2016 come volontario presso l’Associazione Mudita di Milano, all’interno della quale sto approfondendo le mie competenze nel settore della mindfulness contemplativa. Dopo aver svolto a Nicosia (Cipro) il mio programma Erasmus+ presso l’University of Cyprus (UCY), ho svolto il tirocinio pre-laurea presso la Casa Circondariale di Monza nell'ambito della prevenzione del suicidio e dell'autolesionismo, e su quest'ultimo argomento ho sviluppato la mia tesi magistrale. Ad oggi lavoro come tirocinante presso la Fondazione Rosa dei Venti Onlus, CT che si occupa del trattamento di adolescenti con disturbi della personalità. Il mio prossimo obiettivo è quello di diventare uno psicoterapeuta Cognitivo Costruttivista Relazionale. Contatti: v.arrigoni6@campus.unimib.it

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