Penso che chiunque nella vita si sia trovato ad incarnare per una volta il ruolo del bullo, della vittima o dello spettatore. Il bullismo infatti è un fenomeno universale, trasversale al tempo, alle culture e addirittura alle specie animali.

Nella più classica delle definizioni una persona o un gruppo di persone mostrano ripetutamente comportamenti aggressivi verso un’atra persona o gruppo di persone, con uno sbilanciamento di potere (Monks, Smith, & Swettenham, 2005).

Non tutte le aggressioni quindi possono convergere sotto questa etichetta, perché possano essere definite “bullismo” Coloroso (2003) sottolinea l’importanza di tre elementi che è possibile ritrovare anche nella definizione: sbilanciamento di potere, intenzionalità di fare del male e ripetizione nel tempo.

Sono state elaborate molte teorie per spiegarne l’esistenza, di cui molte intersecabili tra loro o più adatte a spiegare una specifica fattispecie piuttosto che un’altra. Oggi vorrei farvi conoscere meglio due approcci che partono da un presupposto particolare: il bullismo è un comportamento adattivo.

Adattivo nel senso darwiniano del termine, un comportamento che è stato portato avanti nella nostra specie perché in qualche modo utile. Utile a chi lo agisce, ovviamente, non a chi lo subisce, lo specifico meglio perché qualcuno ingenuamente sostiene che subire bullismo tempri il carattere, aiuti ad affrontare le situazioni della vita eccetera.

A scanso di equivoci non sostengo in nessun modo questa posizione, anzi! Ci sono studi che dimostrano che le vittime di bullismo subiscano dei gravi danni in varie aree di funzionamento psicologico, come il proprio senso di auto-efficacia e tendano quindi a percepirsi come deboli e impotenti.

Il presupposto da cui parte questo articolo è che ci sono delle teorie secondo cui il bullismo è un comportamento utile a chi lo agisce.

Propongo questo cambiamento di prospettiva perché spesso i bulli vengono considerati come dei disadattati incapaci di empatia e con difficoltà a seguire le norme sociali, mentre potrebbero anche essere delle persone perfettamente adattate ad una società malata, il cui funzionamento si riflette anche sui microsistemi di cui fanno parte, rendendo la prevaricazione un comportamento adattivo.

Valutare la situazione anche da questo punto di vista potrebbe avere una sua utilità nell’ambito della progettazione di interventi di prevenzione.

Le due prospettive che verranno qui introdotte sono: la teoria della dominanza sociale e la “resource control theory” (o teoria del controllo delle risorse). Un’altra teoria che può essere in parte essere inquadrata come un approccio centrato sulle componenti adattive è la “social norms theory” (o teoria delle norme sociali); più avanti vedremo perché ho scritto “in parte”.

In base alla “teoria della dominanza sociale” i comportamenti aggressivi sarebbero, in generale, supportati da molte società; le persone aggressive, infatti, hanno tipicamente uno status più alto e più potere all’interno di un gruppo (Blumenfeld, 2005; Hawker & Boulton, 2001).

Secondo Hawker e Boulton (2001), vittimizzare gli altri servirebbe a mantenere una gerarchia sociale all’interno del gruppo stesso. Quando un bullo schernisce o picchia una vittima, quindi, non starebbe facendo una ragazzata, ma starebbe asserendo il proprio potere su di lei, le starebbe ricordando chi è in cima alla piramide sociale e chi è in fondo, non necessariamente avendo chiaro nella testa questo specifico obiettivo.

Nel bullismo, infatti, persone aggressive e dominanti mostrano comportamenti umilianti nei confronti di pari più deboli e sottomessi (Juvonen & Graham, 2001). Declinando ciò in base alla teoria della dominanza sociale, lo scopo di questi comportamenti sarebbe quello di forzare qualcuno in una posizione di sottomissione.

L’aggressore mostra potere e dominanza sulla vittima (Pellegrini & Long, 2002). Questo ha spesso un effetto sulle vittime, che è quello di farle sentire depresse e prive di aiuto (Price, Sloman, Gardner, Gilbert, & Rohde, 1994).

Oltre a ciò, spesso queste persone tendono ad essere meno competenti delle altre a livello sociale, a piangere facilmente ed hanno difficoltà a difendersi dagli attacchi (Schwartz, Dodge, & Coie, 1993).

In base a questa teoria, proprio per la sua natura volta alla sottomissione dell’altro, il bullismo non può essere un comportamento vantaggioso per le vittime, che invece subiscono proprio l’effetto di essere forzate in quella posizione di sottomissione.

Anche nella “resource control theory” il potere è un aspetto importante, ma in questo caso lo scopo delle aggressioni non sarebbe principalmente quello di stabilire una gerarchia, quanto piuttosto quello di ottenere un numero limitato di risorse disponibili.

Questa teoria deriva dagli studi di Hawley, il quale ha studiato il comportamento nei gruppi dei pari dei bambini e degli elefanti e postula che i giovani siano in grado di mettere in atto delle strategie per ottenere informazioni, materiali e aspetti sociali che considerano desiderabili e che tra queste strategie rientrino sia i comportamenti pro-sociali, sia le strategie coercitive.

Personalmente trovo particolarmente rilevante che per raggiungere lo stesso obiettivo all’interno della teoria stessa si dica che possano essere utilizzate strategie così diverse.

E per quanto riguarda la “social norms theory”? Ho scritto che è una teoria che prendere in considerazione gli aspetti “adattivi”, mettendolo tra virgolette, perché le altre riguardano comportamenti che possono far ottenere un concreto vantaggio in termini di potere o risorse, in questo caso invece si tratta di un adattamento all’interno di uno specifico gruppo.

Scendiamo un attimo dall’astratto al concreto.

I gruppi di adolescenti tendono a stabilire delle proprie norme sociali, ad esempio non denunciare un comportamento scorretto di un altro membro del gruppo se questo può metterlo nei guai. Un membro del gruppo che trasgredisca una di queste regole potrebbe trovarsi a subire bullismo.

Tershjo e Salmivalli (2003) hanno scoperto che gli studenti spesso colpevolizzano le vittime di bullismo per aver violato le norme del gruppo dei coetanei e credono che l’aggressore stia facendo in modo che queste norme vengano rispettate; è come se anziché vedere il bullismo come un’aggressione inappropriata, i giovani lo percepissero come uno strumento per rinforzare le norme sociali (Blumenfeld, 2005).

Quindi il bullismo potrebbe essere considerato adattivo rispetto alla loro particolare subcultura, di cui i bulli si farebbero difensori.

Riconoscere gli aspetti adattivi del bullismo non deve servirci a demonizzare i bulli (anche se può servire a non deresponsabilizzarli), ma a trovare delle strategie per combatterlo che prendano in considerazione quella che potrebbe essere la ragione ultima della sua esistenza e a metterci tutti quanti in discussione, a domandarci come rischiamo di favorire l’insorgere di tali comportamenti aggressivi.

Ci sono infatti ambienti che stimolano la competizione più di altri e in contesti come questi il bullismo potrebbe essere una risposta alla competizione stessa (Volk, Della Cioppa, Earle & Farrell, 2015). In ambienti frequentati dai ragazzi, come la scuola, la questione potrebbe diventare quindi il grado in cui si respira un clima di competizione invece che di cooperazione (Koth et al. 2008).

Un approccio come questo può aiutarci a pensare a delle strategie differenti per affrontare il fenomeno del bullismo, ad esempio pensare a come creare degli ambienti in cui questo sia un comportamento meno adattivo possibile.

Altre strategie suggerite da tale approccio potrebbero essere lavorare con (anziché contro) i bulli e promuovere delle alternative pro-sociali che gli permettano di raggiungere i propri obiettivi (Book, Volk & Hosker, 2012), per questo potrebbe essere importante tenerlo in considerazione.

 

Bibliografia:

Volk, A., Della Cioppa, V., Earle, M., & Farrell, A. (2015). Social Competition and Bullying: An Adaptive Socioecological Perspective. Evolutionary Perspectives On Social Psychology, 387-399. http://dx.doi.org/10.1007/978-3-319-12697-5_30.

Hawker D.S.J & Boulton (2001). Subtypes of Peer Harassment and Their Correlates: a Social Dominance Prospective. In J. Juvonen and S. Graham (Eds.), Peer harassment in school: The Plight of the Vulnerable and Victimized. New York: Guilford Press.

Schwartz, D., Dodge, K., & Coie, J. (1993). The Emergence of Chronic Peer Victimization in Boys’ Play Groups. Child Development, 64(6), 1755. http://dx.doi.org/10.2307/1131467

Teräsahjo, T., & Salmivalli, C. (2003). “She is not actually bullied.” the discourse of harassment in student groups. Aggressive Behavior, 29(2), 134-154. http://dx.doi.org/10.1002/ab.10045

Price, J., Sloman, L., Gardner, R., Gilbert, P., & Rohde, P. (1994). The social competition hypothesis of depression. The British Journal Of Psychiatry, 164(3), 309-315. http://dx.doi.org/10.1192/bjp.164.3.309

Koth, C. W., Bradshaw, C. P., & Leaf, P. J. (2008). A multilevel study of predictors of student perceptions of school climare: The effect of classroom-level factors. Journal of Educational Psychology, 100, 96–104. doi:10.1037/0022-0663.100.1.96.

Book, A., Volk, A., & Hosker, A. (2012). Adolescent bullying and personality: An adaptive approach. Personality And Individual Differences, 52(2), 218-223. http://dx.doi.org/10.1016/j.paid.2011.10.028.

Blumenfeld (2005). Cyberbullying: A New Variation on an Old Theme. Paper presented at CHI 2005 Abuse & Workshop Portland, OR. Scaricato il 12/12/2017 da http://www.agentabuse.org/blumenfeld.pdf

Juvonen, J., & Graham, S. (2001). Peer harassment in school. New York: Guilford Press.

 

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Federica Molteni
Piacere, Federica! Mi sono laureata in psicologia clinica presso l’Università di Milano Bicocca con una tesi riguardante la relazione tra varie forme di cyberbullismo sessuale, come lo slut shaming, e la cultura dello stupro sui social network. Nel 2016 ho trascorso sei mesi presso l’ISPA di Lisbona, periodo nel quale ho appreso la metodologia di stesura di un progetto di ricerca in ambito psicologico, scoprendo che la cosa mi interessa e mi motiva. Nel corso dell’ultimo anno, nel tempo libero, ho seguito un corso di improvvisazione teatrale ed ho scoperto che anche questa cosa mi piace e mi diverte. La quasi totalità delle esperienze di stage/volontariato ecc. che ho svolto sono state con i bambini. Lavorare con i bambini è sempre un piacere, ma in futuro vorrei operare (anche) con gli adulti. Ad oggi, mi piacerebbe poter mettere in piedi/partecipare a dei progetti che mirino ad ottenere un cambiamento sociale e migliorare le condizioni di vita dei partecipanti; in un futuro più lontano, invece, mi piacerebbe diventare una psicoterapeuta cognitivo comportamentale ed essere abilitata alla schema therapy. Contatti: f.molteni13@gmail.com

2 COMMENTI

  1. Personalmente penso che sia inappropriato l’utilizzo del termine bullismo per descrivere singoli comportamenti o acting out, in quanto per poter parlare correttamente di bullismo, si devono tenere in considerazione
    1. L’assimmetria relazionale (one-up, one-down) tra il bullo e la vittima
    2. L’intenzionalità, ossia la volontà di prevaricare sull’altro (in contrapposizione a quando c’è patologia, che fa venir meno l’intenzionalità)
    3. La durata nel tempo, settimane, mesi, anni

    Se le prime due aree di analisi possono trovare facile inclusione in quanto descritto nell’articolo e nelle teorie citate, senza la terza non è appropriato parlare di bullismo (il che non esclude che potrebbe diventarlo)

    • Buongiorno! La ringraziamo molto per il commento. Come dice lei, un singolo acting out o atto deviante non può essere inquadrato come parte del fenomeno ed è stata una grande leggerezza da parte nostra dare per scontato che fosse una cosa saputa. Ha fatto bene a specificarlo e abbiamo apportato le dovute modifiche all’articolo.

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