Sicuramente sarà capitato a qualcuno di voi di partecipare ad un iter di selezione per un posto di lavoro in azienda, magari per quella dei vostri sogni, dove l’idea di esserne parte vi fa palpitare il cuore. A volte, invece, può capitare di ricevere un esito negativo per una selezione per entrare in un’azienda che può darvi un buono stipendio ma non vi ha mai particolarmente ispirato.

Sia per il primo che per il secondo tipo di situazione, un esito negativo viene spesso percepito come un fallimento e ci si inizia a chiedere “dove ho sbagliato?”, mentre la frustrazione aumenta.

Lavorando in un ufficio di selezione, spesso mi capita di ricevere telefonate di candidati arrabbiati e delusi per non essere stati scelti, i quali esordiscono in questo modo “eppure io ero andata/o bene al colloquio!” “mi può dire cosa ho sbagliato?”.

Nelle aziende solitamente il personale viene selezionato in base all’aderenza attitudinale al modello di competenze definito dal Board.

Un giorno la mia responsabile mi ha detto: “Guarda Arianna, le persone che non sono in linea con i nostri requisiti attitudinali, se vengono assunte, finiscono per stare male, loro per prime.” Non è un caso assistere a telefonate in ufficio dove i responsabili hanno problemi di assenteismo e turnover, che non produrrà solo infauste conseguenze per l’azienda, ma che è causato generalmente da una sofferenza del lavoratore.

Per esempio, alcune persone non reggono lo stress della competizione e della performance tanto quanto altri lavoratori e, se inserite in un’organizzazione che continua a parlare di KPI e budget, probabilmente inizieranno ad accusarne i colpi.

Ognuno di noi ha delle particolari attitudini e competenze, sicuramente spendibili in qualche impiego. Ora, non è detto che il posto per il quale avete sostenuto l’iter di selezione fosse quello che vi permettesse di vivere meglio o di esprimere tutte le vostre potenzialità.

Certo, in un momento difficile come il nostro per quanto riguarda l’occupazione, un esito negativo brucia, rattrista e genera sconforto. È un fallimento, ma potrebbe anche essere una “salvezza”. Uso volutamente una parola forte come “salvezza” per intendere l’evitamento di una situazione che avrebbe generato mal contento, fatica e sofferenza.

La domanda che possiamo porci per provare a gestire la frustrazione di un esito negativo è quindi: “come sarebbe stata la mia vita se mi avessero preso in quell’azienda?”. Ci possono essere moltissime risposte a questa domanda, sicuramente l’importante è iniziare a cambiare prospettiva su quello che è un esito negativo di una domanda di assunzione.

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Arianna Coglio
Dott.ssa in Scienze e tecniche psicologiche con 110/110 presso l’Università Cattolica di Milano, proseguo gli studi con la Laurea Magistrale in Psicologia per le Organizzazioni. Nel 2016 ho frequentato un semestre accademico negli Stati Uniti (Wilmington-NC), durante il quale ho partecipato ad un tirocinio presso la clinica neuropsicologica “Cape Fear Clinic” con il Dr. Puente (presidente in carica dell’APA) e sono entrata nella Honors Society universitaria. Per passione ho completato un diploma in Naturopatia con specializzazione in Reflessologia Plantare, presso il centro Accademia Sol di Gallarate (VA), iscrivendomi al registro SIAF per gli operatori olistici. Nel 2015 ho avuto la fortuna di seguire un progetto di volontariato in Etiopia in una scuola primaria, dove mi sono occupata del doposcuola. Un caloroso abbraccio a tutti i lettori di Cultura Emotiva! Contatti: ariannacoglio@libero.it

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