Un monaco aveva a lungo studiato e meditato per raggiungere il nirvana. Ma senza successo. Convinto di aver fallito il suo scopo, una notte si recò al pozzo per attingere l’acqua con un vecchio secchio di legno. Tornando indietro, si accorse che l’immagine della luna si rifletteva nell’acqua del secchio. Si fermò ad ammirarla come in uno specchio. All’improvviso il manico si spezzò, il secchio cadde a terra e l’acqua si disperse, e, con essa, scomparve l’immagine della luna. Non più acqua, non più luna… il monaco ebbe un’intuizione della verità” (da “101 storie Zen”)

La mente è uno strumento meraviglioso. Ci permette di vedere il mondo, di comprenderlo, di organizzare la nostra vita, ma soprattutto la mente è potenza creativa. La potenza creatrice della mente è tale che oltre a restituirci un’idea di cosa c’è fuori di noi è anche in grado di produrre contenuti che emergono ex novo dalla nostra esperienza cosciente: pensieri, immagini, ossessioni, aspettative, idee. Tutte cose che, in ultima analisi, non esistono ma a cui ci aggrappiamo spesso con grande forza.

La mente genera pensieri in continuazione, in particolar modo nei momenti di quiete, quando la mente è lasciata libera di vagare. Quest’attività mentale può essere più o meno piacevole, a seconda anche del tenore emotivo che ci caratterizza in determinati momenti della vita. Ma tutta quest’attività, è bene ricordarlo, è un costante costruire sulla sabbia perché, per loro natura, i processi mentali sono un continuo divenire e come vengono, semplicemente, vanno via.

Succede che certi pensieri, in qualche modo, si accasano nella nostra testa e faticano proprio a lasciarci in pace, tanto che quest’attività mentale così creativa finisce per farci paura, per destabilizzarci.

Occorre allora conoscere questi nostri pensieri per non rimanerne vittime, conoscere come funziona la nostra mente, quali meccanismi la caratterizzano, per normalizzare certe esperienze anche molto fastidiose ma che, entro certi limiti, fanno parte del nostro modo di stare al mondo.

Dare un nome ai processi di pensiero.

Se vuoi sconfiggere un nemico il primo passo è conoscerlo. Tanto più in questo caso, dobbiamo tenere presente che non c’è nulla da sconfiggere, ma il nostro obiettivo è quello di pervenire ad una convivenza più che pacifica.

Quali tipi di pensiero tipicamente ci destabilizzano e perché lo fanno? Potremmo, per semplificare, prendere in considerazione tre processi di pensiero decisamente fastidiosi: la preoccupazione, il rimuginio e i pensieri ossessivi.

La preoccupazione, o ruminazione, è definita come uno stile di pensiero finalizzato a comprendere il perché di un determinato stato emotivo negativo o una qualche condizione che genera malessere. Il soggetto si focalizza sul passato, ad esempio chiedendosi ripetutamente perché è sempre così triste, perché è sempre così sfigato, perché reagisce sempre così e via dicendo.

Il rimuginio, al contrario, è proiettato verso il futuro: è costituito da una catena di pensieri e immagini relativamente fuori controllo che il soggetto attiva con l’obiettivo di prevedere o anticipare imprevisti o situazioni future.

Ad esempio, ci si potrebbe chiedere come ci si ridurrebbe a rimanere soli, come si farà a superare quell’esame, cosa si potrebbe dire o fare se domani si incontrasse per strada il ragazzo o la ragazza che ci piace. Una sorta di rituale mentale con cui si cerca di raggiungere un maggior controllo della situazione.

I pensieri ossessivi rappresentano una categoria limite, in quanto rappresentano contenuti mentali generalmente sotto forma di immagine che compaiono in maniera automatica e incontrollabile. Le immagini compaiono spesso nella nostra mente in maniera più o meno imprevedibile soprattutto nelle situazioni di quiete o di noia ma tendono ad ossessivizzarsi quando il soggetto, che comincia a trovarle insostenibili, si applica attivamente con l’intento di scacciarle.

Come risultato, si ottiene paradossalmente un ritorno costante di queste immagini, poiché il comando mentale che vi si applica, ovvero “non ci devo pensare”, automaticamente riporta la mente su di esse.

Si racconta che Fedor Dostoevskij sfidò uno dei suoi fratelli a non pensare all’orso bianco: inutile dire che il poveretto restò ossessionato dall’immagine dell’orso bianco. La storiella è una delle più vivide esemplificazioni di come si annidano i pensieri ossessivi nella nostra mente, come risultato, secondo la psicoanalisi, di stili di pensiero maturati da individui con una forte impulsività temperamentale messi a confronto con un’educazione genitoriale particolarmente rigida (Freud, 1909): impara a controllarti!

Perché questi pensieri si radicano in noi?

Quest’ultimo comando mentale (“controllati”) è forse uno dei maggiori responsabili dell’invischiamento in pensieri negativi. Paradossalmente, proprio come avviene con le ossessioni, produce infatti risultati del tutto opposti rispetto alle intenzioni, poiché in ultima analisi risponde ad un’intima esigenza di controllo che, oltre ad impiegare molte risorse mentali, ci fa rimanere eccessivamente attaccati al pensiero delle cose.

Non alle cose reali, ma proprio al pensiero di esse, alla loro immagine mentale: ecco che torniamo all’immagine zen della luna nel secchio – quando il secchio si rompe scompare l’immagine della luna, che altro non è che una rappresentazione della luna reale.

Quando stiamo racchiusi in noi stessi, nei nostri pensieri, possiamo spesso perdere il contatto con la realtà e possiamo cominciare a dare ai nostri pensieri un valore di realtà fin troppo eccessivo, dimenticandoci di un assunto fondamentale insegnatoci, fra le tante prospettive di pensiero, dalle filosofie orientali: i pensieri sono immateriali e, pertanto, non hanno valore di realtà, per quanto fin troppo spesso finiamo per attaccarci ad essi.

I processi di pensiero sopra descritti, che di base possono rappresentare una delle tante modalità creative con cui la mente viene a patti con le situazioni, vengono molto spesso sopravvalutati nella loro funzione adattiva, considerati come una valida strategia per far fronte ai problemi della vita: come un’inconsapevole superstizione che agiamo in virtù di una supposta forza della mente, cui viene attribuito il potere “magico” di poter agire sulla realtà.

Questo processo di pensiero è definito come “pensiero magico”, studiato dai pionieri dell’antropologia culturale quali Frazer o Malinowski sulle popolazioni indigene o i popoli primitivi. In poche parole, rappresenta l’idea irrazionale secondo cui pensare certe cose ci previene da un potenziale pericolo: “penso che il mio esame sia andato male perché ogni volta che penso sia andato bene prendo un voto brutto”. In senso patologico crescente: “penso ricorsivamente ad una gaffe che ho fatto con il mio superiore perché così riesco a controllare l’angoscia – oppure a rimediare con la forza del mio pensiero”.

Nella realtà quotidiana ci troviamo a fare questi ragionamenti più spesso di quanto non vorremmo, e, come in per ogni fenomeno mentale, la gravità cresce al diminuire della flessibilità e all’aumentare della frequenza con cui un dato comportamento viene attuato, anche un comportamento mentale.

Come fare a gestire questi processi mentali?

Per quanto i processi di cambiamento, nelle persone che sperimentano elevati gradi di disagio, siano lunghi e necessitino dell’aiuto di professionisti, alcuni accorgimenti possono aiutarci a prendere le distanze da alcune azioni mentali a noi dannose anche nella quotidianità.

Quando si parla della nostra mente, un primo passo da compiere per prendere le distanze è accettare.

L’accettazione gentile e consapevole dell’esistenza di alcuni fenomeni, come le preoccupazioni o le ossessioni, che ci accomunano con i nostri consimili, è un primo passo per ridurre il senso di colpa o di debolezza legato a doppio filo con la sofferenza e per normalizzare alcuni nostri modi d’essere che possono spaventarci o farci soffrire.

In secondo luogo, l’esposizione graduale a certi tipi di pensieri, soprattutto quelli ossessivi, aiuta a ridurre l’impellenza di spostarci sul piano dell’azione: provare a non distogliere l’attenzione da questi pensieri ci aiuta a sviluppare una maggiore capacità di sopportare l’ansia che ne deriva, che magari ci porterebbe a ripensarci ricorsivamente (come nel rimuginio) o a compiere certi rituali compulsivi (come nelle ossessioni).

Imparare a sopportare l’ansia, in un assetto rilassato, aiuta a farci comprendere che questi pensieri non ci uccidono, che sono destinati a passare, con la consapevolezza che tutte le cose, soprattutto i fenomeni mentali, sono destinate a passare, anche se a volte sembra che ci continuino a tormentare.

Un ulteriore riflessione che aiuta a districarci e a prendere le distanze dai pensieri rimuginativi, ruminativi od ossessivi è scriverli e rileggerli dopo un po’ di tempo: si noterà che non è vero che le cose non cambiano ma che, lungo una dimensione temporale, tutto è un divenire.

Questo ci aiuta in ultima analisi a fare i conti con la nostra continuità ma anche a comprendere come sia fondamentalmente innaturale identificarci con i nostri pensieri: noi produciamo costantemente pensieri ma non siamo i nostri pensieri.

Prendendo le distanze, si è in grado anche di utilizzare questi processi, che ad un primo impatto appaiono negativi (come l’ansia), come delle risorse per muoverci più cautamente e direttivamente nel mondo.

È anche possibile, per ridurre la tensione e la serietà con cui questi fenomeni ci assalgono, tentare con alcune tecniche che provengono più direttamente dalla meditazione, proponendosi, raggiunta la necessaria quiete mentale, delle situazioni come questa:

rilassatevi. Mettetevi in un posto tranquillo e chiudete gli occhi, tirando lunghi respiri. Immaginate di essere sulla riva di un torrente che scende placidamente davanti ai vostri occhi. Immersi in un fresco primaverile, siete sferzati da un lieve venticello che, scrollando le chiome degli alberi, fa cadere qualche foglia verde, che lievemente si depone sulla superficie dell’acqua del rivo. Ecco, ora provate a individuare quei pensieri che vi stanno assillando, quell’immagine che vi tormenta, se si tratta di un lungo discorso provate a riassumerlo in una sola immagine o parola. Ed ora deponetela su una di queste foglie, e lasciatela correre via, guardatela, con gentilezza, seguire la corrente del fiume, lentamente sempre più lontano da voi.

PER APPROFONDIRE:

  • Freud, S. (1909). Osservazioni su un caso di nevrosi ossessiva (Caso clinico dell’uomo dei topi). Opere di Sigmund Freud6, 1-124.
  • Frazer, J. G. (2012). Il ramo d’oro(Vol. 217). Newton Compton Editori.
  • Prevedini, A. B., Miselli, G., & Moderato, P. (2015). Acceptance and Commitment Therapy: radici, modello, evidenze. Psicoterapia Cognitiva e Comportamentale21(2).
  • Paul, R., & Nyogen, S. (1957). 101 Storie Zen.

 

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