Articolo di Valentina Fei

Ho sempre considerato lo shopping un passatempo inutile, un passatempo frivolo per donne un po’ civettuole e superficiali, forse perché per molto tempo della mia vita, l’unico shopping che mi era concesso era “gentilmente” finanziato dai miei genitori.

Ricordo ancora il senso di colpa che mi attanagliava ogni volta che durante gli anni dell’università, mia madre mi pagava qualcosa, lo trovavo ingiusto: loro mi pagavano gli studi, mi davano pure qualche soldino extra per le mie serate (e lo sanno tutti quanto possono essere poco cheap le serate tra universitari: il cicchetto si trasforma in un cocktail, lo spuntino al Mc Donald in una cena di sei portate!) e mi pagavano pure vestiti, scarpe, borse ecc.

Oggi, anche se non totalmente, posso permettermi di pagarmi qualcosina da sola (un affitto di casa ancora no, ma ci stiamo lavorando!). Ecco perché quegli stivaletti rosa, che ho visto una settimana fa in vetrina, hanno prima cominciato a chiamarmi, poi a farmi gli occhi dolci e infine farmi fiondare dentro al negozio con l’inafferrabile voglia di provarmeli, compiacermi e infine strisciare la carta per poi uscire soddisfatta dal negozio con un sorriso a trentadue denti stampato sulla faccia.

Ma si sa, tutte le cose belle, piacevoli ed elettrizzanti della vita hanno una fine. Pessimista? Fan di Leopardi? Può essere, ma ho deciso di interrogarmi del perché fare shopping ci renda così incredibilmente felici; con meno soldi sul conto corrente, ma felici.

Lo shopping può davvero rendere felici. E a dirlo non è la protagonista della nota serie di libri «I love shopping», ma la rivista Journal of Psychology and Marketing, che ha pubblicato uno studio condotto da Selin Atalay della scuola di commercio HEC di Parigi (Francia) e Margaret Meloy della Pennsylvania State University (Stati Uniti).

Nello studio sono state analizzate le motivazioni che portano ad acquisti impulsivi e le conseguenze che queste spese impreviste hanno sull’umore. Le autrici hanno condotto centinaia di interviste all’interno di centri commerciali e hanno chiesto a chi ha partecipato allo studio di tenere un diario in cui annotare il proprio umore, gli acquisti effettuati e quelli di cui si è pentito.

Ne è risultato che il 62% dei partecipanti effettua acquisti per tirarsi su di morale, mentre il 28% lo fa come una sorta di auto-ricompensa. Inoltre, essere di cattivo umore predispone maggiormente a indulgere nelle spese, che non sono poi accompagnate da sensi di colpa.

Non sto tentando giustificare i vostri mariti o le vostre moglie che vi costringono ad aspettarli ed aspettarle ore fuori dai camerini in cerca dell’outfit definitivo, ma cercare di capire in chiave psicologica cosa ci stia dietro ad un passatempo così diffuso come lo shopping, escludendo il bisogno di avere dei vestiti nuovi naturalmente!

Purtroppo anche il passatempo dello shopping, se perpetuato in maniera eccessiva può diventare una vera e propria addiction, al pari delle sigarette e dell’alcool.

La dipendenza dagli acquisti, definita anche shopping compulsivo, è un disturbo psicologico caratterizzato dalla tendenza a manifestare continui ed improvvisi bisogni di acquisto, ed è connotato da peculiari caratteristiche che lo distinguono dalla “normale” mania di comprare, tipica anche del diffuso atteggiamento consumistico proprio della nostra società moderna.

Siamo infatti in presenza di un disturbo mentale di dipendenza da shopping quando vengono soddisfatte tutte queste condizioni:

  • Gli acquisti si ripetono più volte in una settimana;
  • Il denaro investito per lo shopping è eccessivo rispetto alle proprie possibilità economiche;
  • Gli acquisti perdono la loro ragione d’essere: non importa che cosa si compri, se “case, libri, auto, viaggi e fogli di giornale” (come cantava Tiziano Ferro!); ciò che conta è comprare, soddisfare un bisogno irrefrenabile che spinge a entrare in un negozio e uscirne pieni di sacchetti e sacconi!
  • Quando il bisogno di fare shopping non può essere soddisfatto, il mancato acquisto crea profonde crisi di ansia e frustrazione, si è proprio arrabbiati neri!
  • La dedizione agli acquisti compare come qualcosa di nuovo rispetto alle abitudini precedenti, magari prima era una persona riluttante come me a fare shopping, ma poi…

Chi è il compulsive shopper?

Da recenti sondaggi, il 90% dei soggetti è rappresentato da donne che appartengono a una fascia sociale media, con un’età media di 40 anni; ma già dall’adolescenza si possono individuare le prime avvisaglie e sintomi della dipendenza da shopping.

Questa è una dipendenza che, va sottolineato, viene incoraggiata dai mass media giorno dopo giorno con continue campagne pubblicitarie su ogni genere di prodotto, e alimentata da ingenti investimenti e con tecniche psicologiche di persuasione all’acquisto sempre più raffinate, da parte delle grandi aziende produttrici.

Cosmetici, capi d’abbigliamento, scarpe e gioielli sono tra gli oggetti preferiti dalle donne, gli uomini invece prediligono telefonini, computer e altri accessori tecnologici.

Cosa si nasconde dietro la dipendenza da shopping compulsivo? Quattro sono gli elementi chiave per una lettura psicologica dello shopping compulsivo.

Innanzitutto la compulsività degli acquisti: la compulsione è un comportamento ripetitivo (ad es. lavarsi continuamente le mani) o un atto mentale (ad es. ripetere continuamente delle parole o delle combinazioni di numeri) che il soggetto non può fare a meno di compiere ed il cui obiettivo è il contenimento dell’ansia.

Chi è affetto da dipendenza da shopping afferma di sentirsi assalito dal bisogno urgente di comprare, come in preda a un’ossessione che lo costringe a mettere in atto il comportamento, quasi costretto da un impulso irrefrenabile e intrusivo.

Bisogna poi considerare che lo shopping compulsivo è un tentativo messo in atto per alleviare uno stato depressivo sottostante di cui il soggetto non sempre è consapevole.

La felicità, il senso di potere e di sollievo che lo shopper sente dopo gli acquisti, va a colmare un vuoto di relazioni, sentimenti e autostima che il soggetto sta vivendo in quel particolare periodo della propria vita o che soffre da anni.

Un terzo elemento importante è la somiglianza per molti versi tra la dipendenza da shopping e la dipendenza da sostanze: in entrambe le patologie assistiamo a fenomeni di craving (incapacità di controllare l’impulso a mettere in atto il comportamento dannoso), di tolleranza (che porta i soggetti al bisogno di aumentare progressivamente le dosi, quindi la quantità di oggetti da comprare, il denaro speso e il tempo da dedicare agli acquisti), e di astinenza (le crisi a cui va incontro lo shopper compulsivo quando per qualsiasi motivo si trova impossibilitato all’acquisto).

C’è infine la presenza di un deficit nel controllare i propri impulsi all’acquisto, dove l’impulso a comprare viene vissuto in modo irresistibile. Questa spinta all’acquisto, tipica dei compratori compulsivi, è stata definita “buying impulse”, e viene descritta come una pervasiva tendenza distruttiva, creata da un bisogno urgente che preme per essere soddisfatto.

Tale caratteristica rende questa patologia simile per alcuni versi ad altre forme di scarso controllo degli impulsi, come il gioco d’azzardo patologico e la cleptomania.

Ma l’aspetto più preoccupante sono le gravi ripercussioni sulla vita sociale, lavorativa, familiare e coniugale che la dipendenza da shopping compulsivo causa, oltre alle inevitabili perdite finanziarie e all’importante portata di stress psicologico, di ansia, di depressione e di perdita di ogni controllo sulla propria volontà.

Liberarsi dalla dipendenza da shopping si può, come da ogni altra forma di dipendenza, con una psicoterapia che tenga sotto controllo i comportamenti problematici e li riduca nel tempo fino a farli scomparire, attraverso la comprensione dei significati soggettivi e molteplici del sintomo, tentativo disadattivo di dar voce a un profondo malessere.

Secondo Jack Gorman, professore della Columbia University e uno dei massimi esperti nel campo dei disordini ossessivi compulsivi, per definire lo shopping “bulimico” bisogna ricorrere a delle “misure”. Come in molti altri disturbi psichici, la linea di confine per definire una malattia tale sta quando il comportamento interferisce con l’abilità delle persone di vivere la loro vita normalmente.

Di solito“, chiarisce Gorman, “chi è affetto da shopping compulsivo riconosce che quello che compra non gli serve ma allo stesso tempo non può farne a meno“.

Insieme a Gorman la maggior parte degli esperti si dice convinta che la terapia più appropriata per curare questa malattia è quella che combina il supporto psicologico a dei blandi e comuni farmaci antidepressivi.

Per quale motivo la maggior parte delle persone affette da shopping compulsivo sono donne? “Difficile dirlo“, continua Gorman, “ma le donne sono usualmente e tradizionalmente più inclini a fare shopping così come sono più comuni nel genere femminile i casi di disordini ansiosi“.

Insomma ragazze mie, l’ansia e lo shopping compulsivo sono una prerogativa soprattutto femminile, ma non è detto che il vostro compagno, fidanzato, marito, amico non possa soffrirne anche lui.

L’elemento da trascurare è che, come vale per tutti i comportamenti da addiction, si può uscirne, giorno dopo giorno chiedendo aiuto ad un professionista con il quale potrete anche strisciare la carta, ma stavolta per guarire e vivere meglio!

Ovviamente non siamo tutti vittima di shopping compulsivo, ogni tanto un regalo è giusto concederselo … ogni tanto eh?

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