Immaginate che la felicità sia un bersaglio, come quello delle freccette, e che per essere felici dovete fare centro. Immaginate anche di essere bendati e di non avere la minima idea di dove si trovi questo bersaglio. Come si fa a colpirlo? Come capire dove si trova?

Questa metafora è verosimile: noi non sappiamo dove sia di casa la felicità, dove risiede, né dove cercarla. Certo, possiamo farci un’idea – soprattutto di dove non sia – ma arriverà un punto in cui bisognerà lanciare la freccetta e, sostanzialmente, andare a tentativi. Come facciamo però a sapere che fine ha fatto il nostro lancio?

Nella vita abbiamo a disposizione diversi tipi di indizi. Un esempio sono le emozioni che noi tutti connotiamo come “negative”, ma che in realtà ci informano di importanti questioni (come appunto la felicità).

Tra queste, il senso di colpa è un compagno decisamente scomodo con cui nessuno ha piacere di confrontarsi e dialogare, ma che possiamo scoprire essere in realtà un interlocutore eloquente, se siamo in grado di superare le prime impressioni.

La sua presenza, in realtà, è molto più frequente di quanto immaginiamo: un interessante studio ha riscontrato che, sommando tutti i momenti in cui ci sentiamo lievemente o moderatamente in colpa, passiamo settimanalmente 5 ore in sua compagnia.

Per quanto riguarda le sue origini, Lewis (1992) afferma che il senso di colpa compare verso i 2 anni e mezzo insieme ad altre emozioni (come la vergogna e l’orgoglio) che costituiscono le emozioni autocoscienti valutative. L’assunto sotteso a tale appellativo è che, per poterle sperimentare, queste emozioni richiedono che sia stato raggiunto un certo grado di consapevolezza di sé e che siano state acquisite alcune capacità che permettono al bambino di confrontare il proprio comportamento con quello richiesto dalle norme sociali. Questo ci permette di ipotizzare che, se sperimentiamo la colpa, è perché siamo competenti in qualcosa, ma cosa?

Alcune ricerche hanno dimostrato che il senso di colpa predisposizionale (Bybee e Quiles, 1998), definito come la tendenza a provare senso di colpa in circostanze specifiche e appropriate, sembra essere legato ad altri fattori: empatia, tendenza a scusarsi, tolleranza alla frustrazione, successo scolastico, religiosità, partecipazione attiva a volontariato, affidabilità e onestà; mentre non sarebbe compatibile con la presenza di aggressività e razzismo. Ciò che accomuna questi elementi è che tutti operano su un piano relazionale.

Quindi, sembrerebbe che la capacità di provare un senso di colpa contribuisca allo sviluppo di una condotta socialmente responsabile e alla formazione di relazioni interpersonali durature. In pratica, sentirci in colpa ci consente di stare bene con gli altri, un indizio non indifferente per comprendere se ci stiamo avvicinando al bersaglio-felicità.

Pensate ad esempio alle conseguenze a cui porterebbe la sua assenza: se non lo avessimo provato quella volta che abbiamo litigato con quella persona, oppure quando ci ha impedito di commettere un grosso errore.

D’altra parte, però, questa compagnia potrebbe diventare una presenza ingombrante. La ricerca afferma che un forte senso di colpa distoglie la nostra attenzione da ciò che ci circonda. Anche la capacità di concentrarci, la produttività e la creatività sono significativamente compromesse. Addirittura, ci sono persone che tendono a sovrastimare il proprio peso corporeo quando si sentono in colpa e a percepire come sostanzialmente più faticose alcune attività fisiche.

Questo ci dice che la colpa influenza in modo significativo i nostri processi mentali (percezione, attenzione, decision-making, problem-solving, ecc.), come se canalizzasse su di sé tutte le energie e ci impedisse di funzionare bene.

Proviamo a guardare più da vicino diversi modi di sperimentare la colpa e a riflettere su ciò che ci sta dicendo.

Se ti senti in colpa per qualcosa che hai fatto…

È normale provare colpa se si ritiene di aver condotto un’azione dannosa. Bybee e Quiles (1998), infatti, affermano che l’aspetto patologico subentra quando il senso di colpa diventa cronico, ovvero, quando ci si sente continuamente in colpa e si prova rimorso e rammarico, indipendentemente dalle circostanze.

Il meccanismo che potrebbe contribuire al suo mantenimento è la ruminazione mentale, il continuo “rimasticare” pensieri come “è sempre colpa mia, non faccio mai nulla di buono, non posso perdonarmi ciò che ho fatto, se non lo avessi fatto…”. Proprio come un chewingum, questo ci tiene appiccicati agli eventi passati, e influenza le nostre scelte attuali, impedendoci di accedere a pensieri più adattivi.

C’è qualcosa che ti incatena al passato e ti impedisce di essere libero nel presente?

Se ti senti in colpa per qualcosa che non hai fatto, ma avresti voluto fare

Quando è l’intenzione dietro ad un’azione a generare il senso di colpa, Freud ci dice che in realtà, sono in atto dei meccanismi di difesa. In particolare, la repressione e il diniego, ovvero, stai cercando di bloccare dei desideri di cui non sei del tutto consapevole. Non accettandoli, il rischio è di rimanerne succube e di comportanti in modo da dare ragione al sentimento di colpa.

Quale potrebbe essere il desiderio nascosto che non riesci ad accettare?

Se ti senti in colpa per qualcosa che pensi di aver fatto…

Secondo Tilghman-Osborne e collaboratori (Tilghman-Osborne, Cole, Felton e Ciesla, 2008), sarebbe possibile distinguere un senso di colpa comportamentale e uno caratteriale. Il primo è legato alla valutazione di sé come agente di un’azione (effettuata od omessa), il secondo riguarda sé in quanto persona. Entrambi questi coinvolgono uno stile attributivo interno (locus of control interno). Le attribuzioni costituiscono le modalità attraverso cui tentiamo di dare delle spiegazioni causali a ciò che ci succede. Presentare uno stile attributivo rigido può portare a dei sentimenti di onnipotenza, ovvero, a ricondurre le cause degli eventi unicamente ai propri comportamenti (colpa comportamentale) o a sé stessi (colpa caratteriale), senza considerare il possibile intervento e azione di fattori esterni.

Sei proprio sicuro che dipenda sempre tutto da te?

Se ti senti in colpa perché ti sembra che non stai facendo abbastanza…

Gli psicologi la chiamano compassion fatigue, è un sentimento che accomuna spesso le professioni di aiuto ed è associato al fenomeno del bournout. Compare quando si ha la tendenza a farsi eccessivamente carico della sofferenza altrui e si pensa che il proprio aiuto non sia mai sufficiente. Se ti senti oppresso dal dolore degli altri, hai difficoltà a concentrarti, percepisci un affaticamento fisico e mentale, non riesci a goderti i piaceri della vita e ti lamenti spesso, è possibile che tu stia sperimentando una situazione simile.  Sentimenti di disperazione e impotenza ti impediscono di affrontare le situazioni, senti le tue emozioni come represse. Inoltre, non riesci a prenderti sufficientemente cura di te e tendi ad isolarti.

Come far convivere il desiderio di aiutare l’altro e la fatica di farlo?

Se ti senti in colpa per qualcosa che pensi di non meritare…

È l’esperienza del survivor guilt (colpa del sopravvissuto), spesso studiata nei veterani di guerra, ma che subentra anche in situazioni più comuni, quando senti di essere stato baciato dalla fortuna a scapito di qualcun’altro. Si tratta di un meccanismo particolare, poiché non richiede che vi sia un collegamento diretto tra ciò che ha fatto chi si sente colpevole e la “vittima”. Questa relazione è il “sopravvissuto” a crearla e ciò diviene comprensibile considerando qual è, secondo Castelfranchi (1994), la funzione del senso di colpa: il mantenimento dell’equità. Sentendoci in colpa stiamo cercando di ripristinare un equilibrio che è stato rotto da un evento, anche se ciò comporta distorcere il nesso che lega la propria sorte a quella dell’altro.

La colpa è un sentimento, non un fatto” (Finlay, 2015), che cosa lega le tue azioni a ciò che è successo?

Infine, trovo che il senso di colpa richiami ad un’altra dimensione: la libertà.

Se non fossimo liberi di pensare, sentire e fare, che senso avrebbe sentirsi in colpa?

Potenzialmente, ritengo che siamo tutti liberi: liberi di assumerci delle responsabilità o lasciarle agli altri; di seguire dei valori, di lasciarci il passato alle spalle. Liberi di sbagliare, ma anche di rimediare.

L’esperienza, però, mi insegna che non sempre riusciamo ad attuare questa potenzialità. Non sempre abbiamo la possibilità di scegliere come comportarci, cosa pensare, cosa sentire. Lo vorremmo, sapremmo cosa “bisognerebbe”, ma, per una serie di ragioni, non possiamo.

Per questo mi sembra importante, quando mi sento in colpa, chiedermi: “avrei potuto fare qualcosa di diverso?”.

Nel provare a rispondere a queste domande, vedo il tentativo di capire che fine ha fatto il mio lancio, se mi sto avvicinando alla felicità. Così che, la prossima volta, potrò prendere meglio la mira e riprovare a colpire il bersaglio.

 

BIBLIOGRAFIA

Finlay L.D. (2015). Evidence-Based Trauma Treatment: Problems With a Cognitive Reappraisal of Guilt. Journal of Theoretical and Philosophical Psychology, Vol. 35, No. 4, 220–229

Mancini F. (1997). Il senso di colpa: un’analisi cognitiva. Associazione di Psicologia Cognitiva, Roma. Psicoterapia, 9, 12-27.

Tilghman-Osborne C., Cole D. A., Felton J. W., & Ciesla J. A. (2008). Relation of guilt, shame, behavioral and characyerological self-blame to depressive symptoms in adolescents over time. J Soc Clin Psychol, 27(8), 809-842.

 

SITOGRAFIA

https://www.psychologytoday.com/us/blog/the-squeaky-wheel/201411/10-things-you-didnt-know-about-guilt

https://www.psychologytoday.com/us/blog/fulfillment-any-age/201208/the-definitive-guide-guilt

 

 

 

 

 

 

 

 

SITOGRAFIA

 

https://www.psychologytoday.com/us/blog/the-squeaky-wheel/201411/10-things-you-didnt-know-about-guilt

 

https://www.psychologytoday.com/us/blog/fulfillment-any-age/201208/the-definitive-guide-guilt

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Serena Carpo
Sono Serena (di nome, di fatto ci provo). La scelta di diventare psicologa è nata dalla mia curiosità verso la straordinarietà della mente umana e dall’incapacità di rassegnarmi all’idea che la sofferenza sia qualcosa di inutile. Mi sono laureata in Psicologia Clinica, dello Sviluppo e Neuropsicologia presso l’Università degli Studi di Milano-Bicocca. Il mio futuro professionale è un work in progress. Il tirocinio presso la neuropsichiatria infantile dell’ASL della mia zona (un paese lacustre del Piemonte) ha fatto nascere in me il germe di un progetto: rendere il diritto alla salute, fisica e mentale, un bene accessibile e di qualità. Svolgo un’attività di volontariato che, oltre a costituire un grande arricchimento umano, considero come un vero osservatorio dei bisogni del territorio e un’ottima palestra di ascolto. Conosco la lingua dei segni (LIS), amo scrivere, disegnare e pensare in modo creativo. Credo in diverse cose, tra cui una psicologia vicina alla persona, che abbia il rigore della ricerca e la veridicità della clinica, che sia un lavoro fatto con passione e che non si dimentichi di essere a servizio dell’altro.

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