Hai osservato la madre? Nessuna lacrima, non un’espressione affranta, sofferta, nessun singhiozzo. Quando le ho espresso il mio dispiacere per l’accaduto, non ho alzato lo sguardo per cercare i suoi occhi. Ho ricevuto da lei un abbraccio ed un sorriso. Io e tanti altri, più o meno vicini, siamo stati consolati da lei …”.

Ricordo ancora l’effetto di quella reazione, capace di scuotere nel profondo e l’eco assordante di un interrogativo comune: se la madre non piange, avrò io il diritto di farlo? In quella circostanza, esiste un sentire più appropriato di un altro?

Siamo abituati a pensare che ciò che riguarda il nostro mondo “interiore”, si realizzi in uno spazio delimitato dai nostri confini personali; eppure, considerare il nostro mondo intrapsichico come un qualcosa di isolato, rischierebbe di allontanarci dal comprendere tutto “l’invisibile” che vi è tra gli esseri umani.

Le emozioni, i sentimenti e quanto di più intimo possediamo risentono anch’essi, in ogni momento, di tutte quelle dinamiche che si sviluppano tra l’individuo e il suo essere, costantemente, parte attiva di un sistema relazionale.

Forse sarà soggettivamente disturbante, ma proviamo sentimenti culturalmente standardizzati più di quanto vogliamo ammettere” (A. Zamperini, 2007).

Che tipo di emozioni associamo ad una madre che ha da poco subito la perdita di un figlio? Quale reazione ci aspetteremmo da lei e perché un suo sorriso, in quella precisa circostanza, è capace di scuoterci?

Ogni società ha una propria “cultura emozionale”, un insieme di convenzioni e norme che disciplinano le emozioni e le loro espressioni (A.R. Hochschild, 1979; G.Turnaturi, 1998), che ciascun individuo acquisisce attraverso la socializzazione.

Queste “regole dei modi di sentire” ci indicano, per particolari situazioni, quali siano l’intensità, la durata e l’oggetto previsti per una determinata emozione e quali siano le aspettative collettive rispetto alla sua pubblica manifestazione.

Tornando al nostro esempio, ci si aspetta che la morte di un figlio debba causare sofferenza psicologica. Pertanto l’esperienza soggettiva della madre, si trasforma, in maniera non necessariamente consapevole, in aspettative da soddisfare.

In sostanza, la cultura emozionale plasma il nostro sentire, informando la nostra percezione in merito a cosa sia più adeguato fare o sentire in una determinata situazione.

Questo non vuol dire che gli individui vengano mossi come delle marionette, ma che ogni relazione sia governata da una reciprocità di aspettative. Una sorta di scambio silenzioso, in cui i singoli cercano di presentare un’immagine di sé conforme agli schemi condivisi dalla collettività.

Cosa accadrebbe se la persona rompesse improvvisamente lo schema, con la messa in atto di un comportamento o di una risposta emotiva non conforme alle aspettative?

Nell’etimologia latina, “deviare” significa “lasciare la strada principale”. La devianza può essere, pertanto, definita come la non conformità alle norme comunemente accettate dalla maggioranza dei membri di una determinata comunità in un certo periodo storico.

Trasferendo tale concetto nel mondo delle emozioni, con devianza emozionale si intende così la discrepanza tra ciò che si sente in una determinata circostanza e ciò che si dovrebbe sentire (A. Zamperini, 2007).

Se parliamo di sentimenti inappropriati dobbiamo allora necessariamente aver chiaro cos’è che si ritiene appropriato. Tre sono i parametri di giudizio (A.R. Hochschild, 2006):

– Dal punto di vista clinico è adeguato ciò che ci si aspetta da un adulto sano e “normale”.

– In senso morale è appropriato ciò che è moralmente legittimo (possiamo innervosirci con una persona non vedente perché ci ha calpestato un piede, ma tale reazione non è moralmente legittima).

– Si parla di appropriatezza socio-situazionale per indicare ciò che è conforme a norme specifiche relative a particolari contesti (sentirsi totalmente “fuori” ad un rave party).

Solitamente per le persone è importante sentirsi socialmente accettate, per cui cercano di esercitare un controllo emozionale che gli permetta di allineare il proprio sentimento ai parametri normativi (lavoro emozionale).

Per fare ciò gli individui mettono in atto numerose strategie, che gli permettono di agire modificando l’emozione o la situazione, sia da un punto di vista cognitivo che comportamentale.

In tal senso la psicoterapia, per esempio, fornirebbe gli strumenti per facilitare questa sorta di “riallineamento”.

Infatti, quando tutte queste strategie non vanno a buon fine la persona è gettata in uno stato di devianza emozionale, che qualora apparisse intensa, ricorrente o costante, porterebbe gli esperti della mente a riconoscervi la probabile presenza di un disturbo psicologico.

Ma come si spiega la devianza emozionale?

Abbiamo visto che la cultura emozionale viene acquisita dall’individuo attraverso la socializzazione, a partire dalla tenera età. Sicuramente ci possono essere individui non pienamente socializzati (esempio: bambini deprivati), ma basarsi esclusivamente sull’infanzia di una persona per spiegare la devianza emozionale risulterebbe insoddisfacente.

Quali sono allora le condizioni socio-relazionali che, maggiormente, riescono ad innescare una discrepanza tra il sentire e il dover sentire (A. Zamperini, 2007)?

  • Pensiamo ad una coppia che sceglie di sposarsi. I numerosi cambiamenti e l’organizzazione del matrimonio potrebbero portare i due sposi a provare sentimenti di disagio e frustrazione, i quali sarebbero in evidente conflitto con ciò che ci si aspetta da due persone appena convolate a nozze.

Questo per dire che la devianza emozionale si presenta, maggiormente, in quelle persone che ricoprono ruoli o partecipano a rituali caratterizzati da norme particolarmente rigide.

  • Entriamo ora nei panni di un giovane neolaureato che viene assunto in un’azienda. Inizia a lavorare senza avere un contratto e con uno stipendio tutt’altro che gratificante. La sua posizione non gli permette di realizzare i suoi progetti e di colpo precipita in un  turbine di preoccupazioni e paure.

Questo suo sentire va, allora, a scontrarsi con le aspettative emozionali collettive e le norme associate alla nuova posizione lavorativa guadagnata: “Bisogna sempre essere felici dei propri risultati”.

Quindi le transizioni di ruolo possono essere fonte di devianza emozionale, così come i momenti che vedono i ruoli tradizionali subire importanti trasformazioni.

  • Infine, pensiamo ad un professore che si lasci coinvolgere sentimentalmente da una sua studentessa. Le norme emozionali associate al ruolo di professore e quelle associate al ruolo di amante, non verrebbero nel nostro esempio rispettate, bensì andrebbero a scontrarsi.

Pertanto, l’appartenenza a molteplici ruoli e il dover rispettare diversi registri emozionali, può portare la persona a vivere una situazione stressante e ad alimentare la possibilità di devianza emozionale.

Se pensiamo ai numerosi ruoli che, in ogni istante, ciascuno di noi riveste, possiamo avere una minima percezione di quanto sia elevata la mole di lavoro emozionale richiesta agli esseri umani.

La contemporaneità investe, infatti, sempre più nello sviluppo della versatilità. “Chi è in grado di fare e di essere più cose, ha più possibilità di cavarsela”.

Proviamo, però, a cambiare prospettiva.

Un sentire divergente potrebbe da un lato essere fonte di stress per la persona e dall’altro condurla verso la messa in atto di qualcosa di nuovo. Immaginiamo, allora, una persona consapevole di seguire delle norme emozionali dissidenti rispetto a quelle comuni, che non si lasci sopraffare dal senso di colpa o dall’imbarazzo generato dal confronto con la società.

Una persona che attraverso una forma di accettazione del proprio sentire, si apra a nuove possibilità, a risposte “creative” e diventi portatrice di un modo di sentire alternativo, costituito da un nuovo sistema di norme.

Potremmo, allora, concepire questi sentimenti inusuali non più come “sbagliati” e non far combaciare la nostra unica soluzione con la necessità di un lavoro emotivo volto all’adattamento.

Avremmo davanti un individuo non più collocato ai margini del comune “corretto” sentire, bensì una persona artefice di cambiamento (A. Zamperini, 2007).

Va precisato che non tutte le risposte nuove o dissidenti sono creative. Escludendo dal discorso, comportamenti e modi di sentire semplicemente bizzarri, eccentrici o inscrivibili nella psicopatologia, per risultare creativa la risposta emotiva deve permettere il raggiungimento di uno scopo che sia potenzialmente di beneficio per la persona o per la società.

Ad esempio, contribuendo alla crescita personale, risolvendo un problema o aprendo nuove strade verso la messa in atto di azioni future.

Una creatività che muove la persona in avanti, attraverso una vera e propria rinegoziazione delle proprie emozioni e attraverso la mobilitazione di energie utili al cambiamento e alla costruzione di un nuovo senso di sé in relazione al mondo.

 

Bibliografia

Hochschild, A.R. (1979): Emotion work, feeling rules, and social structure, in “American Journal of Sociology”

Hochschild, A.R (2006): Per amore o per denaro. La commercializzazione della vita intima, il Mulino, Bologna.

Turnaturi, G. (1998): La sociologia delle emozioni, in P. De Nardis (a cura di), Le nuove frontiere della sociologia, Carocci, Roma.

Zamperini, A. (2007): L’indifferenza. Conformismo del sentire e dissenso emozionale, Einaudi, Torino.

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Josephine Zammarrelli
Mi presento...sono la Dott.ssa Josephine Zammarrelli, laureanda in Psicologia Clinica presso l’Università degli studi di Padova, dove ho svolto un tirocinio accademico con finalità di Ricerca scientifica nell’ambito dell’Invecchiamento. Nel 2019 ho completato uno stage teorico-esperienziale, della durata di un anno, presso la De Leo Fund Onlus di Padova, dove tuttora collaboro come operatrice attraverso servizi di supporto al lutto traumatico e come Executive Administrative Assistant. Da giugno 2020 sono iscritta al Corso di Project Management presso l’Istituto Italiano di Project Management (ISIPM) con sede a Padova. Di recente ho collaborato ad un lavoro di ricerca scientifica sul tema della comunicazione di morte traumatica, intitolato: “Notification of Unexpected, Violent and Traumatic Death: A Systematic Review” e pubblicato sulla rivista Frontiers in Psychology. In contemporanea al percorso formativo, coltivo da alcuni anni l’interesse per la comunicazione attraverso diverse forme d’arte (in particolare, la danza e la pittura ad olio). La comunicazione è vita e “Cultura Emotiva” rappresenta per me un’ulteriore occasione per conciliare questa mia personale esigenza con l’amore per il complesso ed affascinante mondo della psicologia. Contatti: jzammarrelli@virgilio.it

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